Prima grana diplomatica per Salvini. Le tribù libiche presentano il conto
ANSA
  • L’esecutivo Pd ha promosso una politica di incentivi economici solo verso alcuni attori, ma ne ha ignorati altri. Per contare servono una visione più ampia, presenza militare e patti anche con i nemici del governo di Tripoli.
  • La rinegoziazione del Trattato di Dublino rischia di rendere il blocco di Visegrád nostro nemico: serve la sponda di Sebastian Kurz.

Il vice premier Matteo Salvini ha detto che andrà in Libia a fine mese. «Non è possibile che solo la Guardia costiera italiana, la Marina militare italiana, solo con una risibile partecipazione della missione cosiddetta europea, si facciano carico del pattugliamento e del salvataggio nel Mediterraneo. Il punto fermo sulle Ong, che rivolgeremo anche ad altre navi straniere in attesa del loro carico di esseri umani, è che avremo lo stesso atteggiamento», assunto con la Aquarius, ha detto il ministro dell’Interno, aggiungendo che «la nostra Marina e la nostra Guardia costiera continueranno a salvare vite come sempre, però gli altri Paesi europei danno una mano». Le dichiarazioni hanno sollevato le ormai note polemiche in Europa, hanno portato a casa i primi risultati e hanno smosso gli equilibri in Libia. Il Paese che si trova attraversato dai flussi d’immigrazione provenienti da Sud.

Il portavoce della Guardia costiera libica, il capitano Ayoub Qasem, ha commentato la notizia della decisione delle autorità italiane di chiudere i porti alle navi con a bordo i migranti soccorsi al largo delle coste libiche affermando che «il rifiuto dell’Italia di accogliere i migranti potrebbe ridurre le partenze verso l’Europa». Parlando ad agenzia Nova, l’ufficiale ha spiegato che «le nostre forze lavorano anche per salvare i migranti dai naufragi al largo delle coste della Tripolitania».

Secondo Qasem, «la decisione presa dall’Italia potrebbe ridurre le partenze dei migranti verso l’Europa, ma aumenterà le sofferenze di coloro i quali sono nel Mediterraneo». L’ufficiale libico si dice però d’accordo con «il messaggio che ha voluto lanciare il ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini, ai migranti e ai Paesi dai quali partono», ovvero che «l’Europa ha smesso di accoglierli e questo potrebbe ridurre le partenze». Questo «atteggiamento spingerà i migranti africani a pensarci bene prima di salire sui barconi della morte verso l’Italia».

Anche se nella prima metà dell’anno è aumentato il numero degli interventi in mare dei suoi uomini, secondo l’ufficiale libico le partenze dei migranti dalla Libia sono diminuite rispetto agli anni precedenti. Le dichiarazioni ufficiali aprono a questo punto uno scenario molto delicato per il nostro Paese. La Libia che attende Salvini non è mai stata così divisa e l’impresa che lo aspetta è assai complicata. Idem il lavoro della nostra intelligence.

Negli ultimi tre anni la politica e l’approccio verso le milizie del Paese è stato quello degli accordi economici. Pagare le singole tribù è stato vantaggioso nel brevissimo termine e dannoso già nel medio. Soprattutto sarà difficile adesso per il nuovo governo fare un passo indietro. Chi è abituato a ricevere denaro, ha difficoltà ad accettare di impegnarsi su accordi gratuiti.

Basti analizzare quanto successo a Misurata. A ottobre del 2016 Roma dona alla città libica un ospedale da campo con 50 posti letto. Inaugurato in grande stile dall’ex ministro della Difesa, Roberta Pinotti, è già caduto in disgrazia. Il mese scorso ha rischiato di essere trasferito dentro l’aeroporto o addirittura a Tripoli. Nel primo caso finirebbe con l’essere messa in discussione la nostra presenza militare nella zona di Misurata. Nel secondo caso verrebbe meno l’intento che ha portato all’ideazione del progetto Ippocrate. Donare l’ospedale a Misurata era un modo per aprire un nuovo fronte di amicizia con le milizie di Katjiba Halbous, le stesse che meno di tre settimane fa hanno assediato la zona meridionale di Tripoli, dando al governo di Fayez Al Sarraj un messaggio chiarissimo. Esiste un terzo interlocutore al di là del generale Khalifa Haftar che domina in Tripolitania.

Il mandato della missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (Miasit) ha lo scopo di «fornire assistenza e supporto al governo di accordo nazionale libico ed è frutto della riconfigurazione, in un unico dispositivo, delle attività di supporto sanitario e umanitario previste dall’Operazione Ippocrate e di alcuni compiti di supporto tecnico manutentivo a favore della Guardia costiera libica rientranti nell’operazione Mare Sicuro», spiega in maniera dettagliata il sito Analisidifesa.it.

In linea con quel modello operativo lo scorso gennaio è stata lanciata una nuova missione che dovrebbe includere anche istruttori e consiglieri militari destinati ad addestrare le forze fedeli ad Al Sarraj, che non dispone di forze armate ma solo di milizie che lo sostengono. Tutti questi tasselli messi in fila dal governo Gentiloni si sono incagliati perché supponevano un quadro più ampio. Innanzitutto la presenza militare in Niger, che però il governo locale ha stoppato. La stessa cosa è accaduta in Tunisia. Il precedente governo ha sempre snobbato Haftar, il quale è stato spinto ancor di più tra le braccia di Emmanuel Macron. Sarà importante ridefinire la nostra presenza militare in Libia e quindi quella della nostra intelligence. Per farlo non basterà chiudere accordi con qualche singola tribù ma aprire una trattativa più ampia. Esattamente come sta facendo la Francia.

Claudio Antonelli

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