- Dal video francese con la «pizza corona» al blocco immotivato delle merci alle dogane: in Europa si moltiplicano gli attacchi I produttori alimentari protestano. Ma per ora nessuno li ascolta.
- Il presidente di Coldiretti Ettore Prandini traccia la rotta per la riforma del settore agricolo: «Ci facciamo del male da soli I nostri concorrenti come Francia, Germania e Spagna non hanno problemi a boicottarci senza scrupoli».
Lo special contiene due articoli
Commercio, agricoltura, turismo, il sistema economico nazionale è penalizzato non solo dal coronavirus ma dalla volontà di boicottare i nostri prodotti. Paesi esteri ci hanno provato prima che fosse dichiarata la pandemia, siamo certi che nuovi attacchi arriveranno da nazioni che tentano la folle operazione di associare il made in Italy a un’infezione virologica. Prima il vergognoso video sulla pizza andato in onda su Canal+, guarda caso in Francia che è nostro secondo mercato di sbocco dopo la Germania e con la quale è in atto una storica sfida sui mercati internazionali. Poi la richiesta di etichette «virus free» da importatori di formaggi in Grecia, di insalata in Polonia e frutta dal Kuwait, mentre merci vengono bloccate alle frontiere come le mele in Ucraina e arrivano numerose disdette immotivate da diversi Paesi che colpiscono l’intero agroalimentare.
Sul sito del ministero della Salute, alla domanda se il virus si trasmette per via alimentare, la risposta non è del tutto confortante: «Normalmente le malattie respiratorie non si trasmettono con gli alimenti, che comunque devono essere manipolati rispettando le buone pratiche igieniche ed evitando il contatto tra alimenti crudi e cotti». Ma questo per fortuna già viene fatto nel nostro Paese. Per combattere la disinformazione, gli attacchi strumentali e la concorrenza sleale, la Coldiretti ha lanciato la campagna #mangiaitaliano con l’intento di sostenere il made in Italy, chiedendo a supermercati, ipermercati e discount di privilegiare negli acquisti le mozzarelle con il latte italiano al posto di quelle ottenute da cagliate straniere, salumi prodotti con la carne dei nostri allevamenti, frutta e verdura nazionale e olio extravergine al 100% italiano.
Rimane però il timore che la psicosi da coronavirus possa innescare nuove speculazioni favorendo i plagi stranieri, il cosiddetto italian sounding, a scapito delle esportazioni. Già la commercializzazione di prodotti fatti all’estero e che nulla hanno a che fare con l’originale italiano vale più del doppio della filiera autentica, oltre 100 miliardi di euro contro 44 miliardi. Il falso alimentare ispirato ai prodotti tricolore è cresciuto negli ultimi dieci anni senza battute d’arresto, i consumatori stranieri, soprattutto quando non hanno la cultura per comprendere le differenze, scelgono un prodotto a basso costo, non autentico, piuttosto che spendere di più per un Dop italiano.
Se poi la campagna concorrenziale si arricchisce di nuove, false argomentazioni quali un made in Italy infettato dal coronavirus, quello che serve più che mai oggi è un progetto formidabile per rilanciare l’eccellenza agroalimentare italiana nel mondo. Un comparto che dai campi agli scaffali, fino alla ristorazione, vale 538 miliardi di euro pari al 25% del Pil e offre lavoro a 3,8 milioni di persone.
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