Manicomio Pd: prima vota i minibot poi insorge perché sono «l’anti euro»
Ansa
  • I gialloblù sbloccano i debiti dello Stato verso le imprese. E l’ex ministro Pier Carlo Padoan fa approvare il documento ai dem. Dopo 36 ore la sinistra è nel panico e attacca sé stessa: «Chi li sostiene porta il Paese verso l’Italexit».
  • Le anticipazioni della riposta di Giovanni Tria alla Commissione creano un caso. Il vicepremier grillino: «Giù le mani da quota 100 e reddito». Il Mef e Giuseppe Conte smentiscono: «È un fake».

Lo speciale contiene due articoli

Minibot(te) da orbi. Dove gli orbi, con rispetto parlando, sono quei parlamentari di opposizione che da 36 ore ululano selvaggiamente contro ciò che loro stessi – senza leggere o senza capire – hanno contribuito ad approvare.

Facciamo un passo indietro. Martedì scorso, con mozione trasversale, la Camera dei deputati ha votato un documento che impegna il governo «a sbloccare i pagamenti delle pubbliche amministrazioni verso professionisti e imprese», agevolando «il meccanismo di compensazione tra crediti commerciali e debiti tributari» tramite «la cartolarizzazione di crediti fiscali anche attraverso strumenti quali titoli di Stato di piccolo taglio».

Con prontezza, La Verità (l’altro ieri, con un articolo di Fabio Dragoni dal titolo «Mozione di tutto il Parlamento per introdurre i minibot») aveva segnalato la circostanza, offrendo due spiegazioni alternative. La prima: «L’esito delle elezioni del 26 maggio potrebbe aver indotto anche il Pd a sposare questa iniziativa». La seconda: «Oppure, più semplicemente, i deputati del Nazareno non capiscono ciò che approvano». Da un giorno e mezzo sappiamo che la spiegazione più sconfortante, cioè la seconda, è quella vera.

Scorrendo i voti favorevoli nei tabulati della Camera, ci sarebbe da sganasciarsi dal ridere, se non parlassimo di cose serie: compaiono infatti l’ex ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, i parlamentari del Pd tra cui lo stentoreo oppositore dei gialloblù Luigi Marattin, fino agli eurolirici di +Europa Riccardo Magi e Alessandro Fusacchia, i quali si sono poi affannati a scusarsi su Twitter (il primo appellandosi al fatto che nella prima versione della mozione il punto non c’era, il secondo dicendo che gli era «sfuggita» la cosa). Fantastico.

Proviamo a ricostruire in modo razionale – e non isterico – i termini della questione. Siamo in presenza di una grande vergogna: e cioè quella della mano pubblica che non paga i suoi fornitori privati, tema su cui almeno quattro governi di diverso colore hanno fatto fallimento. Alcune cifre (tratte dalla relazione annuale presentata un anno fa dalla Banca d’Italia) danno la dimensione del problema: un anno fa, il totale dei debiti della Pa verso le imprese risultava essere di 57 miliardi (3 punti e mezzo di Pil), solo 7 miliardi in meno rispetto all’anno precedente.

Dinanzi a questa spiacevolissima realtà, questo giornale aveva ripetutamente caldeggiato una soluzione semplice, un vero uovo di Colombo: la compensazione tra i crediti vantati dalle imprese verso la Pa e le tasse dovute. Se un’impresa o un professionista hanno – da una parte – un credito che vantano e – dall’altra – una scadenza fiscale da onorare, ragionevolezza vorrebbe che fosse loro consentito di «incrociarli», di arrivare a un salomonico «zero a zero» tra Stato e cittadino, calcisticamente parlando.

Significativamente, la mozione votata questa settimana andava nella direzione auspicata. E va anche detto che non si trattava di una cosa nata sulla Luna. Nella delega fiscale approvata dalle Camere nella scorsa legislatura (quella che il governo Renzi non fu capace di attuare nella sua interezza), c’era il principio della compensazione. E quanto a minibot e a titoli di piccolo taglio, questa soluzione compariva esplicitamente nel programma elettorale della Lega e del centrodestra per le elezioni del 4 marzo 2018. Nulla di inedito, quindi. In modo diverso, perfino l’ex ministro montiano Corrado Passera, a suo tempo, aveva evocato l’uso di Btp per ripagare i debiti.

Pure le preoccupazioni europee – a ben vedere – erano state da tempo ridimensionate, anche in sede di Bce. Un conto è infatti l’emissione di banconote in euro, compito esclusivo di Francoforte; altro conto sono dei titoli di Stato, sia pure di piccolo taglio. L’essenziale è non chiamarli «moneta parallela». Ma, tornando alla via maestra della compensazione, se lo Stato – a pagamento di un proprio debito – offre a un’impresa un titolo, a sua volta utilizzabile per pagare un’imposta, dov’è lo scandalo? Semmai, si tratterebbe di un’evenienza positiva e auspicabile.

E invece, con 36 ore di ritardo rispetto alla loro stessa votazione alla Camera, i parlamentari del Pd sono insorti, chiaramente agitati dalla lettura allarmista che alcuni osservatori hanno dato della mozione, presentandola come la prefigurazione di un’uscita dall’euro. Tragicomicamente, dunque, ieri il Pd ha fatto sapere che presenterà «un ordine del giorno urgente al decreto Crescita per escludere l’impiego di strumenti come i cosiddetti minibot per creare nuovo debito». Toppa peggiore del buco: perché evidenzia il voto inconsapevole di inizio settimana, e perché evoca – senza alcun fondamento – la creazione di nuovo debito. Sintetizzando: il Pd smentisce Padoan e finisce per opporsi al pagamento di creditori e fornitori della Pa. Un manicomio.

Molto rumore per nulla, comunque. Ieri pomeriggio, forse con zelo eccessivo, il Mef ha fatto sapere che «non c’è alcuna necessità né sono allo studio misure di finanziamento di alcun tipo, tanto meno emissioni di titoli di Stato di piccolo taglio», con riferimento ai debiti della Pa. Peccato, perché il problema esiste, per quanto il Mef rivendichi un miglioramento dei tempi di pagamento.

Sul tavolo, dunque, resta solo la figuraccia del Pd e degli altri oppositori, più dediti al «trucco e parrucco» per andare in tv, che a leggere i provvedimenti in Aula.

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