I bagni spagnoli svegliano la Merkel: «L’immigrazione è un problema»
Ansa
Le vacanze della cancelliera portano all’intesa con Pedro Sánchez: i migranti accolti da Madrid non devono arrivare a Berlino. Rispunta la nave Aquarius con 141 a bordo: «Ci rifiutano tutti, l’Ue ci dica dove attraccare».

Sul tema dei migranti la Spagna chiama e Berlino risponde. Nella serata di sabato si è svolto in Andalusia un vertice bilaterale tra la cancelliera tedesca, Angela Merkel, e il premier spagnolo, Pedro Sánchez. Una circostanza nella quale i due leader si sono schierati contro il rischio, a loro dire, di una deriva xenofoba. «Siamo arrivati al punto in cui è intollerabile definire essere umano un migrante», ha affermato la Merkel. «I valori su cui si fonda l’Unione europea sono chiari, e tra questi c’è la dignità umana. Per questo», ha aggiunto la cancelliera, «dobbiamo attuare una lotta radicale contro il razzismo».

Al di là della retorica, il meeting di sabato porta con sé importanti conseguenze pratiche. Per chi crede ancora al caso, l’incontro ha coinciso con l’entrata in vigore delle nuove regole sulla gestione dei migranti, sottoscritte dai due Paesi lo scorso 6 agosto. D’ora in poi ogni migrante sbarcato in Spagna che arriva a bussare alle porte della Germania sarà rispedito nella penisola iberica. «In teoria un migrante non dovrebbe mai poter arrivare in Germania», ha affermato Angela Merkel, «ma la realtà non è mai questa».

Parole che tradiscono l’impasse con il ministro dell’Interno, Horst Seehofer, lo stesso che ai primi di luglio aveva minacciato di far cadere il governo proprio sulla questione dei migranti. Nelle scorse settimane Seehofer ha ottenuto l’apertura in Baviera dei cosiddetti «punti di ancoraggio», dei centri di smistamento nei quali i profughi che fanno richiesta di asilo in Germania rimangono «parcheggiati», in attesa di una decisione da parte degli organi competenti. Un punto importante a favore di Seehofer nella gestione dei movimenti secondari, quelli cioè che riguardano gli spostamenti dei migranti da un Paese all’altro dell’Unione.

Nonostante sul piano ufficiale l’accordo non preveda alcuna contropartita per la Spagna, sabato sul piatto c’era anche la questione Marocco. Un Paese che, data la vicinanza alle coste iberiche, costituisce la principale via di passaggio per i profughi che intendono sbarcare sulle coste europee. Ebbene, l’intesa raggiunta tra Spagna e Germania prevede che Rabat benefici, in futuro, di maggiore supporto da parte dell’Unione europea per la gestione dei migranti. Non è dato sapere quali siano le somme effettivamente in gioco, ma fonti citate da El Pais parlano di 130 milioni di euro da utilizzare per «allentare la pressione migratoria» proveniente dalle coste magrebine. Oltre le frasi fatte e la professione di fede contro il razzismo, la questione dirimente del vertice era dunque di natura puramente economica. Senza contare che per la Spagna rafforzare i rapporti con la Germania può significare maggiori chance in sede europea per ottenere importanti concessioni sul budget. Non è certamente un caso se tutta questa disponibilità nei confronti di Madrid arrivi ora che in carica c’è un governo filoeuropeo e, guarda caso, non eletto dal popolo.

Gli affettuosi abbracci volati tra i due capi di governo e rispettive consorti, il clima particolarmente disteso e i sorrisi stampati sui volti dei partecipanti testimoniano che l’intesa porterà buoni frutti per ambo le parti. Un ritorno alla normalità per la politica estera, intossicata da anni di tanto lunghe quanto inutili riunioni collegiali che puntualmente si chiudevano con un buco nell’acqua. Certo, fa specie sentire la cancelliera Angela Merkel che parla di trattato di Dublino che «non funziona» o Pedro Sánchez definire quella dei migranti una «emergenza». Se è vero infatti che da gennaio la Spagna ha accolto più migranti degli altri Paesi europei (28.359 contro i 18.890 dell’Italia e i 25.819 della Grecia), d’altro canto non si può negare che il dato sia falsato, appunto, dallo stop imposto dal governo italiano agli sbarchi. Basta guardare alla fredda realtà dei numeri per ricordare la drammaticità di un fenomeno di cui il nostro Paese negli ultimi anni si è fatto carico praticamente da sola. Stando ai dati forniti dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), dal 2015 a oggi l’Italia ha accolto ben 473.537 migranti, contro gli 87.914 della Spagna. Un dato che, seppure inferiore a quello della Grecia – la quale nello stesso periodo ha accolto oltre un milione di profughi – è risultato particolarmente elevato sia nel 2017 (119.369 arrivi) sia nel 2016 (181.436). Per capirci, gli anni in cui Matteo Renzi e Paolo Gentiloni hanno tentato di applicare lo sciagurato baratto tra accoglienza incondizionata e maggiore flessibilità di bilancio.

Oggi invece, per tenere a bada l’inquieto Seehofer e garantire così la fragile tenuta del proprio governo, Angela Merkel punta a estendere il metodo applicato con Pedro Sánchez anche ad altri Paesi europei. Con il piano di aiuti che volge al termine e la prospettiva di incassare sostanziosi aiuti economici, difficilmente la Grecia si tirerà indietro. Molto improbabile invece che un discorso del genere possa fare breccia nell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte.

Per una strana coincidenza del destino, intanto, l’imbarcazione Aquarius – simbolo della «svolta» italiana con il primo stop imposto da Matteo Salvini – è tornata ieri al centro delle cronache. La nave gestita da Medici senza frontiere ha infatti chiesto «ai governi europei di assegnare ad Aquarius un luogo sicuro di sbarco dopo i salvataggi nel Mediterraneo». A bordo ci sono 141 persone (delle quali 67 minori) prelevate nei giorni scorsi da due diverse imbarcazioni di fortuna. «Le condizioni di salute delle persone soccorse sono stabili al momento, ma molti sono estremamente deboli e denutriti», riferisce il comunicato stampa della Ong. Secondo alcuni testimoni, cinque navi avrebbero ignorato i migranti alla deriva. «Msf e Méditerranée», prosegue il comunicato, «rimangono estremamente preoccupati per le politiche europee che ostacolano l’assistenza umanitaria e che hanno provocato un numero vertiginoso di morti in mare negli ultimi mesi».

«L’Aquarius non vedrà mai un porto italiano», aveva tagliato corto nei giorni scorsi Matteo Salvini. L’ennesimo capitolo di un braccio di ferro destinato senza dubbio a durare ancora a lungo.

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