Nessuna retromarcia. Il vero obiettivo è sempre stato il 2%
  • Sotto le urla, mossa da Dc: separare dalla legge di bilancio quota 100 e reddito di cittadinanza ha accontentato l’Ue e gli elettori
  • La nuova accusa ai gialloblù è quella di aver fatto bruciare all’Italia miliardi per poi arrendersi a Jean Claude Juncker. In realtà gli interessi sono diminuiti e le oscillazioni dei mercati fanno parte di cicli non legati solo alla politica

Lo speciale contiene due articoli.

L’uscita sul balcone di Palazzo Chigi non è stata un colpo vincente, e resterà nel curriculum di Luigi Di Maio. Ha sbandierato in modo un po’ troppo acritico il 2,4% di deficit. E ora che la trattativa Stato-Ue ha riportato le lancette del deficit indietro al 2,04% (o a un probabile 2%), opposizione, dem, sinistra in generale e mondo del Web sono partiti all’attacco. In sostanza l’accusa è: il governo si è calato le braghe.

È sempre più difficile fissare i paletti dell’obiettività, viste le continue dichiarazioni di tutte le parti in causa. È però un buon esercizio quello di valutare i numeri di per sé. Il rapporto deficit/Pil ereditato era all’1,2%. Gli impegni presi da un governo che è stato asfaltato dalle urne proprio per via della gestione economica del Paese avrebbero imposto all’Italia uno 0,8%. Al contrario, i gialloblù alla fine dei giochi hanno portato il rapporto intorno al 2%. Premesso che il gioco di chi ha il deficit più lungo non è il massimo, se dentro quella spesa non ci sono valutazioni fiscali idonee e investimenti, va detto che se la volontà era fare più deficit, nei numeri tale volontà è stata rispettata: quasi un punto percentuale in più. Il paradosso della trattativa Stato-Ue è che ha svelato tutte le mire politiche che rendono la valutazione di una legge Finanziaria avulsa dai contenuti. L’opposizione ha criticato per mesi le scelte di spesa dei gialloblù, sostenendo che avrebbero portato il Paese allo sfacelo. Adesso le medesime persone rinfacciano a Luigi Di Maio e a Matteo Salvini esattamente l’opposto: avere fatto un passo indietro senza mantenere le promesse. Delle due l’una: o sbagliavano prima, o sono dei calabrache adesso. Eppure la coppia, a detta dei «competenti», riesce sempre a sbagliare. Anche su questi aspetti vale la pena usare il metro di paragone della lettura dei contenuti della manovra.

Quasi due mesi fa La Verità ha scritto che il deficit effettivo in manovra era già vicino al 2,1%. Per un semplice motivo: le due misure pilastro sarebbero state scorporate dal dl Bilancio e inserite in un disegno di legge che percorre una strada blindata ma lunga. Una agenzia di stampa ieri ha fatto presente che un cdm tra Natale e Capodanno dovrà occuparsi delle misure: i grillini insitono per inquadrarle in decreti legge. In ogni caso sia quota 100, sia il reddito di cittadinanza sarebbero stati finanziati per il 2019 con cifre non superiori rispettivamente a 6,7 e 7 miliardi. Assieme al perimetro di spesa massima, il governo – per mano del ministro Giovanni Tria – ha aggiunto anche una clausola di salvaguardia che permette sia il trasferimento delle suddette voci ad altro capitolo di spesa sia la riduzione delle medesime in caso di revisione dei parametri. Tradotto in parole povere, facendo scivolare più in là nel tempo l’attuazione concreta della riforma della Fornero e dell’ampliamento dei centri per l’impiego, la spesa complessiva scende e di conseguenza cala pure la percentuale del deficit. Una mossa in puro stile democristiano?

Certo non a caso, sarebbe stata appoggiata dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che nella trattativa con l’Ue ha avuto dichiarata voce in capitolo. Così, mentre il commissario Ue, Pierre Moscovici, assieme a Jean Claude Juncker , attaccava il nostro Paese sulle formalità del deficit, il lavoro del Colle, del governo e del Parlamento era già diretto in direzione della sforbiciata del deficit stesso. Entrambe le parti ne erano al corrente, ma nessuna delle due poteva sventolarlo apertamente. Per motivi di facciata e per opportunità elettorali. Però chi insiste con il dire che il governo si è limitato a calare le braghe non solo sbaglia ma denota una certa difficoltà nell’inquadrare il cambio degli equilibri sia dentro il governo sia tra i Paesi membri della Ue. Innanzitutto, va ricordato che il punto di caduta fissato due mesi fa dalla componente leghista del governo (soprattutto per volontà di Giancarlo Giorgetti) era proprio il 2%; poi bisogna aggiungere che la Lega sembra aver voluto far correre il cavallo grillino su alcune promesse che ora non avranno i fondi per realizzarsi, e ciò ha imposto l’apertura di tavoli di concertazione con aziende e sindacati. In tutti questi tavoli il Mise sta perdendo peso in favore della componente leghista. Allo stesso tempo, il fallimento delle politiche macroniane e la disperata corsa al deficit francese avrà numerosi effetti, compresa la possibilità di aprire nuovi fronti di dialogo con i successori di Angela Merkel.

Resta una domanda: valeva la pena trattare due mesi su uno 0,4% di deficit? Politicamente, come abbiamo cercato di spiegare sopra, innegabilmente sì. Dal punto di vista dell’economia italiana, è molto presto per tirare le somme. Al di là delle aste non andate del tutto a buon fine, lo spread sale e scende e nel breve periodo non incide sulla vita quotidiana delle persone. In ogni caso è problematico affermare che, fino a qui, il percorso con la Ue abbia indebolito particolarmente il governo, o almeno uno degli azionisti. Poi certo, nelle partite a poker c’è sempre qualcuno che cala i pantaloni: bisogna capire con quale scopo.

Claudio Antonelli

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