Niente bozza fino all’ultimo, anche se il Consiglio dei ministri destinato a partorire la manovra è stato preceduto da una riunione di maggioranza tra i gruppi parlamentari. Giancarlo Giorgetti, come al suo solito, intercettato dai giornalisti in Aula ha negato ogni dissidio. Qualcuno deve essercene stato, visto il ritardo nel compilare il testo. Di certo sul tema inerente le imposte digitali e l’intervento sul reddito di cittadinanza che verrà, alla fine, soltanto potato.
Nel dettaglio, dovrebbe arrivare un taglio del cuneo fiscale di due punti per i redditi inferiori a 35.000 euro (in scia a quanto fatto in precedenza dal governo Draghi) e di un altro punto per chi ha un reddito fino a 20.000 euro. Capitolo flat tax: la soglia per le partite Iva che possono accedervi dovrebbe passare da 65.000 a 85.000 euro, potrebbe fermarsi invece sullo «scoglio» dei costi troppi alti l’intenzione di inserire per i lavoratori dipendenti una flat tax incrementale (cioè sull’eventuale aumento di reddito rispetto agli anni precedenti). Ieri, Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, avrebbe incontrato il ministro dell’Economia leghista. Un incontro durato poco più di un’ora, per fare il punto sulle misure ancora da definire in vista del cdm che si è tenuto ieri sera a partire dalle 21. «L’intenzione del governo è rifinanziare il taglio del cuneo fiscale già messo in atto dal governo Draghi e anche aumentarlo per i redditi più bassi dei lavoratori», ha confermato Giorgetti, sottolineando che le altre misure discusse dai giornali sono «ipotesi presentate nel corso della riunione che sono in corso di valutazione politica». E proprio sulla revisione del reddito di cittadinanza, il Movimento 5 stelle è pronto a dare battaglia: «L’ossessione di Meloni è smantellare il reddito di cittadinanza. L’esecutivo sta lavorando per tagliare questo sostegno vitale ai cosiddetti occupabili», ha detto Giuseppe Conte in un’intervista a La Repubblica nella speranza di continuare a cavalcare l’onda che l’ha spinto durante la campagna elettorale. «Gli occupabili sono 660.000 con storie ben complesse». Per Conte, si potrebbe riformare il reddito di cittadinanza «rendendolo più compatibile con il reddito da lavoro, diminuendo il livello di tassazione ai percettori che accettano un lavoro, almeno per un periodo iniziale».
La realtà è ben diversa dai desiderata politici dell’avvocato di Volturara Appula, ma è altrettanto vero che il governo non userà l’accetta, ma il bisturi. Difficile che dalla mini riforma del Rdc spunti più di due miliardo e mezzo di risparmi, visto la riduzione del periodo di competenza da 12 a 8 mesi. Non a caso il governo avrebbe deciso di mettere in campo un intervento sulle pensioni sostanzialmente di facciata. L’ipotesi di una uscita a quota 103 ma con un minimo di requisiti pari a 41 anni di contributi non dovrebbe toccare più di 50.000 persone. Costo della norma non superiore ai 200 milioni. Anche per il fatto che la misura riguarderà esclusivamente il 2023. Tradotto, senza altre modifiche fra un anno scatterà la riforma Fornero. Nel frattempo, e non è un buon segno, a finanziarie le uscite anticipate sarà la riduzione del 50% della rivalutazione degli assegni superiori ai 2.000 euro. Come fossero assegni ricchi. Non è comunque l’unico intervento discutibile. Anche il tema prelievo fiscale sulle sigarette tradizionali ha aperto una discussione. Il governo ha confermato la scelta presa nel 2020 di alzare di un 5% l’imposta sul tabacco riscaldato, mentre ha deciso di aumentare le accise sulle bionde tradizionali. Di quanto? lo scopriremo stamani. Di certo c’è solo il perimetro complessivo: 300 milioni. È infatti la cifra che serve per coprire almeno parzialmente il taglio dell’Iva sui carburanti. Altri 300 milioni sono attesi dal raddoppio dell’imposta sull’ecommerce dei market place. A oggi il prelievo è del 3%. Su spinta di Forza Italia andrà al 6% e alla fine nonostante lo storytelling colpirà i piccoli venditori e non certo Amazon. Accantonata, si spera, la tassa sulle consegne degli ordini online. Una voce forse spinta da qualche singolo deputato che non ha avuto eco dentro Palazzo Chigi. Sarebbe comunque stata un buco nell’acqua. Un po’ come tutte le micro tasse. In sostanza, il rischio di questa manovra è risultare del tutto sbilanciata verso la componente energia. Dei 32 miliardi complessivi, circa 21 saranno a deficit e tutti destinati a combattere il caro bollette e il sostegno alle aziende colpite dai picchi energetici. Il rimanente sarà frutto di risparmi (Superbonus e reddito di cittadinanza) e rimodulazione delle imposte. Flat tax da un lato e dall’altro riorganizzazione delle tax expenditures. Anche il taglio del cuneo è una buona cosa ma non servirà in alcun modo – vista l’esiguità dei fondi – a contribuire alla crescita dei consumi. Bene il taglio dell’Iva sui beni di prima necessità. La legge finanziaria, per come appariva ieri in ingresso al cdm, sembra scritta da Mario Draghi e sicuramente si mostra in continuità con il precedente governo. Giorgia Meloni ha preferito concentrarsi sull’emergenza energetica, scelta comprensibile e condivisibile, ma non sembra disposta in questo momento a intervenire sulla struttura produttiva del Paese con scelte definitive e strutturali. I leader di maggioranza hanno ripetuto nelle ultime ore che ci sono cinque anni per attuare il programma. Vero, però i mesi passano in fretta e di solito la spallata scatta all’inizio e non quando i rapporti sono più logori. Se l’anno prossimo l’economia ripartisse allora la Meloni potrà dire di aver vinto la scommesso e tappato i problemi energetici in vista del rialzo del Pil. In caso contrario il taglio strutturale delle tasse rimarrebbe un miraggio.
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