emiliano landini
Michele Emiliano e Maurizio Landini (Ansa)
La Cgil e le Regioni Puglia ed Emilia-Romagna non firmano il protocollo per la riconversione di Versalis, necessaria per tutelare l’occupazione dopo lo stop al cracking. Ancora una volta, il sindacato dice no ad accordi pro lavoratori pur di danneggiare il governo.

La sinistra si mette di traverso anche contro la transizione ecologica che tanto ama pur di fare opposizione. Due giorni fa, presso il ministero delle Imprese e del made in Italy, si è svolto un importante incontro che ha condotto alla definizione di un protocollo d’intesa sul piano di trasformazione di Versalis. Il documento, concepito per rilanciare il comparto chimico e offrire prospettive concrete di sviluppo, è stato firmato da Cisl, Uil, Cisal, Ugl e dalla Regione Lombardia. La Cgil, invece, ha preferito prendersi un’intera settimana per analizzare a fondo i contenuti dell’accordo prima di assumere una posizione definitiva. Anche le altre Regioni coinvolte e di sinistra come la Puglia e l’Emilia Romagna non hanno ancora apposto la propria firma, sebbene quest’ultima si sia dichiarata sostanzialmente favorevole.

Può apparire quantomeno singolare, insomma, che un unione di lavoratori e due Regioni di sinistra non abbiano firmato un protocollo che ha come obiettivo principale la salvaguardia di tutti i livelli occupazionali, compresi quelli dell’indotto, e che prevede l’istituzione di tavoli locali dedicati al monitoraggio del nuovo piano industriale di Versalis. Secondo il ministro Adolfo Urso, tale progetto rappresenta una tappa essenziale verso un’evoluzione più sostenibile dell’industria chimica, trasformando un momento di criticità in un’occasione per promuovere soluzioni innovative e rispettose dell’ambiente.

Nel dettaglio, il piano industriale si fonda su una riorganizzazione della chimica di base, che comporterà la fermata degli impianti di cracking, e sullo sviluppo di piattaforme chimiche orientate alla circolarità, alle biotecnologie e ai prodotti specializzati. Tra le iniziative di punta figura la realizzazione, a Brindisi, di una gigafactory di accumulatori in collaborazione con Seri industrial spa, con un investimento superiore ai 2 miliardi di euro e un obiettivo di riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 40% rispetto ai livelli attuali.

Per garantire la corretta esecuzione del piano, il ministero ha istituito un tavolo di coordinamento incaricato di verificare il rispetto degli impegni presi, dalla tempistica di realizzazione degli interventi alla tutela dei lavoratori, fino alla valutazione dell’impatto sulle imprese dell’indotto.

Sul versante sindacale, la scelta della Cgil di non firmare è nata da una valutazione critica del documento, considerato ancora troppo generico e privo di tutele sufficienti sia per i lavoratori diretti sia per quelli dell’indotto. Il segretario confederale della Cgil, Pino Gesmundo, ha detto che l’incontro non può ritenersi conclusiva e che il sindacato proseguirà la mobilitazione, presentando a breve un proprio pacchetto di proposte e integrazioni mirate a rafforzare le garanzie occupazionali. Inoltre, la Cgil, ha espresso il timore che la chiusura degli impianti di chimica di base possa avere ripercussioni negative sull’intero sistema industriale italiano. La protesta tenutasi davanti alla sede ministeriale ha coinvolto diverse categorie di lavoratori, dai chimici ai metalmeccanici, fino agli addetti al trasporto e ai servizi, accomunati dalla richiesta di maggiori certezze per il futuro.

Va ricordato che la Cgil, sempre per fare opposizione, aveva già bloccato 20 miliardi di aumenti destinati a 580.000 lavoratori della Pubblica amministrazione, tra cui infermieri e personale sanitario. Si tratta di professionisti che devono aver patito non poco l’arrivo dei loro aumenti salariali. Nelle buste paga di marzo, infatti, molti dipendenti del pubblico impiego hanno notato che i conguagli previsti per coprire gli arretrati e gli adeguamenti salariali non sempre si sono tradotti in un effettivo incremento dello stipendio netto. A pesare su queste retribuzioni intervengono, da un lato, la tassazione aggiuntiva, dall’altro alcune trattenute locali che possono variare a seconda del territorio di residenza. Il risultato è che, nonostante le cifre lorde sembrino più alte, l’importo effettivamente percepito in busta paga può addirittura essere minore rispetto ai mesi precedenti. In più, la situazione si è ulteriormente complicata a causa dei tempi di calcolo dei conguagli e delle modalità con cui vengono inseriti nei cedolini. In diversi casi, il ministero e la Ragioneria dello Stato hanno dovuto apportare rettifiche in corsa, generando confusione fra i lavoratori, che spesso si ritrovano a dover attendere la busta paga successiva per comprendere con esattezza quanto spetti loro.

Ora molti dipendenti pubblici lamentano la mancanza di informazioni chiare e di un coordinamento efficace, sia a livello centrale sia a livello locale, per gestire la fase di transizione verso il nuovo sistema retributivo. L’unica speranza, come sembra, è che tutto dovrebbe risolversi.

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