«Banconote e monete non sono sinonimo di evasione fiscale»
L’esperto, Domenico Lombardi, professore di Politiche economiche e Governance dell’Eurozona alla Luiss e direttore del Luiss Policy Observatory
L’esperto, Domenico Lombardi, professore di Politiche economiche e Governance dell’Eurozona alla Luiss e direttore del Luiss Policy Observatory: «Troppe narrazioni semplicistiche. Eppure Austria e Germania sono tra i Paesi che usano di più il denaro liquido».

Nonostante il pressing delle istituzioni monetarie e la campagna a esso contraria, il contante resiste. Domenico Lombardi, professore di Politiche economiche e Governance dell’Eurozona alla Luiss e direttore del Luiss Policy Observatory, offre un’analisi del fenomeno.

Come se lo spiega?

«L’uso del contante riflette fattori normativi, tecnologici, ma anche culturali legati ad abitudini e convenzioni che tendono a stratificarsi nel tempo. In Europa, la Germania e l’Austria sono tra i Paesi che utilizzano maggiormente il contante, seguiti dall’Italia, dove è usato tipicamente per transazioni di piccolo importo. All’estremo opposto vi sono i Paesi scandinavi, che utilizzano poco il contante in favore di strumenti di pagamento di natura bancaria. In Italia, è prevalsa una narrativa semplicistica dove il contante è sinonimo di evasione fiscale e attività illecite. In realtà, la questione è più complessa. Contribuisce, infatti, all’uso del contante la dinamica demografica: le persone anziane preferiscono il contante rispetto alla moneta bancaria e all’infrastruttura elettronica su cui transita; vi è, poi, una sensibilità per la privacy che ritroviamo anche in altri Paesi come la Germania, che non sono proprio famosi per la loro economia sommersa. Detto questo, il contante non facilita la tracciabilità dei flussi di pagamento. Di qui, la pressione regolamentare verso un maggior utilizzo di moneta bancaria».

Quanto influisce il timore delle truffe digitali?

«Il timore delle truffe digitali ostacola la diffusione dei pagamenti elettronici e rafforza la tendenza all’utilizzo del contante proprio in quelle fasce di popolazione, come gli anziani o coloro con bassa alfabetizzazione digitale, che sono già restii all’utilizzo di mezzi di pagamento elettronici. Le banche stanno investendo in tecnologie di sicurezza sempre più avanzate. Tuttavia, gli strumenti utilizzati per rendere più sicure le transazioni elettroniche, come il riconoscimento biometrico e il token dinamico, aumentano ulteriormente la distanza rispetto a coloro che hanno una scarsa familiarità col mondo digitale, mantenendo alta la percezione del rischio».

Il blackout in Spagna potrà condizionare il passaggio ai pagamenti digitali da parte di chi ancora nutre qualche perplessità?

«Il blackout registrato nella penisola iberica per parecchie ore lo scorso aprile ha mostrato la vulnerabilità di intere infrastrutture, compresa quella per i pagamenti elettronici, che richiedono connettività ed energia elettrica. La lezione che se ne può trarre è duplice. Da un lato, occorre sviluppare dei sistemi più resilienti in grado di garantire la fluidità dei pagamenti in condizioni avverse. Dall’altro, episodi del genere mostrano l’importanza del contante in situazioni di emergenza come quella descritta, dove era l’unico mezzo di pagamento a essere accettato. Nel complesso, l’episodio in parola non altera la dinamica verso un sistema dei pagamenti sempre più digitale, a patto che diventi anche più resiliente non solo rispetto a shock avversi come quello descritto ma anche a potenziali attacchi cyber da parte di soggetti o nazioni ostili».

L’euro digitale (dal 2026 avverrà l’introduzione di questo strumento da parte della Bce) rappresenta un rischio per la privacy? Quali sono le altre problematiche che pone?

«La Bce ha promesso la massima privacy possibile, ovviamente nel rispetto della normativa in vigore che prevede presidi antiriciclaggio e di contrasto al finanziamento di attività illecite. L’euro digitale rappresenta una significativa innovazione dal punto di vista tecnologico, della stabilità finanziaria e della trasmissione della politica monetaria. Non è un caso che stia richiedendo uno sforzo significativo da parte della Bce e di tutte le banche centrali dell’Eurosistema. Credo che sarà necessaria un’ampia campagna informativa per spiegare al cittadino europeo quali opportunità presenta e come gestire al meglio i rischi. Rappresenta anche una straordinaria opportunità nel mostrare un’Europa alla frontiera dell’innovazione e nel sostenere il ruolo internazionale della moneta comune. Sinora, le valute digitali sono state introdotte, a diversi livelli di sperimentazione, da banche centrali di piccole economie, come le Bahamas, o di Paesi autocratici, come la Cina. L’euro digitale sarà la prima valuta di riserva del sistema monetario internazionale a operare, appunto, in ambito digitale. Per il dollaro occorrerà attendere ancora diversi anni».

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