Il governo impegna 4 miliardi. Ma nessun risparmiatore perderà dei soldi con Carige
Ansa
  • La bozza del decreto era pronta da novembre. Il testo definitivo prevede 3 miliardi a garanzia di nuove emissioni e 1 da usare in caso di crac., mentre il fondo stanzia in tutto 1,3 miliardi di euro. Non esistono obbligazioni subordinate in mano ai privati.
  • I modi (diversi) nei quali si affrontarono le crisi bancarie precedenti hanno un punto comune: i correntisti tosati Con l’aggravante di obbedire a Bruxelles rinunciando al Fondo interbancario.

Lo speciale contiene due articoli

In questi tempi così pieni di odio politico è difficile fare chiarezza. Il decreto Carige ne è l’esempio. Effettuato d’urgenza nella tarda serata di lunedì, ha sollevato critiche e illazioni di ogni sorta. In sintesi, molti commentatori ed editorialisti hanno subito tirato le conclusioni: il decreto è un salvataggio pubblico. Nelle 25 pagine di testo il concetto non è presente, salvo nell’eccezione di ricapitalizzazione precauzionale in ambito di burden sharing.

Il tecnicismo è d’obbligo per spiegare le varie opzioni a cui si va incontro. La condivisione dei rischi prevede la partecipazione azionaria dello Stato a condizione che vengano penalizzati gli azionisti e pure gli obbligazionisti subordinati. E qui sta l’enorme differenza tra gli interventi in Mps e nelle due banche venete effettuati dal governo precedenti. Non esistono sul mercato obbligazioni subordinate Carige in mano a risparmiatori. C’è solo un bond da 320 milioni, ma è quello sottoscritto dal Fondo interbancario. Quindi, anche nella remota ipotesi che la banca fallisse gli stress test e dovesse essere ricapitalizzata, il governo gialloblù non si troverà nel medesimo dilemma etico di Pier Carlo Padoan. Le norme Ue prevedono che i bond subordinati debbano essere azzerati. La stessa cosa accaduta con Mps, salvo il fatto che poi il governo di allora ha provveduto ai rimborsi.

Se mai Carige saltasse, i gialloblù non si troveranno ad affrontare il medesimo rovello: penalizzare i piccoli risparmiatori o salvarli con il soldi dei contribuenti? Semplicemente, metterebbe mano al portafogli per diventare azionista e avviare il percorso di vendita, come sta accadendo a Siena. Chi perderebbe tutti i soldi? Gli azionisti (che già hanno in mano titoli da 0,001 euro, e comunque non possono essere considerati risparmiatori) e le banche che hanno sottoscritto il bond da 320 milioni. Le altre erano zeppe di subordinati. L’assenza di tali bond non è merito del governo, ma questi sono i fatti. Così come lo è la ricapitalizzazione, che gli stessi commissari hanno definito ipotesi remota o residuale con un costo, in ogni caso non superiore a 2 miliardi di euro. «Remota» perché sia i commissari sia il governo hanno l’obiettivo, una volta emessi nuovi bond, di fondere l’istituto con un’altra banca italiana e poi vendere il tutto a un colosso straniero: potrebbe essere Credit Agricole. Tant’è che il decreto interviene nella sua parte d’urgenza – e quindi pratica – sul tema della liquidità, non sul capitale.

Il governo ha stanziato a garanzia dell’emissione di nuovi bond una cifra non massima di 3 miliardi. L’intervento non è una spesa ma un «collaterale» laa cifra stanziata infatti è di 300 milioni a leva dieci. Stesso discorso per l’Ela, erogazione di di liquidità di emergenza. Se l’istituto genovese dovesse andare in difficoltà allo sportello potrà rivolgersi a Bankitalia. Per ottenere l’iniezione di cash dovrà presentare un piano di ristrutturazione in breve termine. Mentre nel caso di garanzia sulle nuove emissioni ha due mesi di tempo per documentare alle autorità finanziarie un nuovo piano industriale, e quindi la propria capacità di sostenere il nuovo debito. Per questo motivo bisogna distinguere i due stanziamenti. I 300 milioni sono stanziati a garanzia collaterale da usare solo in caso di collasso dell’istituto. Mentre l’altro miliardo è la cifra massima che il governo potrà spendere per Carige. Non è un nuovo stanziamento, ma quanto resta dal decreto firmato d’urgenza da Gentiloni e Padoan il 23 dicembre 2016, quando si stanziarono 20 miliardi per salvare le banche. Una parte infatti è andata a Mps e un’altra a Pop Vicenza. Adesso se Genova crollasse resta un miliardi da spendere (già inclusi nel deficit attuale). Il testo contiene anche un’altra notizia. La prima bozza è datata novembre 2018. Nelle ore in cui si trattava l’emissione del mega bond sottoscritto dal Fondo interbancario e quindi dalle altre banche, il governo era già al lavoro per stendere la bozza del salvagente. Come dire, se le banche avessero detto di no sarebbe servito un intervento pubblico per garantire l’emissione di nuova liquidità. L’accordo è stato trovato, ma il no dei Malacalza all’aumento di capitale ha reso necessario il decreto nel cdm di lunedì.

Ora si aprono scenari bollenti. Chi ha avvisato il governo del rischio di non sottoscrizione da parte delle banche? Gli stessi manager che sono andati in assemblea chiedendo un aumento di capitale? Oppure il governo ha fatto tutto di sua iniziativa? Forse è per questo che la famiglia Malacalza, azionista di riferimento, ha sparigliato tutte le carte e si è sfilata dall’aumento di capitale da 400 milioni. Al di là delle ricostruzioni giornalistiche, qualche informazione in più la banca dovrebbe darla. Giusto per chiarire i dubbi in ottemperanza a quella spudorata richiesta di trasparenza che piace ai mercatisti.

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