I due partiti usciti vincitori dalle urne hanno un accordo sui temi economici: via la Fornero, spinta alla natalità, ma soprattutto fermare la tagliola dell’Iva. Pronta la convergenza in Parlamento per bocciare il documento del governo e modificarlo. Intanto nel centrodestra i doppi incarichi creano scompiglio. Una trentina di eletti in Parlamento sono anche consiglieri regionali: le due poltrone sono incompatibili, ma molti azzurri temporeggiano.


Rischia di durare pochi giorni il sogno di Pier Carlo Padoan e Paolo Gentiloni di farsi un Def, il documento triennale di politica economica e finanziaria, discutendolo in beata solitudine con Bruxelles. Nelle ultime ore la Commissione Ue ha fatto sapere che aspetterà il nuovo governo e che uno sforamento di poche settimane sul termine del 10 aprile non sarà un dramma. E non a caso M5s e Lega lavorano anche a un accordo sul Def, partendo dall’abolizione immediata della tagliola dei rincari Iva in caso di sforamento del deficit.

È stata proprio la trappola dell’Iva a insospettire Luigi Di Maio, candidato premier dei 5 stelle, e i suoi consiglieri economici, a cominciare dal ministro in pectore dell’Economia, Andrea Roventini. «Se lasciamo fare il Def a quelli del Pd, ci legano le mani per due anni con lo spauracchio dell’Iva e noi non potremo fare nulla di quello per cui abbiamo preso i voti di milioni di italiani», è stato il ragionamento dei vertici del Movimento.

Per gestirsi anche il prossimo Def, Padoan aveva preso la rincorsa. Lo scorso 21 febbraio aveva affermato: «Stiamo già scrivendo il prossimo Def perché non credo che ad aprile ci sarà un governo in pieno potere». Poi, dopo la disfatta del suo partito e l’impossibilità manifesta di fare un governo con Silvio Berlusconi, il reggente del Tesoro ha tentato una doppia mossa: da un lato ha spiegato che avrebbe fatto un Def «assolutamente tecnico» (qualche tabella aggiornata e poco più); dall’altro ha sparso panico nell’aria affermando che l’Italia adesso «è un elemento di incertezza per l’Ue».

Ma a Bruxelles lo hanno un po’ mollato e non solo Pierre Moscovici, commissario per gli Affari economici, ha ribadito che «l’Italia resta un partner affidabile», ma dalla Commissione è arrivato anche un via libera informale a sforare sul termine del 10 aprile. Nel frattempo, sempre alla voce «panico», lo spread con i Bund tedeschi si mantiene a quota 130 punti, addirittura 4 punti base sotto il livello di venerdì 2 marzo.

A questo punto, ci sono due alternative. O il governo uscente lascia perdere la scrittura del Def, oppure si presenta in Parlamento comunque con un testo proprio, che però a quel punto rischia seriamente di essere bocciato, a meno che non recepisca le misure proposte da 5 stelle e Lega.

Che cosa ci sia in questa prima agenda condivisa, è presto detto. Sull’eliminazione della tagliola Iva c’è accordo. Le coperture sono ancora da trovare, e si parla dei soliti tagli delle detrazioni fiscali per aziende e cittadini. Va detto che stiamo parlando di 12 miliardi nel 2019 e altri 19 miliardi l’anno seguente. Sono tanti soldi, ma in soccorso di Di Maio viene il fatto che tutto sommato, in sede di Def, gli impegni e le coperture di spesa sono meno stringenti che nella legge di bilancio. I 5 stelle, che ragionano più che altro su un governo monocolore con appoggio esterno della Lega, vogliono poi tirare fuori dal cilindro una misura vistosa a favore delle imprese e un provvedimento per la famiglia, che rilanci la natalità. E anche su queste due direttrici sono convinti che Matteo Salvini darà il suo contributo. Resta invece spinosissimo il tema delle due misure bandiera delle rispettive campagne elettorali. Il reddito di cittadinanza non piace alla Lega, che lo trova diseducativo, e la flat tax non piace a M5s, che teme un regalo ai ricchi. Risultato: si tenterà un anticipo di reddito di cittadinanza e qualche misura di semplificazione fiscale che piaccia ai redditi più elevati.

Per coprire il lavorio sulla parte propositiva della politica economica, ieri Di Maio ha anche ribadito ai suoi senatori che per prima cosa «aboliremo le leggi odiose». Si tratta innanzitutto del Jobs Act, o quantomeno di recuperare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sui licenziamenti, e poi della riforma Fornero delle pensioni. Che però è un altro giochino assai costoso, visto che abolirla costerebbe 70 miliardi l’anno. Più facile un accordio per un ritorno graduale ai vecchi quozienti.

E mentre Beppe Grillo, intervistato da Repubblica al termine di uno spettacolo, conferma che M5s sta cambiando pelle e mira a stare al potere «20 anni, senza vaffa, ma anche senza inciuci», ieri Di Maio ha motivato ancora una volta le truppe parlamentari. «Saremo il perno di questa legislatura e dobbiamo ragionare da maggioranza», ha detto ai senatori, giunti a Palazzo Madama per sbrigare le questioni burocratiche. Dopo di che ha ammesso quello che da giorni sostengono i giornali: «La presidenza del Senato andrà alla Lega, mentre quella della Camera tocca a noi».

Non solo, ma si fa strada anche l’ipotesi raccontata per prima da La Verità domenica, ovvero che a guidare il Senato sia Salvini, con Di Maio a Montecitorio. Pensato probabilmente dal Quirinale come un modo per ingabbiare i due leader in un ruolo istituzionale e stanarli con un primo mandato per la formazione di un governo, in realtà uno schema del genere potrebbe non dispiacere neppure agli interessati. Salvini prenderebbe il primo incarico, come seconda carica dello Stato, e Di Maio raccoglierebbe il testimone in caso di suo insuccesso. Entrambi, se non dovessero farcela, potrebbero pretendere le elezioni e tornare dai propri elettori dicendo che «il Palazzo» ha provato a tenerli fuori dalla stanza dei bottoni. E questa volta, riuscire a prendere tutti i voti necessari.

Unico momento di imbarazzo, condito dal silenzio del leader, la riammissione nel gruppo del Movimento al Senato di Emanuele Dessì, il candidato con la casa popolare a 7 euro al mese.

Francesco Bonazzi


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