Ora Conte fa il bullo con i commissari: «Quando mi audite?». Fdi: «Si dimetta…»
Giuseppe Conte (Ansa)

Sono due anni che Giuseppe Conte dichiara pubblicamente di voler essere audito per dare il suo contributo alla commissione Covid, organismo di cui ha voluto fortissimamente far parte, pur non andandoci praticamente mai.

Lui nel frattempo parla di «campagna del fango» e di «pantomima»: «Da due anni ho chiesto di essere audito», piagnucola l’ex premier urbi et orbi, da ultimo ieri con il Corriere della Sera e guai a contraddirlo. Ma i fatti dicono che sono due anni che non lo fa. E le prove della strategia dilatoria sul resoconto della sciagurata gestione pandemica sono scritte nero su bianco nei verbali della commissione Covid.

Il presidente dell’organismo parlamentare, Marco Lisei (Fdi), gli aveva infatti proposto già nel 2024 (precisamente il 15 ottobre) che se davvero avesse voluto testimoniare, la soluzione più semplice, «senza neanche disturbare i presidenti di Camera e Senato», sarebbe consistita nel presentare richiesta di dimissioni temporanee, essere audito e poi rientrare in commissione subito dopo.

«Dimissioni che non intendo assolutamente rassegnare», aveva replicato Conte opponendo un netto rifiuto. «Non intendo rinunciare al ruolo di componente della commissione», andava ripetendo il leader grillino, trincerandosi dietro cavilli procedurali: «Non è facile parlare in una veste e la volta successiva comparire in un’altra».

Fatto sta che da quel giorno Conte è letteralmente sparito dai radar della commissione e la volontà di ascoltarlo come testimone è finita su un binario morto. Del resto, la partecipazione ai lavori della commissione non è stata, per lui, esattamente una priorità: il tabellino segna appena 8 presenze su 136 sedute. «È più di un anno che non lo vediamo», dicono nei corridoi.

Un assenteismo che stride fortemente con la foga con cui il leader del M5s ha rifiutato di dimettersi, anche solo temporaneamente, pur di blindare la propria poltrona nell’organismo d’inchiesta. Fino a lunedì scorso, quando Conte ha deciso di dimettersi per testimoniare e ora smania per farlo. Galeazzo Bignami è perentorio. «Non si è ancora dimesso dalla Commissione e pretende perfino di decidere quando debba essere ascoltato. Si dimetta, si metta in fila e, come qualsiasi altro componente senza corsie preferenziali, sarà convocato».

«La risposta a Conte l’ho già data più volte, anche in ufficio di presidenza, a questo punto risponderò anche per iscritto», ha aggiunto Lisei: «Evidentemente non avendo mai avuto esperienza di presidenza non gli è chiaro cosa sia la programmazione dei lavori di una commissione; capisco che trovarsi dall’essere un semplice avvocato a comandare l’Italia lo priva di un po’ di esperienza parlamentare dei comuni mortali».

Il leader del M5s ha approfittato dell’indulgente tribuna del Corriere della Sera per lanciarsi in una serie di affermazioni smentite dai fatti. Sostenere di non essere stato «neppure sfiorato su queste vicende» dalla magistratura che «ha indagato per anni» va contro la natura delle contestazioni: Conte non è mai stato sentito dai magistrati né sul traffico di mascherine dalla Cina né sull’affaire dell’avvocato Luca Di Donna.

«Conte mente quando dice di non averci mai lavorato», sostiene Fdi, «Di Donna riceveva i clienti nello studio Alpa (amico personale e mentore del leader M5s, ndr), si presentava come braccio destro del premier e pretendeva tangenti del 10% sulle commesse di Arcuri. Chi pagava (come la Adaltis srl, mezzo milione di euro) stranamente otteneva i contratti; chi rifiutava stranamente subiva ispezioni e sequestri. Perché, chiede Fratelli d’Italia, Conte minaccia di querelare tutti tranne Di Donna, l’unico che ha usato il suo nome?».

Sul piano strettamente etico, l’opportunità di tali flussi finanziari verso professionisti vicini a Palazzo Chigi durante la crisi pandemica rimane, insomma, un tema aperto e controverso. Conte sembra dare il meglio di sé quando indossa la toga del campione dei cavilli e attacca il governo per aver chiuso la vicenda con l’imprenditore Dario Bianchi senza attendere il verdetto d’appello che, assicura, «avrebbe ribaltato la sentenza di primo grado»: una sicurezza che rasenta la preveggenza giudiziaria.

I parlamentari di Fratelli d’Italia, ricordano un dettaglio tutt’altro che marginale: «Una Pec del 20 luglio 2020 dimostra che i dispositivi di Bianchi erano stati regolarmente validati dall’Inail e approvati dalle Dogane. Eppure Arcuri decise di ignorarla, revocando il contratto in modo ingiustificato e pretestuoso, come ha poi stabilito il Tribunale di Roma, che ha condannato lo Stato a risarcire 278 milioni di euro.

Il governo Meloni, d’intesa con l’avvocatura dello Stato, ha chiuso la transazione a 100 milioni, evitando ai contribuenti un esborso ben più pesante: 178 milioni di euro in meno rispetto al conto lasciato dalla gestione precedente».

In fondo, la vicenda ha il sapore del classico boomerang. Se Conte avesse rassegnato le dimissioni dalla commissione due anni fa, sarebbe già stato ascoltato come ex componente e, una volta conclusa l’audizione, avrebbe potuto fare ritorno ai lavori senza che si sollevasse alcun sospetto di interferenze con la campagna elettorale, come da lui ipotizzato sul Corriere, e nessuna occasione per alimentare il presunto rinvio «ad personam». Paradossalmente, l’impasse che oggi denuncia è figlia proprio della scelta di non fare quel passo che avrebbe reso tutto molto più trasparente.

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