Referendum, si stringe sulla data per non rinviare al 2030 il nuovo Csm
Carlo Nordio (Imagoeconomica)
  • Venerdì in conferenza stampa Giorgia Meloni dovrebbe dare un segnale: l’obiettivo sono le urne il 22 e 23 marzo. Senza accelerazione, le nomine dei capi delle procure resterebbero in mano alle correnti per altri 4 anni.
  • Il sindacato dei magistrati ha raddoppiato la quota di iscrizione dei soci e ha stanziato già 500.000 euro. Ora è pronto a metterne altrettanti. A meno che non intervenga la Cgil.

Lo speciale contiene due articoli

Come fa un semplice testo approvato a diventare legge? Non succede per magia, ci vogliono i decreti attuativi, misure che rendono operative le disposizioni stabilite da una legge. Questo vale anche per le riforme, e le opposizioni e l’Anm lo sanno bene. Trascinare in avanti la decisione sulla data del voto che deciderà se confermare la riforma della giustizia approvata dal Parlamento serve proprio a questo. A prendere tempo. All’indomani di un eventuale sì, la riforma non avrà subito forza di legge, lo sarà una volta emanati i decreti attuativi, e fino a che non saranno emesse queste norme secondarie, la riforma non avrà effetti. Mancano solo 10 mesi al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura, e tirare la corda ancora sulla data, torna accidentalmente utile per formare un nuovo, ennesimo, Csm senza sorteggio, con il sistema del voto e delle correnti. Significa tenere le cose come stanno per altri quattro anni, significa che le prossime nomine dei procuratori verranno fatte dai soliti noti, dalle solite toghe politicizzate, significa aver fatto votare ai cittadini due volte (una volta in Parlamento tramite i loro rappresentanti, e una volta al referendum) una riforma che si vedrebbe applicata realmente dopo il 2030.

Trascinare la decisione in qualche modo tiene in stallo anche i lavori parlamentari che, insieme alla campagna referendaria, ricominciano oggi. L’agenda politica di quest’anno parte ricca di impegni. In Senato si parte subito con la discussione del ddl antisemitismo che spacca la sinistra e che non trova pieno sostegno neanche a destra, considerata da alcuni una norma liberticida. La segretaria del Pd Elly Schlein sembra che abbia visto l’azione del collega di partito, Graziano Delrio, come un modo per crearle problemi su un tema che andrebbe a toccare gran parte del suo elettorato che trova le radici nei centri sociali e nell’attivismo pro Pal. Per questo il Pd si presenterà con due proposte diverse insieme ai ddl di Lega, Fi e Italia Viva. La proposta di Delrio che ha avuto la dura reazione soprattutto del capogruppo Francesco Boccia, prevede una delega al governo per gestire il fenomeno dell’antisemitismo sui social e dentro le università. Si propone l’istituzione di una sorta di «grande fratello» su ciò che accade nelle attività e nei contenuti delle stesse. Le linee guida da seguire sarebbero quelle dell’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra).

L’attesa più grande c’è per venerdì però, quando i giornalisti potranno rivolgersi al presidente del Consiglio in occasione della conferenza stampa di fine anno, diventata ormai con questo governo, una conferenza stampa di inizio anno. Il 9 gennaio, esattamente lo stesso giorno di quella precedente un anno fa. In quell’occasione si attende che Giorgia Meloni dica la sua anche sulle date del voto del referendum (le più probabili restano quelle del 22 e del 23 marzo). Anche perché bisogna dare dei segnali: sono passate più di due settimane dal consiglio dei ministri che, deliberando la decisione di votare in due giorni, avrebbe anche dovuto definire gli stessi. Andare oltre sarebbe imbarazzante.

Sbloccare il referendum permetterebbe anche di muoversi sugli altri dossier. Il prossimo obiettivo della maggioranza è la riforma della legge elettorale, che si inizierà a calendarizzare dopo il referendum. Il premierato, che per il momento resta fermo alla Camera dopo il via libera del Senato, non è previsto nel calendario di gennaio di Montecitorio proprio perché si dovrebbe discutere dopo le nuove regole del voto. Il 14 gennaio alla Camera ci sarà il ministro degli Interni Matteo Piantedosi per riferire sul caso Hannoun, il presidente dell’Associazione palestinesi in Italia arrestato e accusato di aver raccolto fondi per Hamas. Il 15 invece, il ministro della Difesa Guido Crosetto, sempre a Montecitorio, svolgerà le comunicazioni in materia di proroga dell’autorizzazione alla cessione di mezzi ed equipaggiamenti militari all’Ucraina. L’argomento, spinoso per la maggioranza, con la Lega ostile all’idea di proseguire gli aiuti all’Ucraina, non ritenendolo tuttavia tema sufficiente per rompere l’alleanza di governo, è stato risolto il 30 gennaio con un accordo tra i partiti di governo.

Sul tavolo del primo trimestre di lavori parlamentari ci sarà anche la modifica del codice penale in materia di violenza sessuale e di libera manifestazione del consenso. Anche questo, tema spinoso e controverso. Un accordo sui principi generali chiuso tra Meloni e Schlein vorrebbe essere interpretato dalla sinistra come un via libera su come definire i dettagli del testo, naturalmente non può essere così e la Lega ha giustamente sollevato dei rilievi.

Non solo la Lega ma anche alcuni esponenti di Fratelli d’Italia non si sono convinti del testo della proposta di legge bipartisan. Il ministro per la Famiglia, natalità e pari opportunità, Eugenia Roccella, sostiene che il consenso, per come viene concepito, rischia di legittimare altre perplessità sull’inversione dell’onere della prova. Altri dubbi sono stati sollevati anche da Gian Domenico Caiazza, ex presidente dell’Unione camere penali.

In agenda, appunto, anche il ddl Roccella sull’affidamento dei minori, argomento tristemente balzato alle cronache con il caso della famiglia del bosco.

Infine una legge sul fine vita, non una priorità per questo governo, che si pensava inizialmente non volesse legiferare su questo, ma che invece dovrebbe poter vedere luce entro la fine dell’anno. Gli uffici ci stanno già lavorando.

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