Dalle discoteche alle piscine, ecco i dimenticati dalle riaperture
  • Il governo ha cambiato parametri e ha dato ossigeno a palestre, bar e centri commerciali. Ma sul coprifuoco serviva più coraggio.
  • Friuli, Molise e Sardegna dall’1 giugno potrebbero entrare nella zona in cui bastano soltanto distanziamento e norme igieniche. Seguite il 7 da Abruzzo, Liguria e Veneto.

Lo speciale contiene due articoli.

Nell’immediata vigilia della cabina di regia chiamata a decidere sulle riaperture, La Verità aveva invocato scelte nette, non mediazioni improntate all’equilibrismo politico o a una sorta di «manuale Cencelli» applicato all’uscita dal lockdown strisciante: una concessione aperturista bilanciata da un paletto chiusurista.

In particolare, avevamo avanzato quattro proposte secche: eliminazione della mascherina all’aperto; abolizione (e non solo mini revisione) del coprifuoco; via libera ai ristoranti anche al chiuso (e ad altre attività nella stessa situazione: ovviamente con adeguati protocolli di sicurezza); e infine abbandono del criterio dell’Rt.

A giochi fatti, dopo le decisioni del governo, gli ottimisti potranno vedere il bicchiere mezzo pieno, mentre ai pessimisti apparirà inevitabilmente mezzo vuoto. La sensazione è che le luci e le ombre convivano, e che sia opportuno esaminare sia ciò che va nel decreto, sia ciò che non va.

In positivo, c’è indubbiamente il segnale complessivo che giunge al Paese: un’altra e assai consistente «rata» di libertà è stata finalmente riconquistata. In questo, Mario Draghi ogni volta manda un po’ più in fuorigioco la linea chiusurista di Roberto Speranza: e appare francamente patetico il tentativo del ministro, nonché del Pd, dei grillini e di Leu, di provare a intestarsi oggi le riaperture da loro fino a ieri sistematicamente osteggiate.

In concreto, va molto bene (esattamente nel segno degli auspici della Verità) l’abbandono del criterio dell’Rt. I parametri di valutazione saranno disboscati (da 21 saranno ridotti a 12), ma soprattutto – il che è assolutamente ragionevole – i due elementi decisivi di valutazione saranno rappresentati dal livello di pressione sulle strutture ospedaliere, e in particolare dal rischio di saturazione dei reparti di terapia intensiva. Si supera dunque un sistema che nelle ultime settimane, a numeri bassi, rendeva possibile sulla base di un incremento anche contenuto dei contagi la penalizzazione eccessiva di un territorio.

Soddisfacente anche la scelta che riguarda i centri commerciali, riaperti anche nel weekend, e quella relativa ai ristoranti e ai bar, che ricevono un via libera all’attività al chiuso dal primo giugno (inclusa la consumazione al bancone del bar). Per ciò che riguarda i ristoranti, sempre dal primo giugno, varranno regole stringenti ma complessivamente tollerabili: quattro persone al tavolo, un metro di distanza tra i tavoli, mascherina quando ci si alza dal tavolo. Molto positiva (anche con anticipazione al 24 maggio) la riapertura delle palestre, con distanza di due metri e adeguati strumenti di ricircolo dell’aria: una boccata d’ossigeno per attività che erano state tra le più penalizzate. Globalmente buono anche il segnale per il settore delle cerimonie e del wedding: via libera dal 15 giugno, sia pure con l’incognita del green pass e la soluzione burocratica di dover individuare un «Covid manager», cioè una persona responsabile del rispetto di regole e protocolli.

Veniamo alle dolenti note. È certamente deludente la soluzione (a gradualità troppo lenta) adottata sul coprifuoco: consentire da subito una sola ora in più (le 23) rischia di non aiutare molto la ristorazione. Per slittare alle 24 bisognerà attendere il 7 giugno, e addirittura il 21 giugno per riconquistare libertà totale. Soprattutto in termini di principio, e cioè di libertà fondamentali dei cittadini, di rapporto tra individuo e Stato, questo è probabilmente il capitolo più incomprensibile e meno accettabile. Anche perché non c’è alcuna base scientifica che giustifichi questa limitazione del diritto di ciascuno a uscire di casa oltre una certa ora.

Molto deludente anche il fatto che non si siano prese decisioni per accantonare l’uso della mascherina all’aperto. Con la bella stagione e un minimo di opportuna distanza, era un obbligo da superare. Un conto è restare imbavagliati al chiuso o dove non sia possibile rispettare la distanza, ma all’aria aperta il mantenimento dell’obbligo appare incomprensibile.

Malissimo infine per due settori. Le piscine al chiuso (e ciò appare surreale) vengono tenute bloccate fino al primo luglio, e si tratta di un autentico colpo di grazia. Sorte ancora peggiore per le discoteche, di fatto ferme sine die: non è stata loro comunicata alcuna data di eventuale riapertura. «Siamo trattati come untori», protestano (giustamente) i gestori. Ed è francamente incredibile che tuttora si addebiti a qualche ballo di luglio 2020 la terza ondata scoppiata a ottobre, e invece certamente legata al mix scuole più trasporti pubblici.

Sul fronte politico, va sottolineato il segnale che Giancarlo Giorgetti (sentito dal Corriere della Sera) ha inequivocabilmente lanciato agli alleati. Da un lato, il ministro leghista dello Sviluppo ha rivendicato i risultati raggiunti, dall’altro – a partire dal coprifuoco – non ha nascosto ciò che manca («Volevamo di più», ha onestamente ammesso), ma soprattutto ha aggiunto: «Siamo rimasti soli a fare questa parte», cioè a insistere per maggiori riaperture, lasciando a verbale un’inequivocabile definizione («non pervenuta») a proposito di Forza Italia.


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