Tanti democristiani di sinistra nell’entourage del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Direttamente o meno, gli uomini del presidente, hanno ruotato per la gran parte intorno all’ala sinistra della Dc prima, del Partito popolare poi. E infine nella Margherita e nel Pd.
Su tutti c’è Ugo Zampetti, cattolico, simpatizzante comunista, mai avuti ruoli in politica. Il segretario generale del presidente della Repubblica è considerato da tutti un istituzionale super partes. L’uomo ombra di Sergio Mattarella, ritenuto responsabile del bis al Colle, è chiaramente il consigliere più fidato del presidente. Uno dei pochissimi a cui si rivolge dandogli del tu ed è l’uomo con cui ha scritto la legge elettorale che porta il suo nome.
Il consigliere per gli Affari giuridici e relazioni costituzionali è Daniele Cabras, figlio di Paolo Cabras. Storico senatore dc e direttore del quotidiano della democrazia cristiana, il Popolo, di cui Mattarella è stato uno dei principali dirigenti.
È cattolico anche Giovanni Grasso, il consigliere più conosciuto. Si occupa di stampa e comunicazione e di fatto è il portavoce di Mattarella dopo anni come giornalista spesi nelle redazioni dell’Avvenire e del Popolo. Ha scritto un libro su Piersanti Mattarella, fratello del presidente, «da solo contro la mafia» (San Paolo Edizioni).
Tra i fidatissimi di Mattarella c’è anche Gianfranco Astori, consigliere per l’informazione. Tre legislature dc alle spalle, è stato sottosegretario negli ultimi governi Andreotti. Anni di direzione dell’agenzia Asca, si occupa degli aspetti giuridici dell’informazione. Come altri anche Astori ha ricoperto incarichi negli uffici di Mattarella quando era ministro della Difesa, sempre come consigliere per l’informazione. I due condividono anche un ampio percorso politico: eletti alla Camera dei deputati con la Dc nella IX (1983-1987), X (1987-1992) e XI (1992-1994) legislatura. Ancora insieme nel governo Goria (1987-1988), nel governo De Mita (1988-1989) e nel sesto governo Andreotti (1989-1991). La squadra di Mattarella, insomma, è saldamente posizionata al centro, lato sinistro.
Fra tutti il più famoso alle cronache resta il consigliere per gli Affari del Consiglio supremo di Difesa, Francesco Saverio Garofani. Noto per lo scoop della Verità della fine novembre 2025, dopo più di sette mesi dallo scandalo siede ancora al suo posto. Garofani era stato beccato a straparlare mentre partecipava a una cena nel noto ristorante romano Terrazza Borromini, dietro piazza Navona. Una cena tra amici, è stato sintetizzato, quando invece si trattava di una cena informale sì, ma tra conoscenti, legati dal tifo per l’As Roma. In quell’occasione, come riportato dalla Verità, ha parlato in maniera esplicita di «sgambetto al governo Meloni». «Ci vorrebbe uno scossone», auspicava, facendo riferimento a eventuali crisi eterodirette. La vicenda e quelle parole non sono state mai smentite dal diretto interessato, il quale invece, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, ha piuttosto fatto intendere che sì, le avrebbe pronunciate, ma che si trattava di un contesto privato. Un’ammissione di colpa, in sostanza, che però nei fatti non ha prodotto conseguenze: Garofani siede ancora lì. D’altronde può essere considerato anche lui un fedelissimo di Mattarella, uno a cui, evidentemente, si perdona tutto.
Il favorito Garofani è stato eletto alla Camera nella XV legislatura con l’Ulivo, così come il suo presidente. Passa poi alla Camera con il Partito democratico per le successive due legislature, tanto che la sua nomina a consigliere al Colle arriva solo nel 2018, tre anni dopo la nomina di Mattarella. Prima dell’esperienza parlamentare, Garofani era stato nominato anche lui direttore del Popolo. In occasione della sua nomina nel 2022 a consigliere del Consiglio supremo di Difesa, fu proprio Fratelli d’Italia a denunciare «stupore per la decisione di nominare una figura così politicizzata e di parte come un ex parlamentare del Pd, per un ruolo che per la prima volta non viene affidato a un militare».
Tanto è così che la teoria del colpetto per buttare giù Meloni, non nasce nella mente di Garofani come suggestione fantasiosa, ma è retta da un altro fedelissimo di Sergio Mattarella: Pierluigi Castagnetti. Non è consigliere al Colle, ma semplice amico del presidente della Repubblica. Per questo un anno fa (prima dello scandalo Garofani) si è permesso di dire al Foglio, potendolo fare, che «Schlein non basta per vincere le elezioni», ma che Meloni può essere battuta da «dazi e mercati». Insomma si decostruisce da sola la narrazione di un Colle super partes. Un Colle che una parte invece ce l’ha eccome, con l’asse spostato a sinistra. Una parte che inevitabilmente influenza la linea politica di una nazione e lo fa per sette anni. In questo caso sette anni per due.
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