Quella dell’evasore fiscale che manda in crisi l’ospedale è una favola per bambini
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Da Cassese a Zangrillo, fino a Parisi, si ingrossa il coro di chi lega i disservizi alle tasse non pagate. Eppure lo Stato non è una famiglia e la lotta ai furbi non finanzia la spesa.

Da alcuni giorni assistiamo attoniti a una campagna stampa a reti (quasi) unificate per mettere in luce i problemi della sanità. Un diluvio di articoli e dotti interventi che ci spiegano il sottodimensionamento degli organici e delle strutture, oltre alla compressione degli stipendi.

Nei giorni scorsi vi abbiamo dato ampiamente conto della ipocrisia e della tardività che trasuda da questi cahiers de doléances scritti dallo stesso circolo politico e mediatico che dal 2011 ha solo taciuto e talvolta assentito di fronte alla sequenza di avanzi primari di bilancio inanellati dai governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte 1, sotto il diktat della Commissione Ue e conseguiti tagliando gli investimenti e la spesa corrente anche nel comparto sanitario. Settore nel quale la crescita nominale della spesa è sempre stata così modesta da non superare nemmeno la crescita dei prezzi, conducendo così a una decrescita della spesa in termini reali.

Ma, come spesso accade, quando si raggiunge il fondo non si è affatto appagati e si comincia a trivellarlo. Nel caso specifico significa attribuire la scarsità di risorse a disposizione della sanità a «chi evade il fisco». Spiegazione che credevamo confinata a qualche discussione semi sobria nei peggiori bar di Caracas, ieri ha invece avuto diritto di tribuna sulle colonne del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore. Con l’autorevole accompagnamento del professor Sabino Cassese che, sempre ieri sul Foglio, si è premurato di offrirci un’articolata analisi dei problemi della sanità, incidentalmente afflitta «dal problema delle risorse, che negli ultimi decenni sono andate riducendosi e hanno finito per incidere sui livelli retributivi del personale». Un articolo di cui siamo andati a ricontrollare la data, perché avrebbe potuto – e dovuto – essere scritto almeno dieci anni fa.

Sul Corriere, il professor Alberto Zangrillo si è fatto una domanda giusta ma si è dato la risposta sbagliata («La sanità ha un budget insufficiente? I primi colpevoli sono i malviventi che evadono il fisco. Chi non paga le tasse per me è un ladro: beneficia di cure gratuite senza contribuire a pagarle»). Sul Sole è intervenuto il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi, peraltro firmatario assieme ad altri 13 medici e scienziati di un appello pubblicato tre giorni fa, finalizzato a chiedere più risorse per il sistema sanitario nazionale, oggi gravemente sottofinanziato rispetto agli standard europei.

L’analisi di Parisi è un po’ più raffinata ma anche lui non sfugge alla tentazione di chiamare in causa le tasse, poiché rileva che «oggi il 25% della spesa sanitaria è a carico dei cittadini. Se il Ssn potesse recuperare questo 25%, alla fine i cittadini risparmierebbero, anche se per avere questi soldi in più dovesse essere necessario chiedere un lievissimo aumento delle tasse».

Pur con tutto il doveroso rispetto verso chi ha raggiunto vette così alte nel proprio campo di attività, collegare tasse e spesa sanitaria è radicalmente sbagliato per una serie di motivi.

In primo luogo, perché lo Stato non deve incassare per spendere. Non è una famiglia o la salumeria dietro l’angolo. Sotto certi limiti macroeconomici, può sempre indebitarsi – cioè impiegare risparmio privato – per finanziare le proprie spese. Deve certamente tutelare la qualità e l’affidabilità del debito che emette, pena la perdita di fiducia degli investitori istituzionali e delle famiglie, ma non c’è scritto da nessuna parte che un deficit/Pil oltre il 3% o un debito/Pil oltre il 60%, siano delle colonne d’Ercole insuperabili. Deve altresì tenere conto dei vincoli «reali», cioè quelli relativi all’effettiva capacità produttiva della propria economia e all’equilibrio dei conti con l’estero. Così, per fare un esempio d’attualità, risulterebbe inefficace spendere, oltre una certa soglia, risorse per incentivi all’edilizia, che ha un’offerta relativamente rigida, finendo per fare aumentare solo i prezzi.

In secondo luogo, nel bilancio pubblico nessuna singola entrata è specificamente destinata a finanziare una singola spesa. È il bilancio nel suo complesso che deve essere in equilibrio, per cui, chi dà la colpa agli evasori, potrebbe benissimo invocare il taglio di altre spese. Per esempio, potrebbe dare la colpa alle spese per il Superbonus o per le armi all’Ucraina. Sono argomenti che hanno lo stesso (scarso) pregio.

Infine, prendersela con le tasse insufficienti significa credere possibile che in Italia le entrate tributarie possano agevolmente superare i 611 miliardi a bilancio per il 2024. Quando proprio ieri l’Istat ha reso noto che la pressione fiscale nel quarto trimestre 2023 si è attestata al 50,3% (contro il 49,1% dello stesso periodo nel 2022). Nell’intero 2023, siamo al 42,5% e nel 2024 dovrebbe fermarsi al 42,3%. Si vuole forse sostenere che questo Paese possa reggere a una pressione fiscale intorno al 45%, com’è accaduto tra il 2012 e il 2015, con gli esiti nefasti che ben ricordiamo? Perché forse è poco noto che il Pil incorpora già una stima del sommerso e la lodevole lotta all’evasione fiscale non può che contribuire alla riduzione delle tasse sulla platea dei contribuenti onesti, ridistribuendo l’onere complessivo con maggiore equità, non certo essere chiamata in causa per una tardiva e strumentale campagna a favore della spesa sanitaria.

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