• Il numero complessivo di iscritti a forme pensionistiche complementari, incluse le duplicazioni relative a coloro che aderiscono contemporaneamente a più forme, è di 8,3 milioni; al netto delle uscite, la crescita dall’inizio dell’anno è stata di 554 .000 unità ( 7,1%). Chi vuole ottenere il meglio dalla propria pensione complementare deve puntare sull’azionario o su una linea bilanciata, soluzione quest’ultima meno redditizia, ma che permette di dormire sonni più tranquilli.
  • Nella classifica di chi fornisce i servizi integrativi spicca Intesa che da sola rappresenta un terzo delle quote di mercato. Seguono Arca previdenza e le Bcc.

Lo speciale contiene due articoli

Pensione. Già di questi tempi avere quella pubblica potrebbe già essere un miracolo. Ma sono sempre di più le persone che si iscrivono a una forma di pensione complementare. Il motivo è ovvio: investire nella previdenza privata permette di migliorare il proprio tenore di vita quando si smetterà di lavorare e, inoltre, si tratta di un investimento «scaricabile» dalla dichiarazione dei redditi. A fine 2017 il numero complessivo di iscritti a forme pensionistiche complementari, incluse le duplicazioni relative a coloro che aderiscono contemporaneamente a più forme, è di 8,3 milioni; al netto delle uscite, la crescita dall’inizio dell’anno è stata di 554 .000 unità ( 7,1%). Nei fondi negoziali si sono registrate 208.000 iscrizioni in più (8%) rispetto al 2016, portando il totale a fine anno a 2,805 milioni. L’incremento è stato determinato dall’avvio del meccanismo di adesione contrattuale in quattro fondi (il fondo rivolto ai lavoratori del settore autostrade, il fondo destinato ai dipendenti delle aziende del gruppo Ferrovie dello Stato, il fondo con destinatari gli autoferrotranvieri e, con modalità peculiari, il fondo territoriale del Veneto) e dall’entrata a regime dell’adesione contrattuale per i lavoratori del settore edile. Anche senza considerare i fondi interessati dalle adesioni contrattuali, la crescita netta delle iscrizioni rimane positiva. Nelle forme pensionistiche di mercato offerte da intermediari finanziari, i fondi aperti totalizzano 1,374 milioni di iscritti, crescendo di 115.000 unità (9,2%) rispetto al 2016. Nei PIP “nuovi” il totale degli iscritti è di 3,103 milioni; l’incremento netto è stato di 233.000 unità (8,1%). I fortunati, dunque, che possono permettersi una pensione privata devono però capire come investire al meglio il proprio denaro. Anche perché il tipo di investimento scelto – soprattutto se si tratta di un’operazione della durata di 20 o 30 anni – potrebbe fare la differenza. Su questo, può venire in aiuto agli investitori della previdenza complementare il Quinto Report di Itinerari Previdenziali dal titolo «Investitori istituzionali italiani: iscritti, risorse e gestori per l’anno 2017». L’indagine spiega per filo e per segno quanto hanno reso le varie forma di previdenza complementare negli anni.

Nel 2017 i rendimenti complessivi per singola tipologia di investitore, si sono mantenuti stabili rispetto al biennio 2015/16 con variazioni decimali; Il problema è che questi valori si sono mostrati decisamente in calo rispetto al 2014 e agli anni precedenti.

Relativamente ai fondi pensione, secondo i dati diffusi dall’indagine, ad avere la peggio sono stati i fondi pensione che investono nel settore obbligazionario o in quello misto (che cioè puntano su azioni e reddito fisso), oppure quelli che offrono rendimenti garantiti e che, alla fine hanno reso meno dell’obiettivo prefissato.

Ma, vediamo i numero in dettaglio. In effetti il 2016 si era chiuso con una media quinquennale del pil pari allo 0,514%, un’inflazione allo 0,1% e un tfr al netto della tassazione che rendeva l’1,5%. Nel 2017, gli stessi indici si sono attestati rispettivamente allo 0,431% per il pil a 5 anni (contribuiscono alla media i pil negativi del 2012: –1,48% e 2013 –0,54%), 1,2% per l’inflazione e a 1,70% per il tfr. Insomma, chi ha scelto la rivalutazione del tfr non è riuscito a superare il 2% di rendimento.

È andata meglio a chi ha scelto i piani di investimento pensionistico «nuovi», quelli cioè nati dopo la riforma sulle pensioni complementari. Chi ha puntato su questi prodotti nel 2017 ha ottenuto un rendimento medio del 2,2%. Più in dettaglio, chi ha investito sull’azionario puro ha ottenuto il 3,2%, sulle unit linked il 2,2% e 2,3% per chi ha puntato su investimenti bilanciati. Al contrario, chi ha scelto l’obbligazionario ha perso lo 0,7%.

Meglio ancora i fondi pensione aperti, che in media hanno offerto il 3,3%. Merito dei prodotti che hanno scelto una linea azionaria: in un anno hanno ottenuto il 7,2%. Le linee più bilanciate il 3,7%, mentre le linee obbligazionarie e quelle garantite si sono mosse tutte intorno allo 0%.

Bene anche i fondi pensione negoziali, che nel 2017 hanno reso in media il 2,6% annuo. Anche in questo caso l’azionario l’ha fatta da padrone con un risultato del 5,9%. Chi ha scelto la strada più prudente di una linea bilanciata ha, invece, ottenuto il 3,1%, risultato seguito dall’obbligazionario misto (sovrano e societario) con il 2,6%. Anche in questo caso, obbligazionario e linee garantite non hanno fatto felici gli investitori.

Con questi numeri, il verdetto è chiaro. Chi vuole ottenere il meglio dalla propria pensione complementare deve puntare sull’azionario o su una linea bilanciata, soluzione quest’ultima meno redditizia, ma che permette di dormire sonni più tranquilli.

INFOGRAFICA



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