La maggioranza perde pezzi. Parte la caccia ai traditori
L'aula di Montecitorio mentre i deputati dell'opposizione festeggiano dopo il risultato del voto segreto sull'emendamento della maggioranza durante l’esame alla Camera della riforma della legge elettorale, Roma, 14 luglio 2026. (Ansa)

Sono le 19.10, il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, che presiede l’aula, ha appena dichiarato chiusa la votazione sull’emendamento più importante alla nuova legge elettorale, quello che introduce le preferenze. Quelli precedenti hanno visto il centrodestra sempre compatto, intorno ai 210 voti. Rampelli legge il risultato con la voce che gli trema: «Voti favorevoli 187, voti contrari 188. La Camera respinge». Il risultato appare sul tabellone, dai banchi delle opposizioni si alza un urlo simile a quello di uno stadio quando la squadra di casa segna un gol.

Il governo è andato sotto, le preferenze sono bocciate, e senza di esse l’intero impianto del cosiddetto Stabilicum corre il rischio di essere incostituzionale: più volte la Consulta ha bocciato delle leggi elettorali proprio perché prive della possibilità per l’elettore di scegliere direttamente, almeno per una quota, gli eletti. Ma di questo si discuterà nei prossimi giorni: la bocciatura dell’emendamento Bignami sulle preferenze è una batosta politica dai risvolti imprevedibili. Almeno 20 parlamentari di maggioranza (36 secondo un calcolo del Pd) hanno tradito, nel segreto dell’urna (del pulsante, in realtà), le indicazioni del governo, anzi di Giorgia Meloni in persona (che non ha partecipato al voto, ma anche in caso di parità, per il regolamento di Camera e Senato, l’emendamento sarebbe stato bocciato).

La stessa premier, prima che iniziassero le votazioni nel primissimo pomeriggio, aveva affidato a Facebook un post molto significativo: «Oggi pomeriggio», aveva scritto la Meloni, «si voterà l’emendamento, proposto da Fratelli d’Italia e condiviso dai partiti della maggioranza, per introdurre le preferenze nella legge elettorale, come in molti, anche tra le opposizioni, hanno chiesto. A questo punto credo sia doverosa un’operazione verità, per capire se quei partiti che da tempo invocano la possibilità per i cittadini di scegliere i propri parlamentari lo facciano per convinzione o soltanto per prendersi gioco degli italiani. C’è un solo modo per scoprirlo: che l’emendamento», aveva concluso la Meloni, «venga votato a scrutinio palese e non con voto segreto. Sfido le opposizioni a non chiedere il voto segreto. Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani. Sì alle preferenze. No al voto segreto».

La Meloni si rivolgeva alle opposizioni, ma è evidente che parlava ai suoi: le voci di qualche timore tra i parlamentari di Fdi che godono di solida copertura politica da parte dei vertici di partito, ma non di un consistente bottino di consensi, giravano vorticosamente. Si temeva, a giusta ragione, che qualcuno potesse pensare più ad assicurarsi al 100% la riconferma che alla disciplina di partito. Timore quanto mai giustificato: i franchi tiratori sono riusciti nel loro intento. Subito dopo l’ufficializzazione del voto, il deputato Edoardo Ziello, del partito di Roberto Vannacci, prende la parola e accusa i deputati di Lega e Forza Italia di aver affossato la maggioranza, tra gli applausi dei colleghi del gruppo. Generale ci cova? Chi lo sa: certo è che i voti mancanti sono stati ben più degli otto del gruppo di Fn, e Ziello, per dimostrare di non essere tra i franchi tiratori, posta addirittura il video del suo voto. I tabulati dicono che quattro deputati della Lega e due di Forza Italia non hanno partecipato al voto sull’emendamento di maggioranza sulle preferenze, che aveva il parere favorevole di maggioranza e governo (in mattinata anche Lega e Forza Italia avevano annunciato il voto favorevole), e che non erano in missione. Tra gli azzurri è mancato il voto di Deborah Bergamini e Francesco Cannizzaro, nel Carroccio mancavano Antonio Angelucci, Vanessa Cattoi, Vannia Gava e Valeria Sudano. Tutti presenti in Fdi, tranne i deputati in missione: Giangiacomo Calovini, Edmondo Cirielli, la stessa Giorgia Meloni, Eugenia Roccella, Giulio Tremonti.

Prende la parola Giuseppe Conte: «La Meloni ha inteso sfidare questo Parlamento con tutte le forze», attacca il leader del M5s, «lanciando una sfida dicendo che bisogna metterci la faccia. La faccia ce l’avete messa, siete andati sotto e avete sfiduciata la vostra presidente del Consiglio. Aprite una crisi di governo e andate a casa perché tocca a noi». «Prendete atto del vostro fallimento e andate a casa», attacca Elly Schlein che parla di un «voto contro l’arroganza di chi pensa che in un Paese a crescita zero, con salari più bassi d’Europa, con le liste d’attesa più lunghe, con i costi dell’energia più alti, la priorità fosse la legge elettorale».

Il capogruppo di Fdi, Galeazzo Bignami, va giù duro: «Noi abbiamo assunto un impegno dinanzi agli italiani», dice Bignami rivolgendosi alle opposizioni, «quello di dare loro la possibilità di scegliere deputati e deputate che siedono in quest’aula. Altri che dicono di volerlo fare non hanno presentato neanche un emendamento e questo significa prendere in giro gli italiani. Noi ci mettiamo la faccia, voi ci mettete qualcos’altro, questa è la differenza tra noi e voi».

La legge elettorale, comunque, va avanti: le votazioni, dopo una sospensione, proseguono in notturna. Nel marasma generale c’è anche chi ipotizza che in fondo il «no» alle preferenze accontenti tutti, qualche complottista della politica sostiene addirittura che sia stato tutto organizzato. Sembra veramente difficile, considerato che quanto accaduto è comunque uno smacco per la maggioranza e il governo. Da oggi, si apre un nuovo capitolo.

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