Nel quadro di un discorso solido e convincente nel complesso della sua architettura, Giorgia Meloni ha pronunciato ieri alla Camera dei Deputati parole assai chiare e condivisibili anche sulla specifica vicenda del Covid, voltando decisamente pagina rispetto alla cupa stagione di Roberto Speranza. «Non si può escludere una nuova ondata di Covid o l’insorgere in futuro di una nuova pandemia», ha esordito Meloni, «ma possiamo imparare dal passato per farci trovare pronti».
E poi le frasi – condivisibili e inequivocabili – che hanno letteralmente tumulato la linea politica dell’ex ministro della Salute: «L’Italia ha adottato le misure più restrittive dell’intero Occidente, arrivando a limitare fortemente le libertà fondamentali di persone e attività economiche, ma nonostante questo è tra gli Stati che hanno registrato i peggiori dati in termini di mortalità e contagi. Qualcosa non ha funzionato, e dunque voglio dire fin d’ora che non replicheremo in nessun caso quel modello».
Conclusione della Meloni: «L’informazione corretta, la prevenzione e la responsabilizzazione sono più efficaci della coercizione, in tutti gli ambiti. E l’ascolto dei medici sul campo è più prezioso delle linee guida scritte da qualche burocrate, quando si ha a che fare con pazienti in carne ed ossa. E se si chiede responsabilità ai cittadini, i primi a dimostrarla devono essere coloro che la chiedono».
Si tratta di affermazioni positive, equilibrate, espresse con ammirevole chiarezza. A maggior ragione, come questo giornale chiede da tempo, e come giorno per giorno la Verità sta ribadendo, ci attendiamo che da quelle premesse così cristalline derivi una conseguenza immediata, e cioè la doppia cancellazione di due misure restrittive – tuttora vigenti – che (nel primo caso) non hanno alcun senso e (nel secondo) rappresentano un ostacolo organizzativo non lieve nella vita concreta delle strutture ospedaliere.
La prima questione ha a che fare con il varo di un’ordinanza (non costa un euro, non richiede né tempo né fatica, ma solo una firma del neoministro Orazio Schillaci) per l’immediata cancellazione delle misure contro i medici e il personale sanitario non vaccinato. Le norme in oggetto scadono il 31 dicembre: ma non c’è alcun motivo per rimanere in questo limbo per altri due mesi. Quei medici e quegli infermieri sono stati cacciati su presupposti scientifici rivelatisi infondati: e ogni ora che passa senza che il nuovo titolare della Salute ponga rimedio a questa ferita è un’ora persa.
È bene dire subito che – ad avviso di chi scrive – qui non sono in gioco solo i diritti di una minoranza (che andrebbe comunque rispettata, anche se numericamente esigua), ma i diritti del cento per cento dei cittadini italiani. Tutti – vaccinati e non – dovremmo infatti avvertire l’ingiustizia del fatto che qualcuno sia stato discriminato (professionalmente, economicamente e in termini di reputazione e vita civile) per il fatto di non aver voluto sottoporsi a un trattamento sanitario.
Dove sono tanti liberali e tante personalità di sinistra sempre pronti a reclamare – su altri temi – il diritto a disporre del proprio corpo? Siamo dinanzi a una curiosa intermittenza: nei giorni pari (aborto, fine vita) si reclama la sacrosanta possibilità di decidere su se stessi, ma poi nei giorni dispari (vaccinazioni Covid) si accetta che il nostro corpo diventi proprietà dello Stato, del ministro della Salute pro tempore (e perfino dell’Agenzia delle entrate con le cartelle per le multe). È l’ora che, con un tratto di penna, si ponga fine a questa guerra civile, insensata già nello scorso biennio, e totalmente priva di ragionevolezza adesso.
Tra l’altro, le strutture sanitarie italiane avrebbero maledettamente bisogno del contributo di quei medici e di quei lavoratori: e allora perché si aspetta? Sarebbe un errore – culturale e politico – porsi in posizione di mera attesa, lasciare che gli obblighi scadano a fine anno, senza voler assumere in modo chiaro una decisione.
E questo ci porta al secondo tema, a sua volta decisivo nella vita concreta di tanti ospedali. Va superato il regime che impone il tampone all’ingresso per qualunque tipo di patologia, con relativo isolamento – meccanico e sistematico – per chiunque risulti positivo. Chi sa di queste cose e le vive ogni giorno sul campo ci ha spiegato che l’isolamento di un paziente può portare all’occupazione virtuale dell’equivalente di molti posti letto, fino a otto, paralizzando strutture, mandando in tilt reparti e interrompendo od ostacolando servizi medici essenziali. Ha senso che, nella fase in cui ci troviamo, ci si continui a comportare come si è fatto finora? Ne dubitiamo.
E per questo torniamo a chiedere con forza che queste scelte siano adottate, e che ciò sia fatto subito. L’ottimo discorso di ieri del presidente del Consiglio consente al ministro della Salute di decidere: e se glielo consente, non si vede perché aspettare ancora.
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