- Il premier vuole la delega per luglio: il Parlamento sarà centrale e potrà scongiurare patrimoniali e altri assalti al contribuente.
- Cronoprogramma serrato per attuare il documento: a maggio bisogna validare cabina di regia e semplificazioni, poi norme su concorrenza, appalti, Pa, giustizia.
Lo speciale contiene due articoli.
Uscendo – almeno in parte, come vedremo – dalla vaghezza a cui il premier ci ha purtroppo abituato in materia di Recovery plan, Mario Draghi è stato ieri un po’ più preciso sullo specifico capitolo della riforma fiscale. O meglio: non sui relativi contenuti, su cui pesano come spade di Damocle gli interrogativi sollevati ieri dalla Verità in particolare sul catasto, ma quanto meno sul metodo e sui tempi che il primo ministro ipotizza per l’approvazione dei cambiamenti in materia di tasse.
Ecco le frasi esatte di Draghi, che poi cercheremo di decodificare: «La riforma del fisco fa parte di quell’insieme di riforme che, sebbene non ricomprese nel perimetro delle azioni previste dal Piano, devono accompagnarne l’attuazione». E ancora: «Per riformare il sistema fiscale è auspicabile una ampia condivisione politica. Il governo si è impegnato a presentare una legge delega entro il 31 luglio 2021». Conclusione: «È presto per dare risposte su quale sarà la riforma del fisco. È essenziale che il lavoro del Parlamento giunga a compimento e che vengano fornite indicazioni politiche quanto più condivise e puntuali possibili». Questo ragionamento va sviscerato almeno sotto tre punti di vista.
Primo: Draghi ammette che qui non siamo al cuore del Recovery plan, ma stiamo parlando di riforme di accompagnamento. Ergo: più che mai, sta alla politica italiana compiere uno scatto d’orgoglio. Sarebbe paradossale se, per una specie di sindrome di Stoccolma, si portasse nell’ambito delle procedure «ricattatorie» europee ciò che non fa parte del pacchetto ristretto su cui la vigilanza di Bruxelles è più occhiuta. Almeno su questo dovremmo tenerci le mani libere: la riforma fiscale non può e non deve essere assoggettata al metodo quasi da «commissione d’esame» con cui Bruxelles seguirà il Recovery, e meno che mai al pernicioso meccanismo di alert con cui un altro Paese (con modalità ancora da definire) può obiettare all’altrui esecuzione del piano, fermando le relative erogazioni.
Secondo: Draghi ammette la necessità di una «ampia condivisione politica». Con realismo, il premier si rende conto che l’eterogeneità partitica e culturale della sua maggioranza mal si concilia con l’atto più politico (e quindi naturaliter più «divisivo» di tutti), e cioè decidere quanto lo Stato debba prelevare dai contribuenti, da chi e su cosa. Da che mondo è mondo, sta qui il cuore delle differenze politiche.
Terzo: il governo presenterà un disegno di legge delega entro luglio. Qui urge una piccola precisazione costituzionale. Come si sa, la funzione legislativa (scrivere leggi) è appannaggio delle Camere. Il governo può – per così dire – sottrarla al Parlamento, ma con precisi limiti, solo in due casi. Il primo (e non è questo il nostro caso), in situazioni di necessità e urgenza, è il decreto legge (articolo 77 della Costituzione): immediatamente operativo, ma bisognoso entro 60 giorni di un’approvazione parlamentare (la conversione in legge). Il secondo (ed è il nostro caso: e così si sono in genere fatte le riforme fiscali) è il decreto legislativo (articolo 76): in questo caso, il meccanismo si inverte. Prima il Parlamento vara una legge (la cosiddetta legge delega), che indica al governo la materia, i tempi e soprattutto i principi e criteri direttivi a cui l’esecutivo dovrà attenersi. Poi il governo vara i decreti legislativi (detti anche «delegati»). E infine il Parlamento dà un parere su quei decreti.
Può accadere che la legge delega (quella che indica materia, tempi, e principi e criteri direttivi) sia di iniziativa parlamentare, oppure, secondo il preannuncio di Draghi, sia di iniziativa governativa: in questo caso, è lo stesso governo a proporre alle Camere un disegno di legge delega. Ma poi l’iter è quello che abbiamo appena descritto: approvazione del ddl in entrambi i rami del Parlamento (con tutti i passaggi necessari affinché Camera e Senato approvino esattamente lo stesso testo), poi varo dei decreti delegati, e così via.
Il lettore avrà già compreso che siamo davanti a un’operazione tutt’altro che breve. E che anzi richiede, in particolare dalle due commissioni Finanze di Montecitorio e Palazzo Madama, un ampio e doveroso approfondimento. Nessun blitz, nessuna forzatura, nessun colpo di mano può essere ammesso. In tempi normali, tutto l’iter richiede ragionevolmente un biennio.
E ciò ci consente di tornare dal metodo al merito, e quindi alle gravi e motivatissime preoccupazioni di contenuto espresse ieri dalla Verità, in particolare rispetto alla bomba della revisione dei valori catastali degli immobili. Dentro e fuori il perimetro della maggioranza, il centrodestra avrà non solo il dovere, ma anche la possibilità di battersi contro accelerazioni innaturali, contro balle anti contribuenti (a partire dal miraggio della mitica «invarianza di gettito» in tema di riforma del catasto, che purtroppo non esclude affatto che qualcuno venga stangato) e contro prepotenze politiche. Che sarebbero un’eccellente ragione per chiedere di porre fine a governo e legislatura.
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