- Il governo al lavoro per allungare i tempi e rendere meno rigida la direttiva Ue che impone la riqualificazione energetica.
- Un salasso per le famiglie: 7 su 10 sono proprietarie. La percentuale di chi possiede l’abitazione in cui vive è più alta soltanto in Romania e Ungheria. Gli italiani, peraltro, pagano già parecchie tasse: la patrimoniale (Imu), quelle sui servizi (Tasi) e sui rifiuti (Tari). Confedilizia: «Rischia pure il mercato degli affitti».
Lo speciale comprende due articoli.
La posta in gioco è altissima, e consiste in un rischio esiziale a carico del mattone e dei risparmi degli italiani. E a peggiorare le cose c’è un mix di cattive intenzioni (chi, dall’estero, vuole dare il colpo finale alla ricchezza privata italiana) e di crassa ignoranza (chi finge di non sapere che un conto è tirar su un casermone alla periferia di Bruxelles, altro conto è intervenire su un immobile in un borgo o in un centro storico o in un piccolo Comune italiano).
Davanti a una sfida così delicata, il governo e la maggioranza sembrano aver impostato la partita con consapevolezza (alla risoluzione parlamentare annunciata quattro giorni fa dal capogruppo alla Camera di Fdi, Tommaso Foti ,si è aggiunta ieri, sempre a Montecitorio, una mozione leghista a prima firma del capogruppo Riccardo Molinari) e anche con una certa dose di prudente saggezza. Dal governo, infatti, non sono venute né rodomontate né promesse a vanvera: ma è certo che l’esecutivo stia già lavorando – come La Verità è in grado di anticipare – per una significativa strategia di riduzione del danno.
In fondo, è la prosecuzione di quanto avvenne un anno fa, quando la denuncia congiunta della Verità e di Confedilizia già smontò le minacce più assurde: fino a un surreale divieto di vendita e di affitto (a Bruxelles si era arrivati a ipotizzare perfino questo!) delle abitazioni di classe energetica inferiore a quanto le misure Ue puntassero a imporre in prospettiva. Ora si tratta di fare altri passi decisi per sminare il terreno.
Matteo Salvini, ieri, è parso cauto: «Non sarà semplice bloccare la direttiva Ue: ho chiesto che il governo italiano si impegni», ha detto. E ancora: «Perché non si è intervenuti prima? Io sono ministro oggi e stiamo lavorando sulle alleanze internazionali. Stiamo lavorando per spiegare alla Ue che vogliamo inquinare il meno possibile, senza fare qualcosa di insensato».
Conversando con La Verità, è il viceministro dell’Ambiente, Vannia Gava, a fare il punto della situazione, distinguendo tra ipotesi del tutto «irricevibili», altri obiettivi che invece vanno molto spalmati nel tempo, più un necessario allargamento degli spazi di decisione autonoma nazionale, e uno sforzo complessivo volto a trasformare la logica degli obblighi in incentivi.
Esordisce la Gava interloquendo con il nostro giornale: «Siamo d’accordo nel fissare un cronoprogramma che gradualmente consenta di rigenerare il patrimonio edilizio, con risparmio energetico, riduzione dei consumi e azzeramento delle emissioni. Ma ci opponiamo assolutamente a una strategia dai ritmi serrati e non realizzabili che ha l’unica conseguenza di svalutare il patrimonio edilizio e di creare speculazioni immobiliari di cui possono beneficiare solo fondi e società stranieri».
E nel caso peggiore, cioè se passasse la tempistica più insostenibile? Allora deve pagare tutto Bruxelles: «Un cronoprogramma così rigido si può realizzare solo con la messa a disposizione da parte dell’Ue di fondi straordinari con cui sovvenzionare gli interventi dei ceti medio-bassi nella quasi totalità dei costi, ricordando che l’Italia e altri Paesi del Sud scontano un patrimonio edilizio vecchio». Ma è evidente che questa sarebbe l’ipotesi peggiore: anche perché massacrerebbe i proprietari non ricompresi nella vaga definizione di «ceti medio-bassi».
E allora ecco perché occorre un «compromesso» che allarghi lo spazio dei programmi nazionali. E qui la Gava fa sapere di aver «già sentito il ministro Giancarlo Giorgetti per fissare un incontro con l’obiettivo di rivedere l’intero sistema di incentivi all’edilizia».
L’altra carta che la Gava intende giocare sta nella divaricazione tra un testo peggiore (quello elaborato prima dalla Commissione Ue e poi dalla commissione Industria-ricerca-energia del Parlamento europeo) e una bozza un po’ meno irragionevole (quella del Consiglio dei ministri dell’Energia). E qui sta il punto: l’idea di imporre il rinnovo del parco immobiliare prevedendo per tutti gli edifici almeno la classe F nel 2030 e almeno la classe E nel 2033 è esplicitamente definita dalla Gava «irricevibile». Ora, dopo la procedura di codecisione, esistono due testi, come spiega la stessa Gava: «Il Consiglio ha una bozza revisionata e il Parlamento ne ha un’altra, che devono essere votate nella versione definitiva nelle prossime settimane. Dopodiché la presidenza deve metterle insieme, e solo dopo Consiglio e Parlamento voteranno la versione finale».
Nella versione (peggiore) del Parlamento, «rimane l’approccio previsto inizialmente dalla Commissione, con la differenza che dal 2030 gli edifici residenziali devono essere in classe E (non F) e che dal 2033 devono essere in classe D (non E)». Obiettivi insostenibili.
«Nella versione del Consiglio», nota invece la Gava, «l’approccio è più morbido: paletti da subito per le nuove costruzioni e le ristrutturazioni importanti; obbligo di conseguire un “consumo medio” del parco immobiliare equivalente alla classe D entro il 2033». Se così fosse, ci sarebbe un passo avanti, secondo il viceministro: «Da un lato, non c’è l’obbligo di ristrutturare niente; dall’altro lato occorre fare un programma di ristrutturazioni che arrivi a un consumo “medio” di classe D, quindi si può iniziare a ristrutturare pian piano perché le classi energetiche inferiori saranno compensate» da quelle che già oggi sono nelle classi superiori.
La battaglia è solo all’inizio: ed è auspicabile che il governo sia prudente nelle parole ma determinatissimo nel negoziato.
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