- Il nostro Paese si distingue per Pmi di eccellenza, che subiranno più di tutte la decisione di spostare i soldi sul Recovery fund. Il comparto dà lavoro a 250.000 persone. E sono già iniziati i licenziamenti.
- Primo space, finanziato da Cdp, è stato lanciato da Primomiglio, che ha raccolto 15 milioni dal Lazio. Coinvolta la Fondazione Amaldi, vicina al mondo prodiano.
Lo speciale contiene due articoli.
Quanto ci costeranno in termini tecnologici e occupazionali i tagli ai fondi comuni per la Difesa non lo sanno con precisione neppure quelli che li hanno pensati e si sono prodigati in previsioni, troppo intenti a mantenere il politicamente corretto e l’ideologia «verde». Il punto è che rispetto ad altre nazioni il tessuto produttivo italiano di questo settore è formato da un alto numero di piccole e medie aziende specializzate composte da circa 50.000 addetti che lavorano in maggioranza per grandi player come Leonardo (circa 49.500 dipendenti) e Fincantieri (8.600 addetti). Sono realtà che stanno subendo sempre più penalizzazioni.
L’Aiad, la federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza, nel 2018 (ultimo anno per cui sono disponibili i dati) aveva 121 consorziate. Per questi motivi preoccupa il fatto che nelle previsioni di bilancio dell’Ue per il periodo 2021-2027 per finanziare il Recovery fund una parte importante dei soldi arrivi da tagli al Fondo europeo per la difesa (Edf), che al posto di 13 miliardi di euro ne riceverà soltanto 7. Scenderà da 10 a 5 miliardi la European peace facility (Epf) e verrà quasi azzerata la Military mobility da 6,5 a 1,5 miliardi. Facendo la somma sono 16 miliardi, ovvero da qui al 2027 circa 2,6 miliardi l’anno in meno.
Che cosa non potremo più permetterci di fare è presto detto, poiché quello dell’Edf è denaro gestito dall’Unione per coordinare e accrescere gli investimenti nazionali nella ricerca per la Difesa e per aumentare l’interoperabilità tra le forze armate dei diversi Stati membri. Avremo meno soldi per i progetti di ricerca che consentono agli Stati dell’Ue di poter competere con Russia, India, Usa e Cina. Non soltanto in campo militare: la maggioranza dei programmi in corso era dichiarata «duale», quindi utilizzabile anche in ambito civile. Sono gli algoritmi che permettono i comandi vocali che dai velivoli militari sono «ricaduti» nei sistemi di guida autonoma degli automezzi, le batterie ricaricabili ad alta capacità, le trasmissioni radio digitali di ultima generazione, i sensori biometrici, le capacità esplorative dei satelliti, eccetera.
Altre volte invece perdiamo competitività per masochismo: la settimana scorsa Rwm Italia, società del gruppo del gruppo tedesco Rheinmetall defence, ha annunciato che da questo mese taglierà 80 posti di lavoro e ne metterà in cassa integrazione altri 90 dipendenti nello stabilimento di Domusnovas (Sardegna), lavoratori che si sommano ai 110 lasciati a casa nell’ottobre scorso. Non è soltanto l’impatto del Covid-19, ma la vocazione italiana a danneggiare gli interessi nazionali di comparti comunemente associati ad aree politiche diverse dalla sinistra. Il caso Rwm Italia è eclatante perché l’azienda produce munizioni, ma la maggioranza dei contratti (87% per l’estero, 13% quelli nazionali), essendo stipulati con Arabia Saudita ed Emirati Arabi, furono bloccati nel giugno 2019 dal nostro Parlamento nell’intento di limitare l’esportazione di bombe d’aereo che avrebbero potuto essere usate in Yemen. Dove ovviamente, con o senza le bombe fatte in Sardegna, gli scontri sono proseguiti. Bene ha fatto Londra a sospendere la limitazione per le sue aziende, soprattutto perché nel frattempo Parigi e Mosca hanno consegnato aerei, elicotteri e sistemi d’arma che via Qatar e Iran sono finite alle forze Houthi.
Il dimezzamento dello Edf, fondo nato soltanto nel 2017, costerà altri posti di lavoro poiché tra tutti i progetti presentati si dovrà fare una scelta su quali portare avanti e quali invece bloccare nonostante quelli in corso fossero stati approvati da organi come l’European union military staff (Eums), l’Agenzia per la difesa europea (Eda) e il Defis (Industria della difesa e dello spazio della Commissione europea). Tutte realtà pagate con i nostri soldi che drenano risorse per il solo fatto di esistere. Interrompere i progetti significa lasciare ad altri lo sviluppo di competenze, non poter essere all’avanguardia e un domani dover ricorrere a fornitori esteri.
Anche i tagli alla «mobilità militare europea» (Emm), nata nel 2016 con lo scopo di permettere il movimento continuo delle attrezzature militari in tutta l’Ue riducendo gli ostacoli fisici, legali e normativi, provocherà disastri in termini occupazionali. L’Italia esporta navi, attrezzature, simulatori di volo, aerei ed elicotteri, avere meno fondi per facilitare il superamento delle frontiere significa aumentare i costi, essere più lenti e meno competitivi. Ricordiamo che tra le esportazioni a rischio ci sono state anche le fregate Fremm all’Egitto. L’Epf è invece un fondo che avrebbe dovuto essere al di fuori del bilancio pluriennale dell’Unione e che dovrebbe permettere di pagare missioni operative per scopi di politica estera e sicurezza comune, ma così la capacità europea di concretizzare operazioni come Irina nel Mediterraneo, o supportare contingenti in Africa o altrove sarà minima. Altro che aumentare l’efficacia delle operazioni finanziando i costi comuni in modo permanente, finiremo per dover istituire euro tasse per pagarci la sicurezza dei confini esterni e la cassa integrazione degli addetti del comparto Difesa.
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