- Puniti alle urne, gli ambientalisti sono ora la stampella preferita di Ursula von der Leyen. Ma il loro potere, attraverso enti privati e burocrazia, porta ideologie disastrose. Che il centrodestra dice di voler combattere.
- Un complesso reticolo di associazioni, professori, presunti esperti e Ong, anche finanziato da Bruxelles, ha un ruolo chiave nel processo decisionale. Ascoltati e sovvenzionati pure gruppi di pressione Usa.
Lo speciale contiene due articoli.
Fissata l’agenda della plenaria: giovedì prossimo alle 13 si vota per il bis di Ursula von der Leyen. I Socialisti che a oggi sono i primi azionisti del gruppo (assieme al Ppe) hanno fatto sapere che serve «una maggioranza larga che coinvolga pienamente e strutturalmente i Verdi». A dirlo Brando Benifei, capo delegazione del Pd a Bruxelles. Durante l’incontro gli esponenti delle delegazioni dei gruppi parlamentari sono rimasti abbastanza vaghi in merito al voto sulla maggioranza guidata dalla politica tedesca. Hanno ovviamente fatto eccezione i Popolari (il gruppo di cui fa parte la Von der Leyen) che le assicurano la fiducia e la Lega, che invece ha ribadito un secco «no» condiviso dal neonato gruppo dei Patrioti.
Meno categorico invece Nicola Procaccini, vicepresidente dei Conservatori e riformisti (Ecr) per Fratelli d’Italia. L’emissario di Giorgia Meloni in Europa punta sui temi e sull’agenda. Un modo anche per lasciare aperte le porte sia in termini di vicepresidenza all’Eurocamera (Ecr punta ad almeno due incarichi, uno di questi potrebbe essere Antonella Sberna), sia per garantire i margini di trattativa necessari per assicurare all’Italia un commissario europeo di peso. Possiamo parlare invece di consenso unanime da parte delle delegazioni italiane di tutti gli schieramenti intorno al nome di Roberta Metsola (Ppe), che punta a godere di un ampio consenso per il suo secondo mandato in qualità di presidente del Parlamento europeo. L’obiettivo della politica maltese è farsi il secondo giro e a metà mandato, come da libretto, e lasciare per candidarsi a premier dell’isola. E a quel punto avere i galloni per presentarsi alla presidenza della Commissione fra cinque anni. Per carità, un’era geologica.
Intanto i giochi veri saranno da fare immediatamente dopo il 18, cioè all’indomani dell’elezione della Von der Leyen. E qui si torna al nodo cruciale. Che peso avranno i Verdi? Benifei ha dichiarato che il gruppo S&D sta portando avanti un confronto con la Von der Leyen, a cui ha chiesto di «lavorare con una maggioranza larga che coinvolga pienamente e strutturalmente i Verdi». Rispetto al voto l’eurodeputato ha però precisato che «le premesse sono buone», ma che i socialisti hanno bisogno di maggiore chiarezza su alcuni temi cari ai socialisti: la tutela della libertà di informazione, l’agenda sociale europea, la transizione ecologica e digitale, il diritto alla casa. Su questi aspetti, ha ribadito, «abbiamo avuto solo un inizio di risposta». Dopo un sì manifestato su Twitter la scorsa settimana dal copresidente dei Verdi Terry Reintke, Ignazio Marino (eletto assieme a Leoluca Orlando, Benedetta Scuderi, Cristina Guarda, mentre Ilaria Salis e Mimmo Lucano sono passati a The Left) ha parlato di una «discussione ancora in corso nel gruppo dirigente».
Purtroppo per chi ha a cuore l’industria del Vecchio continente, Marino ha aggiunto che «le risposte sulla transizione climatica risultano soddisfacenti», salvo specificare che i Verdi sono in dubbio rispetto al modo in cui la candidata alla presidenza intende affrontare la guerra in Ucraina così come il tema «delle stragi in Israele e a Gaza», dato che la Von der Leyen «finora non ha parlato di cessate il fuoco», ha concluso Marino. Niente di che meravigliarsi se per stare in piedi il Ppe tira a bordo certi eletti la cui linea elettorale li vedrebbe meglio in un Parlamento del Medio Oriente o in Iran. Il dato preoccupante sta nel fatto che il tentativo di Renew di scalare la classifica dei gruppi, superando Ecr, sia saltato per colpa dei deputati di Volt che si sono aggiunti al gruppo Verdi Ale. Il che riporta l’agenda della transizione green di nuovo in cima alle priorità. Tradotto significherebbe andare avanti con l’elettrico, le imposizioni sulla legge Natura, i divieti e le progressive tasse sulle emissioni e su tutto ciò che è industria e manifatturiero.
In molti elettori di centro destra alberga una speranza. Cioè che una volta eletta la Von der Leyen possa decidere di tradire le promesse fatte ai Verdi e virare verso le richieste di Ecr, il gruppo di destra più moderato.
In fondo non sarebbe la prima volta. Tanto più che il Parlamento dopo il voto di fiducia non viene minimamente consultato né nella fase di distribuzione delle commissioni né in quella delle deleghe e dei relativi portafogli. L’Ambiente potrebbe finire spacchettato, ad esempio. Come è successo con l’Economia finita nelle mani di Paolo Gentiloni nel 2019. Speranze a parte va tenuta presente la classe dirigente presente a Bruxelles. Negli anni nominata dai Socialisti, oppure da francesi e tedeschi. Qui la cultura è contigua al modello del Green new deal. C’è quindi da aspettarsi che anche se Ursula decidesse di tradire le promesse ai Verdi, la strategia rientrerebbe dalla finestra. Alla fine conta chi scrive le leggi a Bruxelles più ancora di chi le presenta. E ad avere carta e penna sono appunto i funzionari che politicamente si rivolgono ai dem e a tutte quelle Ong e o a quei think tank che negli ultimi cinque anni sono servita da scusa e sponda per la transizione green impostata dall’olandese Frans Timmermans. Gli industriali italiani alzino le orecchie: sono momenti delicati.
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