Giovedì 14 luglio 2022 il Movimento 5 stelle non votava la fiducia al governo Draghi sul dl aiuti aprendo la crisi estiva che porterà alle dimissioni e al voto di settembre. Martedì 14 luglio 2026 la maggioranza va sotto per un voto sull’emendamento sulle preferenze: è la seconda, grossa sberla dopo il referendum sulla giustizia perso a marzo. La prima dagli elettori, questa dagli eletti.
Nel pomeriggio di ieri la tensione era cresciuta ora dopo ora: «Mai vista tanta gente dal giorno dell’insediamento», confida un deputato di Fratelli d’Italia, che sente come rivolto anzitutto ai suoi l’appello irrituale del premier a votare «in chiaro» l’emendamento sulle preferenze. Tensione che esplode quando Fabio Rampelli smozzica un «respinto». Da quel momento parte la caccia ai «traditori»: 30 deputati. Ogni gruppo traccia l’identikit in una maggioranza che si scopre confusa e impaurita. «Sono state le donne», dice un parlamentare, «si sono rivoltate per l’emendamento sul genere». «Ovviamente quelli di Futuro nazionale hanno detto che votavano sì ma hanno fatto il contrario», giura un altro. Corrono voci incontrollate su ministri e membri del governo in missione che, pur presenti in Transatlantico, non avrebbero partecipato al voto. Il clima è pessimo.
E adesso, dunque? Occhi puntati su Giorgia Meloni: a caldo si ipotizza una salita al Colle, anche se tecnicamente la maggioranza non è venuta meno (ma non fu così neppure con Draghi, esattamente quattro anni fa). Però lo smacco di una Camera – il ramo più «sicuro» del Parlamento dal punto di vista delle dimensioni della maggioranza – che si rivolta contro una «chiamata» diretta del premier e leader di partito è così forte da autorizzare anche le ipotesi più estreme. Giorgia Meloni parla alle 20.45, un’ora e poco più dopo il fattaccio: «Ci abbiamo provato. Ha vinto di nuovo la palude. Abbiamo provato a reintrodurre le preferenze nella legge elettorale dopo più di 30 anni di liste bloccate. Abbiamo chiesto che si votasse con voto palese e che ognuno mettesse la faccia sul suo voto, ma le opposizioni hanno voluto il voto segreto. Il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro. Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione. L’emendamento è stato respinto per un solo voto. Un’occasione persa per gli italiani, ma era giusto provarci. Ps: La scena dell’opposizione che esulta come se avesse vinto un Mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i propri parlamentari dice tutto».
«Riflessione» è parola quasi dorotea, che quantomeno attenua le dietrologie sull’incidente «cercato», magari per anticipare il voto. Fantasie, quasi sicuramente, spinte dall’opposizione cui non pare vero di poter invocare la crisi e di immaginarsi compatta proprio mentre emergono crepe dalla politica estera alla stessa legge elettorale. A tifare dimissioni, proprio come dopo il flop del voto popolare sulla giustizia, sono coloro che vogliono indurre la «palude» di cui parla la Meloni: dietro l’illusione di anticipare le urne, la realtà di consegnare il pallino in mano all’unico che ha il compito di fissare i cicli elettorali, Sergio Mattarella. Il «piano Garofani» in fondo prevedeva proprio questo: una «scossa» (e ieri c’è stata) in grado di scombussolare la maggioranza e mettere tutto in mano al Colle. In modo da preparare le elezioni, magari con un governo di transizione che anticipi nuove maggioranze, facendo una legge elettorale acconcia a preparare il terreno per il solo appuntamento cui tutti guardano: la successione al capo dello Stato.
A mente più lucida si invoca calma, ma il danno politico è enorme. Al merito del voto e all’incertezza sulla legge elettorale si somma il carico di tensioni e accuse dentro la maggioranza: ogni partito ovviamente garantisce sulla fedeltà dei suoi nel segreto del voto, e inevitabilmente scarica la colpa sugli altri. Possibile che solo una formazione abbia deciso per il «tradimento»? Trenta voti mancanti sono un’enormità, non un inciampo passeggero. Se la crisi vera e propria, insomma, non c’è, i problemi paiono ben sopra il livello di guardia.
In serata, mentre Montecitorio continua faticosamente l’esame del resto dello Stabilcum, la guida della delegazione di Fdi Galeazzo Bignami prova ad abbassare la temperatura uscendo dalla capigruppo: «Portiamo a termine il provvedimento e poi dopo faremo un punto su tutto». Contemporaneamente, dall’altro ramo del Parlamento, il Ignazio La Russa indica una strada: «Alla luce del voto sulle preferenze, ricordo, da presidente del Senato, che nel bicameralismo esiste la concreta possibilità di modificare, anche chirurgicamente, quanto votato alla Camera. Ma il regolamento del Senato non consente sul punto il voto segreto e rende perciò palesi gli intendimenti dei singoli senatori».
Solo che a Palazzo Madama la maggioranza è un po’ più tirata. Andare avanti probabilmente sarà possibile. Andare avanti come se nulla fosse, probabilmente, molto meno.
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