- La spesa per un conto sale del 10%. Rincarano canoni online e surroghe mutui. E con i bancomat…
- E se l’Arbitro le condanna a pagare non lo stanno nemmeno a sentire. Dal 2009 in via Nazionale esiste un organismo per dirimere le controversie. Ma gli istituti di credito spesso non rispettano le sue decisioni e non versano il dovuto. E nessuna autorità può obbligarle a farlo.
Lo speciale contiene due articoli.
Zitte zitte, senza sollevare scandali e clamori, le banche hanno ricominciato a strizzare le tasche dei correntisti. Non che avessero mai sospeso l’attività di spremitura, ma durante la stagione di Mario Draghi alla Banca centrale europea era una manovra troppo sporca aumentare le spese mentre Francoforte azzerava i tassi d’interesse. Ora i tassi restano sottozero e le banche cercano di convincerci che tenere soldi sul conto corrente è un lusso che si paga. Unicredit colpirà con tassi negativi i paperoni con liquidità superiore ai 100.000 euro. Ma le banche hanno già ripreso da tempo a torchiare anche chi non raggiunge capitali simili con la scusa delle «spese di sistema», cioè i costi sostenuti per il fondo Atlante istituito per salvare gli istituti sull’orlo del crac. Oneri scaricati sulla clientela.
L’anno scorso l’aumento delle commissioni sui conti correnti ha avuto un netto rialzo. Lo ammette la stessa Banca d’Italia, che ogni anno pubblica un’indagine specifica. Il dossier pubblicato poche settimane fa, riferito al 2018, mostra che la spesa per gestire un conto bancario è cresciuta in media di 7,5 euro in 12 mesi portando la spesa media annua a 86,9 euro (+10% circa): in realtà, una famiglia media può arrivare a spendere anche 145 euro per la tenuta del conto più il bollo. Bankitalia riconosce che «si tratta di una netta accelerazione rispetto al precedente biennio». In quel periodo, infatti, i costi erano saliti complessivamente di 2,9 euro: 1,1 euro nel 2016 e 1,8 euro nel 2017.
In precedenza, era accaduto tutt’altro. Nel 2015 le spese di gestione erano calate di 5,8 euro e nel 2013 di 6,9 euro. Nel 2016 è dunque avvenuta un’inversione a «U», con ritocchi all’insù dei costi che l’anno scorso si sono trasformati in un’impennata. Le voci che più hanno inciso sono quelle del canone base e dei canoni per utilizzare le varie carte di pagamento: bancomat, carte di debito e carte di credito. Il che fa capire chi saranno le prime a guadagnare quando entrerà a regime la stretta sul contante: il costo di una carta di credito può arrivare a toccare i 168 euro annui più gli eventuali interessi per i rimborsi a rate.
C’è un modo per evitare queste mini stangate, almeno in parte? Certo: aprire un conto corrente online. L’indagine di Bankitalia parla chiaro: se un conto normale costa in un anno quasi 87 euro, per i conti online si precipita a 15,5 euro. E non si registrano variazioni apprezzabili: nel 2017 il costo annuo era pari a 15,3 euro. I tempi però stanno cambiando anche qui. CheBanca!, l’istituto online di Mediobanca, dal 1° gennaio triplicherà il canone per i clienti a bassa operatività: da 12 a 36 euro annui. Probabile che altre banche seguiranno l’esempio.
Le cifre dell’online restano inferiori a quelle dei conti tradizionali. Ma le banche sanno che una buona fetta della clientela non ama troppo il «fai da te». Molti chiedono un consulente, non si fidano della sicurezza delle connessioni Internet casalinghe, hanno paura di sbagliare premendo qualche tasto. Oppure, semplicemente, non hanno un computer o uno smartphone su cui operare. Sono per lo più persone anziane, abitudinarie, non troppo «smart». Le categorie più deboli della clientela bancaria. Ed è soprattutto su di loro, i fedelissimi dello sportello, che si abbatte la scure dei rincari sulle commissioni. Perché, oltre che le spese per la tenuta del conto, questi correntisti devono pagare anche ogni operazione effettuata agli sportelli: prelievi, versamenti, bonifici, assegni, saldo delle bollette, invio degli estratti conto.
