Salvini al popolo del Duomo. «Estremisti del buonsenso»
  • Il leader promette: «Cambieremo l’Europa» e si affida a Maria e i santi. Al suo fianco Marine Le Pen e Geert Wilders. E Carlo Calenda si presenta nella piazza.
  • Luca Zaia agli alleati: «L’autonomia va approvata». Il ministro Gian Marco Centinaio: «Pace difficile».

Lo speciale contiene due articoli

«Chi ci chiama fascisti teme il futuro. E ha paura del passato perché non ha un’idea di futuro». A Milano, in una piazza del Duomo gremita di ombrelli colorati, Matteo Salvini conferma nel bene e nel male se stesso. Non ha paura dei gesti (brandisce ancora una volta il rosario), delle parole e dei re nudi dell’ipocrisia. Rimanda al mittente con sfrontata sincerità il termine più scontato per demolire un avversario politico, usato per «mascariare» (insozzare, imbrattare nello slang palermitano) chi non si prostra all’Europa delle élites e delle lacrime. Quella di sporcare un volto, un’idea, una protesta con la terminologia dell’odio è pratica mafiosa mutuata e adorata dalla sinistra. La stessa sinistra che in queste settimane ha visto fascisti ovunque e per domenica prossima invita – coerenza somma – a votare i burocrati di Bruxelles, i campioni del rigorismo supremo. E a riproporli alla guida della Ue con Jean Claude Juncker in testa.

Discorso

«Noi amiamo la madonnina che ci guarda dall’alto», prosegue il vicepremier e leader della Lega nel comizio che conclude la sua campagna elettorale per le europee. «Qui non ci sono estremisti, fascisti, razzisti. La differenza è tra chi guarda avanti, tra chi parla di futuro e di lavoro, e chi fa i processi al passato: hanno paura del passato perché non hanno un’idea di futuro. Noi stiamo costruendo il futuro. Qua non c’è l’ultradestra ma la politica del buonsenso. Noi siamo gli estremisti del buonsenso. gli estremisti veri sono quelli che hanno governato l’Europa per 20 anni. Al referendum del 26 maggio non prendo 20 impegni, ne prendo uno: cambiare l’Europa da cima a fondo. Non mollerò finché ciascuno in Italia non paghi il 15% di tasse».

Salvini ribadisce due architravi della sua politica: l’Europa da cambiare e le migrazioni da governare. «È un momento storico talmente importante per liberare il continente dall’occupazione abusiva organizzata a Bruxelles. Chi ha tradito l’Europa. Il sogno dei padri fondatori, di Charles De Gaulle e Alcide De Gasperi? Le Merkel, i Macron, i Soros, gli Juncker hanno costruito l’Europa della finanza e dell’immigrazione incontrollata». Poi cita Benedetto XVI e Giovanni Paolo II come esempi positivi, e risponde a Papa Francesco (qualche fischio in platea al suo nome): «Il governo sta azzerando i morti nel Mediterraneo, con orgoglio e spirito cristiano. La Sea Watch, finché sono ministro dell’Interno, in un porto italiano non entra». Infine tocca le corde della passione civile con una determinazione che non si percepiva dai tempi di Bettino Craxi: «Non mi fermo davanti a niente e nessuno, è un impegno d’onore. Qualcuno mi dice: rallenta, stai attento, non combattere la mafia, la camorra, i poteri forti, spacciatori e razzisti. Più mi dicono rallenta, più vado avanti per il mio Paese col sorriso e la convinzione di essere nel giusto».

Appello ai patroni

A questo punto Salvini estrae il rosario e aggiunge, per marcare una cesura forte con gli euroburocrati che considerano superflue, quasi fastidiose le radici cristiane dell’Europa: «Ci affidiamo alle donne e agli uomini di buona volontà. Ci affidiamo ai sei patroni di questa Europa: San Benedetto da Norcia, Santa Brigida di Svezia, Santa Caterina da Siena, Santi Cirillo e Metodio, Santa Teresa Benedetta della Croce. Affidiamo a loro il destino, il futuro, la pace e la prosperità dei nostri popoli. Affido l’Italia, la mia e la vostra vita al cuore immacolato di Maria che sono sicuro ci porterà alla vittoria».

Piove piano a Milano, dove i primi cittadini della Lega arrivano in piazza del Duomo sotto lo striscione «Salvini ministro dei sindaci» e dove i governatori Attilio Fontana e Luca Zaia sono in prima fila accanto ai parlamentari del Carroccio. Sul maxischermo passano immagini di interviste del leader, gli aficionados subissano di fischi Lucia Annunziata, Lilli Gruber, Laura Boldrini. Piove sui 50.000 partecipanti (di più in piazza Duomo non ce ne stanno) mentre 11 leader sovranisti accompagnano il vicepremier sul palco e vengono accolti dallo slogan: «Prima l’Italia! Il buonsenso in Europa».

