Spediscono i tecnici in tv a giustificare la serrata-spezzatino
  • Gli esperti in soccorso del governo: Rezza balbetta su zone rosse e cabine di regia. Domenico Arcuri tenta la via del dogma: «Fidatevi di noi»
  • Giuseppi si limita alle informative. Ma anche in Germania piovono accuse sulla Merkel

Lo speciale contiene due articoli

«La Sicilia resta divisa in due zone: a Ovest zona arancina, a Est zona arancino». Ma sì, rievochiamo la battaglia linguistica tra palermitani e catanesi sulla pronuncia del simbolo culinario isolano. Prendiamola sul ridere, pur di non piangere. Perché l’altra sera, alla solita ora del tg, con la conferenza stampa del premier abbiamo raggiunto l’apice della desolazione. Mentre Giuseppe Conte rendeva ancor più carnevalesca l’Italia con la ripartizione tricolore, l’ansia cresceva. Che senso ha scegliere in base a dati vetusti? Come mai la martoriata Campania è colorata di un rassicurante giallo canarino? Perché parrucchieri sì ed estetisti no? La risposta a ogni ipotetica domanda era dipinta sulla faccia del giurista di Volturara Appula: boh. Il presidente del Consiglio, dei criteri e delle logiche che cambiano le nostre vite, ne sa davvero ben poco. Compie scelte politiche, ma si nasconde dietro la tecnocrazia.

Dopo i balbettii serali del premier, sono dunque intervenuti gli esperti: Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità, e Gianni Rezza, direttore generale della prevenzione del ministero della Salute. Ma la toppa, pure in questo caso, è stata peggio del buco. La premessa dell’ennesima conferenza stampa è d’obbligo: «Bisogna intervenire per abbassare la curva», informa Brusaferro. Dichiarazione che fa il paio con quella di Domenico Arcuri: «Serve collaborazione per raffreddare la curva. Abbiate fiducia». Già: come non affidarsi anima e corpo all’infallibile commissario straordinario?

Ma è alla premiata ditta Brusaferro&Rezza che tocca passare, eufemisticamente, al dunque. Regioni italiane divise in tre fasce, quindi: gialla, arancione, rossa. A ognuna corrisponde una serie di crescenti limitazioni. Tutto dipende, delucidano i due, da un «coefficiente di rischio» determinato da 21 indicatori dall’ignoto peso scientifico. A loro volta, raggruppati in tre macrocategorie. La prima: «capacità di monitoraggio». Ossia numero di sintomatici, ospedalizzati, terapie intensive, notifiche, controlli nelle Rsa. La seconda: «capacità di accertamento diagnostico e gestione dei contatti». Ovvero percentuale di tamponi positivi, tempo trascorso tra sintomi e diagnosi, addetti al contact tracing e ai laboratori, quarantene e isolamenti, indagini epidemiologiche. La terza: «stabilità di trasmissione e tenuta dei servizi sanitari». Segue altro elencone: casi negli ultimi 14 giorni, sorveglianze, focolai, accessi al pronto soccorso, occupazione di terapie intensive e reparti Covid. E il famoso Rt: se «stabilmente» superiore a 1,5 si finisce dritti dritti in zona rossa. E schiodarsi da lì, grazie allo scattante sistema approntato, diventa impresa erculea.

Chi finisce nel girone, dovrà restarci almeno due settimane. Ma poi, rassicura Rezza, ci potrà essere «una de-escalation». Insomma, se gli espertoni riterranno, il rosso potrà sfumare nell’arancione. E, ipotesi più probabile, viceversa. «Il sistema non è così rigido», si compiace però l’epidemiologo. All’interno della stessa regione sono previste perfino varianti cromatiche. «Si so’ sempre fatte le zone rosse, eh…», gigioneggia Rezza. Bergamo o Brescia, per esempio, potrebbero venir colorate di un terra di Siena tendente all’ocra. Sempre se Roberto Speranza, ministro della Salute ed ex assessore all’Urbanistica di Potenza, acconsentirà.

«E come mai la Campania è in giallo?». Ecco, ci siamo. Siamo tutti orecchi. «Ha molti casi», ammette Rezza. «Ma l’Rt è molto più basso della Lombardia, perché la trasmissione s’è forse stabilizzata». Forse. «Eppure in Campania restano un numero di casi alti e il sistema è in sofferenza». Quindi? «I provvedimenti già adottati potrebbero aver avuto il giusto effetto». Potrebbero. Ma a chi gli chiede ulteriori lumi, il supertecnico pazientemente spiega: «Bisogna leggere i dati nella loro interezza». Valutare dunque la «tendenza e resilienza del sistema». Senza dimenticare gli «indicatori di processo». Non avete capito un’acca? Tranquilli: nelle tecnocrazie, specie quelle fasulle, funziona proprio così.

L’unica cosa chiara, in questo fiume di incomprensibili dettagli, è che ogni colpa sarà delle regioni. Che inviano dati incompleti e indici non aggiornati. Seguono ulteriori e incomprensibili dettagli. Ma poi, finalmente, arriva il lapsus freudiano: «Le decisioni della cabina di regia…». Imbarazzato colpetto di tosse. «Pardon, indicazioni», si corregge Rezza. «Perché», chiarisce, «le decisioni le prende la politica».

Bastava vedere lo smarritissimo volto di Conte mentre annunciava l’ultimo dpcm. Ma per fortuna ci sono loro: i professoroni, dietro cui rifugiarsi. «I cittadini devono capire». Appunto. «I nostri sono criteri oggettivi, seppur fallibili e migliorabili». Gli italiani intanto restino a casa. Zitti e buoni, possibilmente.

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