Il governo sfronda la cripto-giungla. «Ma ora si teme la fuga dei capitali»
  • Per la prima volta una legge di bilancio regolamenta il mondo dei bitcoin, varando una mini patrimoniale. L’esperto: «Intervento giusto. Però, per evitare le tasse, le aziende possono spostare le attività all’estero».
  • I Comuni plaudono alle risorse stanziate per il caro bollette, ma chiedono 200 milioni di finanziamenti aggiuntivi. Matteo Salvini raccoglie l’alert sul Pnrr: «Troppi cantieri bloccati».

Lo speciale contiene due articoli

Per la prima volta, una legge di bilancio si occupa del mondo delle criptovalute: nella bozza della manovra ci sono quattro articoli dedicati ai bitcoin. Gli orientamenti – cioè la regolamentazione delle attività – sono corretti, ma ci sono dettagli da migliorare. La tassazione introdotta sulle attività legate alle criptomonete potrebbe, ad esempio, invogliare gli investitori e le aziende del settore ad andare all’estero, dove la fiscalità è più favorevole. D’altronde, per definizione, le criptovalute non sono legate in alcun modo a un mercato di riferimento e, per questo, gli operatori possono avere molto margine di manovra.

«Gli operatori del settore da tempo avevano chiesto alle istituzioni italiane di avere maggiore chiarezza in termini fiscali sul mondo delle criptovalute», spiega alle Verità Ferdinando Ametrano, fondatore e amministratore delegato di CheckSig e professore di Bitcoin e tecnologia blockchain alla Statale e alla Bicocca di Milano, oltre che alla Essec Business School in Francia. «Il fatto che ci sia una regolamentazione, inoltre, agli occhi di molti abilita a tutti gli effetti il mercato in Italia. Detto questo», continua, «una maggiore consultazione con l’ecosistema italiano sarebbe forse stata utile al governo per evitare alcune criticità. Ad esempio, quando si chiede di dichiarare le proprie cripto, non si dice se vadano valorizzate al prezzi di mercato (ed eventualmente a quale quotazione di riferimento) o al costo di acquisto. Un altro tema: si dice che le operazioni da cripto a cripto non sono fiscalmente rilevanti a meno che le cripto non cambino di natura. In questo caso la dicitura è troppo generica. Inoltre, l’imposizione dell’imposta di bollo allo 0,20% l’anno e la riduzione delle soglie di esenzione dal capital gain sembrano misure vessatorie che rischiano di non favorire l’emersione di tutti gli investitori in cripto, ma di spaventarli e di portarli verso lidi stranieri o persino verso l’evasione fiscale».

In effetti, all’interno della bozza della legge di bilancio, troverebbe posto una mini imposta patrimoniale sulle cripto attività, sotto forma di imposta di bollo (per le cripto attività detenute tramite intermediari italiani) o altra imposta (per le cripto attività non detenute tramite intermediari italiani, da liquidare nello stesso quadro Rw della dichiarazione dei redditi). Con aliquota dello 0,2% all’anno, applicabile sul valore delle cripto attività.

Se la misura venisse confermata, si tratterebbe di un aggravio sia in termini di carico fiscale per i contribuenti (anche perché ad oggi l’imposta di bollo e Ivafe non erano dovute sulle cripto attività), che per gli operatori italiani su valute virtuali che dovranno assolvere l’imposta di bollo in maniera virtuale con tutti gli adempimenti connessi.

«L’aliquota dello 0,20% potrebbe avere senso in un mercato tradizionale completamente sdoganato», spiega Ametrano. «Ma in un mondo fortemente pionieristico e molto legato a Internet e quindi senza confini geografici, il rischio è quello di rendere il mercato italiano poco attraente. La chiarezza della norma è quindi corretta, ma se il contesto in cui si devono muovere gli operatori diventa sfavorevole, allora si rischia di fare peggio».

In effetti ci sono Paesi europei che non hanno tassazione sulle criptovalute, come ad esempio il Portogallo o la Germania, dove non c’è imposizione sul capital gain per chi detiene un investimento per più di un anno. «Tutto questo rischia di far scappare dal nostro Paese molti capitali e anche molti operatori, molti dei quali rappresentano delle eccellenze del settore».

Quello che è certo è che il governo vede sempre più nelle criptovalute una nuova fonte di gettito fiscale. «Il governo ha fatto degli sforzi lodevoli per trovare nuove gettito dalle cripto», dice Ametrano. «All’interno della manovra c’è la possibilità di rivalutazione delle proprie cripto ai valori attuali con una imposta una tantum del 14%. Questa misura certamente favorisce l’emersione delle cripto e la regolarizzazione del passato. Di nuovo, però, mancano alcuni riferimenti specifici», continua l’esperto. «A che prezzo vengono rivalutate? Si parla di un prezzo al primo gennaio 2023 che viene rilevato da chi? Tutti dettagli che mancano, ma che sono cruciali. Si tratta di detriti di ragionamenti fiscali vecchi e legati al precedente governo che vanno nella logica di trattare le criptovalute solo dal punto di vista fiscale, quando nella realtà sono un tipo di investimento ancora fortemente osteggiato», conclude Ametrano.

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