Legge elettorale, manovra e partito: le parole di Giorgia Meloni in chiusura del vertice Nato di Ankara fanno chiaramente capire che da questo momento in poi la concentrazione della presidente del Consiglio sarà (quasi) tutta dedicata alle elezioni politiche del prossimo anno.
Le parole di apertura di Pier Silvio Berlusconi su un’ipotesi di alleanza con Roberto Vannacci («la propaganda è propaganda e Vannacci lo sa molto bene, aspettiamo di vedere il programma e vedremo se è coerente con quello del centrodestra») sono benzina nel motore della nuova legge elettorale. Le perplessità di alcuni esponenti del centrodestra riguardano infatti l’ipotesi che Futuro nazionale corra da solo alle prossime politiche, o che Forza Italia ponga un veto sull’alleanza col generale. Se invece, come sembra di capire dalle ultime dichiarazioni, l’accordo si può fare e probabilmente si farà, allora la soglia del 42% per conquistare il premio di maggioranza è più che a portata di mano. Avanti quindi con la nuova legge, e poco rilievo alle scaramucce con gli alleati: le preferenze sono un falso problema, una soluzione si troverà, magari con i capilista bloccati e il miraggio di una elezione con le preferenze lasciato alle terze e quarte file dei partiti.
La Meloni ha assoluta necessità anche di dedicarsi al partito: Fratelli d’Italia ha bisogno della sua autorevolezza e del suo acume politico in una fase così delicata. La Meloni, al termine del vertice Nato, non usa mezzi termini. Quando le viene chiesto se parteciperà al vertice dei volenterosi in programma lunedì a Parigi, risponde ruvida: «L’Italia ci sarà con la presenza del presidente Sergio Mattarella per la festa nazionale francese e lunedì con il ministro Tajani. Io, al sesto vertice in tre settimane e mezzo passo. E voi potete scrivere tutti gli articoli che volete sull’isolamento, il cambio di posizionamento. C’è il disimpegno sull’Ucraina? No, ma neanche me ne posso permettere uno sull’Italia, ho diversi dossier dei quali occuparmi in patria». Dalle cene con Macron, Merz e Trump a quelle con i segretari regionali di Fdi per appianare dissidi e selezionare candidature: è il momento, per la Meloni, di dedicarsi alle faccende casalinghe.
L’elegantissimo look sfoggiato ad Ankara (da cui è tornata con una pistola con inciso il suo nome e una scatola di munizioni, come da dono del padrone di casa, Erdogan, a ciascun leader Nato) cede il passo a jeans e maglietta comoda. Le scarpe? Punta rinforzata: sulla manovra, infatti, ormai alle porte, si gioca una buona parte della campagna elettorale, e qualche calcetto a Giancarlo Giorgetti sotto il tavolo del Consiglio dei ministri potrebbe essere salutare. I soldi sono pochi e vanno spesi bene, dove per bene si intende su provvedimenti dall’immediato ritorno in termini di consenso: altro che armi e droni, gli italiani chiedono sostegno alle imprese, al lavoro, alle fasce sociali più deboli. La Meloni lo dice chiaramente quando le chiedono a quale quota del Pil arriverebbe per le spese per la Difesa se non avesse i vincoli di bilancio europei e non ci fossero elezioni imminenti: «Se mio nonno avesse le ruote… mumble, mumble…», scherza ma non troppo, «questa accusa strumentale che viene fatta di un’Italia che chiude gli ospedali per comprare i carri armati è ridicola ed è per me un limite invalicabile. Dove ho gli strumenti per rafforzare la difesa e la sicurezza, li rafforzo finché posso. Sono convinta che noi dobbiamo rafforzare le nostre spese in difesa e sicurezza», aggiunge la premier, «soprattutto nel concetto ampio di difesa e sicurezza che ho. Chiaramente bisogna farlo con un equilibrio perché l’unica cosa che non farò e che non sono disposta a fare è togliere risorse ad altri capitoli che considero ugualmente importanti».
Non solo: «Se investiamo nella nostra difesa», aggiunge la Meloni, «quei soldi devono restare in Italia, nelle nostre fabbriche, nella nostra ricerca, nei nostri territori. Quindi più sicurezza ma non assegni all’estero». L’impegno sull’Ucraina non si discute, tutto il resto sì, a partire da quelle percentuali di spese per la difesa che la Nato, o per meglio dire Donald Trump, considerano dei totem, ma che devono essere modulati sulle esigenze delle singole nazioni: «Vogliamo rispettare gli impegni, lo faremo e lo stiamo già facendo», sottolinea la Meloni, «però lo vogliamo anche fare in modo sostenibile, cioè stabilendo noi i tempi, stabilendo i modi, stabilendo le priorità in base al contesto, in base alle nostre possibilità». Del resto, come La Verità ha già scritto, anche la questione del famigerato fondo Safe, pacchetto di prestiti della Ue destinato agli investimenti nel settore della difesa, per l’Italia può restare dove sta. La proposta del nostro governo, ovvero che quei fondi possano essere utilizzati anche per contrastare la crisi energetica, è rimasta senza risposta, e quindi niente da fare: se ne riparla nel 2027, e se la Commissione mettesse fretta amen. Del resto, se Ursula von der Leyen avesse le ruote…
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