Qualche istituto fa pagare anche i bancomat di ultima generazione, quelli contactless, più evoluti delle tessere che vanno strisciate. Aumentati anche gli interessi sui fidi, sui prestiti e sulle commissioni sullo scoperto: i tassi passivi si attestano in media sul 14%. Ma occhio soprattutto alle commissioni su bonifici eseguiti da un operatore allo sportello e sugli assegni da incassare: la settimana scorsa è stato segnalato all’Adusbef (associazione di tutela dei consumatori nel settore bancario e finanziario) il caso di un correntista che si è sentito chiedere 9,9 euro per cambiare un assegno da 100 euro intestato «a me medesimo». E l’addetto non gli ha nemmeno rilasciato la contabile giustificativa.
Banca Intesa, la maggiore in Italia, dal 1° agosto ha applicato rincari fino a 120 euro annui a tappeto, coinvolgendo nell’operazione anche i conti Zerotondo originariamente privi di canone. L’aumento è stato calcolato in base alla giacenza media: più depositi, più paghi. È il rovescio della medaglia dei tassi negativi Unicredit. Siccome i tassi sono bassi e i costi strutturali alti, le banche cercano di rifarsi sui clienti. Intesa ha applicato alla giacenza media del 2016 una percentuale corrispondente al calo di uno dei tassi di riferimento della Bce, il Dfr (Deposit facility rate). È stato calcolato che chi ha aperto il conto prima del 2009, con una giacenza media di 10.000 euro nel 2016, subisce un aumento di 10 euro mensili, 120 all’anno.
Questa è la parte dei rincari che si vede. Poi c’è il sommerso, cioè la pigiatura occulta, una serie di operazioni da cui le banche fanno di tutto per spremere soldi ai clienti. Prendiamo un proprietario di casa con un mutuo da pagare. Con i tassi ai minimi storici, è sempre più conveniente abbassare gli importi delle rate trasferendo il prestito con un’operazione di surroga, che al cliente non costa nulla. Ne siamo sicuri? Per prima cosa, la nuova banca per accendere il mutuo chiede di aprire un nuovo conto, sul quale fa pagare le spese di gestione. Poi fa capire che sarebbe meglio aggiungere una polizza assicurativa perché di questi tempi non si sa mai e comunque ciò facilita la concessione del mutuo a tasso sottozero. E se il cliente non ha la liquidità per assicurarsi, nessun problema: la banca gli viene generosamente incontro con un prestito personale a tasso di favore. Alla fine, si tira una riga, si sommano le varie voci (rata, polizza, commissioni), si constata che il totale è inferiore alla rata attuale e il cliente firma tutto giulivo. Intanto la nuova banca ha aperto un nuovo conto, fatto un’assicurazione, concesso un prestito personale e intascato interessi e commissioni varie. Tempo 6 mesi e si può star certi che scatterà un ritocchino al canone mensile del conto. La banca ci guadagna sempre.
Altre stangate si sono abbattute su quanti hanno contratto mutui in valuta estera, soprattutto in franchi svizzeri. «La banca non ha mai evidenziato il rischio legato al cambio», spiega Sheila Meneghetti, vicepresidente di Tuconfin, associazione di tutela dei risparmiatori, lei stessa intestataria di un mutuo con Barclays raddoppiato in pochi mesi. «Altre banche che avevano offerto prodotti analoghi, come Ubi, hanno cercato di andare incontro ai clienti. Ma Barclays è un istituto inglese e va dritto in tribunale, nonostante le numerose sentenze anche in altri Paesi europei che hanno dichiarato nulli i rincari dovuti al cambio. Barclays ha piazzato a tappeto questi prestiti quando il franco svizzero era a picco e poi ha aumentato i tassi per coprirsi dal rischio del cambio». Che è stato scaricato sugli ignari mutuatari.
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