La Meloni: «Al 50% mi candido alle Europee»
Giorgia Meloni (Ansa)
  • Il premier: «È importante misurarsi col consenso dei cittadini». E sulle privatizzazioni attacca «Repubblica»: «Il giornale degli Agnelli mi accusa di svendere l’Italia, è il colmo». Ipotesi di modifica al testo sul premierato: elezioni già dopo la prima sfiducia.
  • Fabrizia Lapecorella è ai vertici (grazie al governo), ma l’Ocse non cambia musica.

Lo speciale contiene due articoli.

«Deciderò all’ultimo momento, quando si faranno le liste». Il premier Giorgia Meloni non scioglie ancora la riserva sulla propria candidatura alle prossime Europee, ma lascia intuire che l’ipotesi di un impegno in prima persona è sul tavolo, aggiungendo che «per il momento le possibilità sono al 50%». Parlando in tv a Quarta Repubblica, il presidente del Consiglio ha confermato di guardare alla tornata elettorale di giugno come ad un appuntamento fondamentale per gli equilibri politici continentali, ma anche per le dinamiche interne al centrodestra e quindi per la parabola della legislatura. «Si figuri», ha detto Meloni al suo interlocutore, «se non considero importante misurarmi con il consenso dei cittadini. È l’unico elemento che conta per me. I cittadini che dovessero votare per una Meloni che si candida in Europa sanno che non ci va, ciò non toglie che se vogliano confermare o confermare un consenso, anche quella è democrazia. Per me», ha concluso, «potrebbe essere importante verificare se ho ancora quel consenso». Un bookmaker navigato, insomma, fisserebbe una quota più bassa per l’ipotesi della candidatura, rispetto a quella della non candidatura.

Ma il capo dell’esecutivo ha detto la sua su tutti i temi caldi dell’attualità non solo politica, rimanendo su temi europei è tornato sul recente esito della trattativa sulla riforma del Patto di Stabilità Ue, definito «non il mio compromesso ideale, ma il migliore possibile», poiché «l’alternativa era tornare ai vecchi parametri e la prospettiva era decisamente peggiore». Non manca una frecciata per il presidente francese Emmanuel Macron, con l’aiuto del quale «si sarebbe potuto fare di più». Sulla politica economica, il premier difende il piano di privatizzazioni presentato dal governo, che non sono «regali miliardari fatti a qualche imprenditore fortunato e amico» ma «cedere alcune quote di società pubbliche senza compromettere il controllo pubblico». E se per Macron si può parlare di frecciata, quella riservata alla famiglia Agnelli è una staffilata: «Mi ha fatto sorridere», ha detto, «la prima pagina di Repubblica: l’Italia è in vendita. Che questa accusa arrivi dal giornale di proprietà di quelli che hanno preso la Fiat e l’hanno ceduta ai francesi, che hanno trasferito all’estero sede fiscale e legale. Le lezioni di tutela dell’italianità da questi pulpiti anche no».

Inevitabile un passaggio su quanto sta accadendo in Medio Oriente, anche in relazione alla recente missione a Istanbul dal leader turco Erdogan: «Sulla genesi della crisi non siamo d’accordo», ha detto il nostro premier, «ma le persone serie se lo dicono, siamo però d’accordo sul fatto che sul Medio Oriente vada cercata una soluzione strutturale». Le carte in tavola, in quest’ottica, potrebbero cambiare col ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, anche se nei rapporti col nostro Paese «non cambierebbe nulla». Spazio, infine, anche alle polemiche politiche degli ultimi giorni: sull’affaire pandoro-Ferragni «ci sarà una norma che dice che nelle attività commerciali che hanno anche uno scopo benefico sulla confezione di quello che vendi devi specificare a chi vanno le risorse, per cosa vanno e quanta parte di quelle risorse», mentre sul fascismo Meloni ha sottolineato che «la Schlein a me chiede conto di quello che faceva Mussolini, mentre a lei non puoi chiedere conto di quello che il Pd faceva un anno fa», riferendosi alle affermazioni del consigliere «rosso» della Corte dei Conti Marcello Degni. Infine, il premier ha negato ogni dissidio con Matteo Salvini in generale e sul Piano Mattei.

Sui rapporti interni al centrodestra influiranno di certo le grandi manovre che si stanno celebrando al Senato su premierato e autonomia, provvedimenti cari rispettivamente a Fdi e Lega. Prima che l’aula di Palazzo Madama dia il primo via libera sull’autonomia (previsto per oggi alle 18) un gruppo ristretto di senatori della maggioranza si riunirà sempre al Senato per cominciare a discutere del pacchetto di emendamenti da portare in commissione per il testo sul premierato. Al centro della discussione, la norma che prevede la possibilità, in caso di crisi di governo, di cambiare in corsa il premier purché questo provenga dal perimetro della maggioranza che ha vinto le elezioni. Meloni ha già espresso chiaramente la propria preferenza per una norma «secca» antiribaltone, che preveda il ritorno automatico alle urne in caso di caduta dell’esecutivo, ma ha anche aggiunto di volersi rimettere al Parlamento. E proprio per questo gli esponenti del suo partito non escludono un ritorno all’idea originale nel corso dell’iter in commissione, anche se le parole pronunciate ieri dal presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, nonché relatore del provvedimento, Alberto Balboni, lasciano intendere che su questo fronte non c’è fretta nell’apportare i correttivi, anche perché il ddl costituzionale avrà bisogno di ben quattro approvazioni, tra i due rami del Parlamento.

Da non perdere

I nostri soldi

Si sgonfia l’IA: crollano le Borse Ue

Non bastano i timori legati a Medio Oriente e Ucraina a spiegare la giornata nera dei mercati di ieri. Martedì 23 giugno la pressione è arrivata soprattutto dal comparto tecnologico: una vendita diffusa sui titoli dei semiconduttori e dell’intelligenza artificiale…

Ticket di 50 euro per vedere Venezia
I nostri soldi

Ticket di 50 euro per vedere Venezia

Un superticket che potrebbe arrivare fino a 50 euro. È questa l’idea lanciata dal primo cittadino, che ha annunciato la richiesta al governo di alzare la soglia del biglietto di ingresso per i turisti nella città lagunare dagli attuali 5-10…