I ricoveri contano più dei contagiati. Cambiare i criteri delle zone colorate
  • Con l’Italia tutta bianca, il procedere della campagna vaccinale e gli ospedali mezzi vuoti non ha senso vincolare eventuali restrizioni al numero dei casi. Altrimenti si finirà per chiudere anche per l’influenza.
  • Gli esperti del Cts non la pensano tutti allo stesso modo su immunizzare la fascia 12-15. Temono reazioni. I dati Usa: fino al 25% sono incapaci di svolgere attività per 3-4 giorni.

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Il sistema delle zone colorate per il contrasto alla diffusione del Covid-19 accompagna ormai da tempo le nostre vite. Eppure – in un momento in cui l’Italia è tutta bianca – è forse giusto interrogarsi sui criteri che stanno alla base delle chiusure. Eh sì, perché – con il mutare delle circostanze – proprio quei criteri rischiano di essere ormai diventati obsoleti. E sarebbe forse il caso di aggiornarli. Si tratta di un tema che questo giornale aveva messo in evidenza già tre settimane fa. Ma che sembra si stia facendo adesso strada anche all’interno del Cts, oltre che tra gli stessi governatori delle Regioni. Come riferito ieri da Il Messaggero, di questo avviso parrebbero per esempio essere il presidente della Liguria, Giovanni Toti, e il suo collega dell’Abruzzo, Marco Marsilio. Una linea, tra l’altro, accarezzata anche dall’assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D’Amato. «Oggi», ha dichiarato, «il meccanismo dei colori valuta il numero dei casi, dei ricoveri e delle occupazioni delle terapie intensive. Quando i vaccinati saranno di più, dovremo legare maggiormente il sistema alla tenuta degli ospedali». «Va pensata una diversa modalità, basata sulla gravità dei positivi. L’influenza classica, ogni anno, causa 7.000-8.000 decessi, non per questo andiamo a chiudere le regioni, a indicare i colori. Se i vaccini contro il Covid abbatteranno in modo drastico il numero dei casi gravi, i parametri andranno cambiati», ha aggiunto.

In effetti il punto è proprio questo. Nonostante nel nostro Paese il numero dei contagi sia in aumento, è altrettanto vero che – come ha sottolineato anche la Fondazione Gimbe – ricoveri e decessi risultino (almeno per ora) complessivamente in discesa. Un quadro sostanzialmente confermato anche dai dati di ieri sera, secondo cui – pur a fronte di un incremento dei casi e del tasso di positività rispetto al giorno precedente – il numero dei morti e dei ricoveri ordinari è sceso (laddove quello delle terapie intensive è rimasto invariato).

Sotto questo aspetto, è interessante un raffronto con il Regno Unito, dove si è verificata una significativa diffusione della variante delta. Ora, è senz’altro vero che Oltremanica – negli scorsi trenta giorni – si è registrata un’impennata dei contagi. Ciò detto, va anche riconosciuto che il numero britannico dei morti e delle ospedalizzazioni resta basso, soprattutto in confronto ai dati drammatici dei mesi di gennaio e febbraio. Sebbene non vada affatto sottovalutata, la variante delta sembra quindi avere un peso abbastanza contenuto su decessi e ricoveri. Una situazione in gran parte dettata dai progressi delle campagne di vaccinazione (su cui bisogna evidentemente insistere). D’altronde, uno studio britannico, pubblicato lo scorso 23 giugno e condotto su dati dell’app Zoe, ha rilevato come i soggetti che hanno completato il ciclo vaccinale si ammalino meno gravemente e migliorino con maggiore rapidità. È quindi alla luce di tutto questo che sarebbe forse saggio vincolare i criteri per le zone colorate (o comunque per le chiusure) più ai dati sui ricoveri che a quelli sui contagiati.

E attenzione: anche alcuni esperti sono di questo avviso. È, per esempio, il caso dell’assessore alla Sanità della Regione Puglia e professore di igiene presso l’Università di Pisa, Pierluigi Lopalco. «Ora che abbiamo i vaccini, vanno cambiati i criteri che determinano le chiusure. E il numero dei casi positivi andrà usato per quello che è: un dato utile ad arginare l’andamento dell’epidemia, a sorvegliare la diffusione del virus», ha dichiarato. «Però», ha aggiunto, «ciò che deve contare veramente sono i ricoveri. Se ci contageremo, ma non avremo gravi conseguenze perché i più fragili sono protetti dal vaccino, non sarà un problema enorme».

Su una linea non troppo dissimile si è collocata anche l’immunologa dell’Università di Padova, Antonella Viola. «Boris Johnson decide di abbandonare le restrizioni e dice che d’ora in avanti il Sars-CoV-2 sarà gestito come il virus dell’influenza. È possibile? Non solo è possibile, è necessario», ha scritto ieri su Facebook. «Il virus», ha proseguito, «continuerà a circolare. Ci contageremo, ma saremo protetti dalle forme gravi della malattia grazie ai vaccini. Finché la risposta immunitaria generata dalla vaccinazione terrà vuoti gli ospedali, non dovremo fare altro». «Se l’immunità dovesse indebolirsi troppo nel tempo, o se il virus dovesse mutare troppo, dovremo far ricorso a ulteriori vaccinazioni (rispettivamente con terza dose o con vaccino aggiornato). Ma per ora lo scenario è quello immaginato dal Regno Unito», ha concluso.


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