Alleati

Parlano anche Marine Le Pen («Questo è il risveglio dei nostri popoli, l’atto fondativo di una rivoluzione pacifica e democratica») e il leader del partito olandese Pvv, Geert Wilders: «Dobbiamo difendere i nostri stati nazionali, richiedere più sovranità nazionale. Basta diktat dal superstato Ue, basta immigrazione, basta Islam. Salvini è un esempio per tutti noi».

A bordopalco c’è un infiltrato speciale, che ha sfidato Salvini su Twitter ma non rinuncia ai selfie con l’infermiera di Merate o il fornitore della Val Brembana che un economista in cachemire come lui con sussiego aborre. È Carlo Calenda, capofila dell’ammucchiata Pd e del partito dello spread, colui che non s’immerge nella spa a cinque stelle se non c’è un cigno sullo sfondo. «Questi sul palco sono i peggiori nemici dell’Italia», spiega indisturbato mentre ci si domanda cosa accadrebbe se Salvini si materializzasse in mezzo al corteo democratico dei centri sociali che sta sfilando in via Carducci. «Io nella tana del lupo? Un lupacchiotto, non esageriamo con questa cosa che c’è la bestia, il lupo», minimizza non riuscendo a immergersi nel ridicolo come Emanuele Fiano, Gad Lerner o Luigi Marattin. «A me sembra il problema opposto, che c’è poco spessore. Le persone che ho incontrato sono cittadini che hanno le loro idee e io non ho mai avuto paura dei cittadini in vita mia». Molto meno dialettica la contro manifestazione dei centri sociali benedetta da Beppe Sala, che ha regalato loro lo stesso percorso teatro (nel 2015) delle devastazioni del primo maggio contro l’Expo. Il sindaco ha anche sancito, parafrasando addirittura Davy Crockett a Fort Alamo: «Spazio a tutti per fare manifestazioni, ma poi quello che dico io a questi sovranisti è che si possono prendere l’Italia, l’Europa, il mondo ma non Milano. Credo che resisterà». Travolti dalla minaccia del primo cittadino, i milanesi si sono ben guardati dall’aderire in massa al giochino dello striscione dal balcone, concorso promosso dal quotidiano La Repubblica per portare a casa qualche copia in più, copiato dai terrazzi fioriti e dalle vetrine in rosa al passaggio del Giro d’Italia.

Striscioni

Una decina di manifesti, pura goliardia arcobaleno («Salvini fai togliere anche questo», «I nostri balconi sono più alti dei tuoi muri», «Salvini sei come l’acqua nei calzini»), evidenziata solo dalla curiosa attitudine della polizia di andare a toglierli. La pratica è controproducente, addirittura autolesionista: il dissenso ha diritto di esprimersi naturalmente in una democrazia adulta. Anche perché per trovare gli striscioni al quinto piano bisognava aderire a un altro gioco da asilo Mariuccia: la caccia al tesoro. Il più minaccioso è comparso sulla facciata dell’Università Statale dove il collettivo comunista è molto nervoso perché ha appena preso una storica bastonata dai moderati alle elezioni dei rappresentanti nazionali: «Salvini muori, Salvini crepa, Salvini infame. Sparate a Salvini, Salvini a testa in giù». Che dialettica. Lì un giretto della Digos sarebbe forse più appropriato che sul terrazzino di Zorro.

Così anche in questo sabato di maggio travestito da febbraio Milano non si è fatta mancare niente. Le parole della politica in piazza del Duomo, le controparole in giro per il centro con le bandiere rosse del fallimento e quelle nere dell’Autonomia, i tamburi di Otto e Barnelli e gli happy few del modernariato postmarxista sempre pronti a intonare Bella Ciao. Unico momento fuori dagli schemi in via De Amicis, dove i nonni ideologici degli autonomi da salotto di oggi, un sabato mattina spararono e uccisero il brigadiere Antonino Custrà. Poiché la storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa (parola di Karl Marx, che in fondo era leghista), proprio lì un milanese ha deciso di dissentire dal corteo globalista, mondialista, sorosiano con un doppio liberatorio gavettone. Un gesto quasi d’affetto se paragonato all’ennesima sede della Lega danneggiata in zona Darsena: vetri rotti, scritte minacciose, roba da manganellatori. Però i fascisti sono gli altri. Tutto molto italiano, chi appicca l’incendio poi chiama i pompieri.

Giorgio Gandola

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