- La multinazionale chiede pareri a nome del governo, creando imbarazzo. Anche perché nel team c’è un manager del gruppo.
- L’avvocato Stefano Simontacchi siede nel cda del Corriere della Sera, che spara a pallettoni sulla Regione Lombardia. E vanta una vasta rete di relazioni con fondi di private equity.
Lo speciale contiene due articoli.
Tra poco, servirà un’app per tracciare gli eventuali comportamenti inopportuni o discutibili di quelli che scelgono le app, o – se preferite – una task force per vigilare sulla task force precedente. Paradossi? Fino a un certo punto, visto che ogni giorno la surreale gestione italiana della crisi del coronavirus offre nuove stravaganze istituzionali, ulteriori comportamenti al limite, continue situazioni difficilmente compatibili con il ruolo che la Costituzione assegnerebbe a Parlamento e governo (e non ad altri).
Sapete che è stata istituita (con scarsa soddisfazione di Giuseppe Conte, che ha cercato di annacquarla in ogni modo) una task force guidata dall’ex top manager Vodafone, Vittorio Colao. Sapete anche (La Verità lo ha raccontato un paio di giorni fa) che, curiosamente, una delle prime riunioni del gruppo di lavoro si è impantanata intorno al tema di una specie di immunità, di manleva legale che sarebbe stata richiesta a gran voce da alcuni dei membri, timorosi di divenire oggetto di imputazione di eventuali responsabilità penali e patrimoniali.
E resta soprattutto il carattere ibrido e istituzionalmente ambiguo di questo comitato. Se decidesse qualcosa, si tratterebbe di un plateale commissariamento di Camere ed esecutivo; se invece degradasse verso un’attività da centro studi, si rivelerebbe l’ennesimo pleonastico carrozzone all’italiana. Un pasticcio, comunque si consideri la faccenda. E gli opposti retropensieri politici (quelli di Conte, che vuol mettere sabbia negli ingranaggi di Colao; e quelli del Pd, che pensa a Colao per sostituire Conte nel medesimo perimetro giallorosso) non aiutano di certo a uscire dal limbo.
Da 36 ore, si aggiunge un’anomalia di cui La Verità è venuta a conoscenza. Alcune personalità del mondo industriale e bancario sono state destinatarie di una richiesta di avanzare proposte, suggerimenti e opinioni per la task force. E fin qui tutto bene, anzi benissimo: che alcuni soggetti autorevoli siano stati contattati per dare un contributo di idee era immaginabile e anche positivo. Ma la sorpresa (in primo luogo per gli interessati, che sono letteralmente caduti dalle nuvole, a meno che abbiano loro stessi frainteso, il che appare però improbabile) è stata che a contattarli avrebbe provveduto Boston consulting, la ben nota società internazionale di consulenza strategica, nata negli Usa e ora diffusa in 50 Paesi, che in Italia opera tra Milano e Roma. Boston consulting group è un autentico gigante del settore con un giro d’affari inferiore solo a McKinsey.
E già qui lo stupore sarebbe grande, al limite del surreale. Un comitato dal vago e sdrucciolevole fondamento giuridico, che già si muove su regole del tutto incerte, e che, per un’attività tutta politica, avrebbe attivato in qualche forma una società di consulenza privata. La notizia, se confermata, dovrebbe destare allarme in primo luogo in quelli (in area giallorossa abbondano, a ogni livello istituzionale) che da decenni ripetono la giaculatoria della centralità del Parlamento, che a questo punto sarebbe ridotto nemmeno a luogo di ratifica, ma di mera presa visione (postuma) di attività politicissime che un comitato di incerta natura avrebbe a sua volta affidato a un soggetto privato. Per non dire dei membri del governo: a questo punto, che ci starebbero a fare ministri e sottosegretari?
Ma non finisce qui. Andando a scorrere i 17 nomi del comitato Colao, districandosi tra professori e conferenzieri, spunta il nome di Giuseppe Falco, la cui qualifica, nella pagina del sito Governo.it dedicata alla task force, è quella di ad per il sistema Italia-Grecia-Turchia e senior partner e managing director di Boston consulting group.
A questo punto, le domande nascono spontanee. Le attività di contatto con imprenditori, banchieri, protagonisti del mondo economico, sarebbero state svolte direttamente da Falco? Su iniziativa propria, o su incarico di chi guida la task force, o comunque a che titolo? Oppure sarebbero state delegate in qualche modo alla struttura di Boston consulting, anche solo per poter svolgere un numero massiccio di conversazioni e contatti?
Ferma restando – per doveroso spirito garantista – la convinzione della correttezza di tutti i soggetti interessati, e di un’azione complessiva improntata per tutti a buona fede e spirito civico, come si concilia il lavoro nella task force con la quantità di consulenze e rapporti che Falco e la Boston consulting vantano per la natura stessa della loro attività e professione? Anche qui: per anni abbiamo sentito – più o meno opportunamente – parlare di conflitti d’interessi, anche solo potenziali. E stavolta non c’è questo rischio? Ribadita ancora una volta la presunzione della correttezza di ciascuno, il solo fatto di ricevere una telefonata pone l’eventuale interlocutore nell’umanissimo dubbio di quale sia la veste in cui il superconsulente o la sua struttura potrebbero teoricamente cercarlo.
Lungi da noi gettare ombre. Ma anche questo è il frutto avvelenato di una situazione istituzionalmente poco chiara, che è pericoloso protrarre in una condizione di ambiguità. Il mix tossico rappresentato da un perimetro di competenze indistinto, da sovrapposizioni confuse con i titolari di funzioni istituzionali, dalla difficoltà di controllo e comprensione per parlamentari e opinione pubblica, è solo destinato a generare problemi di trasparenza, di comunicazione, e in ultima analisi di corretto funzionamento della macchina pubblica.
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