- Il Bullo ci vuole mettere la firma: «Il Conte bis? Una mia creatura». Matteo Renzi rivendica totalmente la paternità del governo. E non fa mistero di voler incidere sulla sua durata. Sprezzante con Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio: «Decidano la poltrona del pentastellato, poi passiamo a cose serie».
- Il premier si smarca dal suo partito: «Definirmi 5 stelle? Inappropriato». La prima intervista dalle dimissioni: «Entro metà settimana troveremo l’accordo».
- I dem: «Eliminiamo entrambi i vice». Dario Franceschini e il segretario danno ragione a Beppe Grillo. Nel totonomine salgono Mattia Fantinati alla Pa, Renato Balduzzi alla Sanità, Laura Castelli al Mise e Monica Cirinnà alle Pari opportunità.
Lo speciale comprende tre articoli.
Se qualcuno ancora dubita che il nascituro governo giallorosso è una creatura di Matteo Renzi, basterebbe che desse un’occhiata alle sue dichiarazioni di ieri. In un’intervista rilasciata a Il Sole 24 Ore, il senatore di Rignano – autocelebrandosi come una sorta di Winston Churchill redivivo – si è intestato di fatto il «merito» della formazione di una maggioranza targata Pd e Movimento 5 stelle.
«Fino a un mese fa Matteo Salvini sembrava inarrestabile e per fermarlo occorreva un atto di coraggio. Nel mio piccolo l’ho compiuto», ha dichiarato. «All’Italia», ha proseguito, «oggi serve un governo che blocchi l’Iva e che ci tolga dall’isolamento europeo realizzato da Salvini. E io faccio ciò che serve all’Italia, non ciò che piace a me». Non pago, sottolineando – come suo solito – la prima persona singolare, Renzi ha poi dichiarato: «Per me questa legislatura va al 2023. Se ci arriverà questo governo dipenderà dalla qualità delle persone che ne faranno parte. Se i ministri saranno di livello durerà, se sarà una squadretta non durerà. Semplice, no?». Insomma, non soltanto il senatore rivendica totalmente un Conte bis come propria creatura. Ma non fa neppure troppo mistero di voler decidere su una sua eventuale durata. Se si dice formalmente aperto a un governo di legislatura, subordina comunque il tutto a una generica «qualità delle persone che ne faranno parte». Senza ovviamente specificare in che cosa questa qualità debba consistere. Così da poter magari innescare una crisi, quando gli torni più comodo (soprattutto non appena il lancio della sua formazione centrista sarà pronto).
Certo: Renzi ci tiene a precisare di non rivestire alcun peso. «Quanto al mio ruolo», ha detto, «sono un senatore della Repubblica che conta per sé e per qualche altro amico». Peccato che subito dopo se ne esca, ricordando le «meraviglie» da lui compiute quando era a Palazzo Chigi e lanciando qualche «discreto» avvertimento per il futuro. «Nel mio curriculum c’è l’abbassamento dell’Irap e dell’Ires, Industria 4.0, gli 80 euro, la fatturazione elettronica, il Jobs act, l’eliminazione dell’Imu, il welfare aziendale, il Sì alla Tav e al Tap. In questo curriculum non c’è posto per misure contro chi crea lavoro, contro chi produce ricchezza.»
Del resto, quanto il senatore consideri il nuovo governo un proprio affare, è testimoniato dalle parole dedicate a Luigi Di Maio e a Nicola Zingaretti. Interpellato su che cosa ne pensi di una vicepremiership per il capo politico del Movimento 5 stelle, Renzi replica: «Se il futuro dell’Italia dipende da cosa fa Di Maio, significa che siamo messi male. Facciano loro, decideranno Zingaretti e Di Maio. Poi passiamo alle cose serie». Parole rivelative di due elementi fondamentali. In primo luogo, Renzi sottolinea la scarsissima (o inesistente) stima nutrita verso il nuovo alleato di governo: un alleato considerato né più né meno che una pedina subordinata ai propri interessi politici. Fattore, quest’ultimo, che dovrebbe spingere i 5 stelle a riflettere bene sul passo che stanno intraprendendo. Perché non solo l’abbraccio governativo con il Pd costituisce una strada politicamente mortifera (il «suicidio della rivoluzione grillina», per parafrasare Augusto Del Noce). Ma tutto questo avverrebbe sotto la (neanche troppo) occulta regia di Renzi, che sta giocando una partita di natura prettamente personale. In secondo luogo, le parole sprezzanti del senatore di Rignano verso Zingaretti la dicono lunga sugli effettivi rapporti di forza che vigono all’interno del Pd. Il segretario dem, originariamente contrarissimo ad ogni possibile intesa con i 5 stelle, non ha avuto il coraggio di arginare la ribellione renziana. Pur di evitare spaccature plateali, Zingaretti è sceso a patti con il suo rivale interno, finendone tuttavia progressivamente fagocitato. Col risultato che, nell’intervista di ieri, Renzi ha di fatto celebrato la riconquista (per quanto ufficiosa) della leadership in seno al partito.
Non ancora soddisfatto, il senatore di Rignano ne ha avute anche per Carlo Calenda, che – in totale disaccordo con l’opzione giallorossa – ha recentemente dato il suo addio al Pd. «Quanto a Calenda: è un europarlamentare socialista, farà un buon lavoro a Bruxelles. L’ho voluto ambasciatore, ministro, candidato: adesso non condivido la sua decisione di sparare a zero con toni da ultrà sul governo istituzionale. Ma come già mi è accaduto con Pippo Civati qualche anno fa, anche se le strade politiche si dividono, spero che i rapporti personali restino buoni». Insomma, per Renzi, Calenda non solo è un ingrato ma – paragonandolo a Civati – gli sta fondamentalmente dicendo che, da solo, non arriverà da nessuna parte. Un’affermazione non poco velenosa, a metà strada tra il pronostico e l’anatema. Un’affermazione che va tuttavia al di là del solo astio personale e che paventa un rischio politico. Esattamente come Renzi, Calenda punta infatti ad assumere un posizionamento centrista. E il fatto di essersi chiamato coerentemente fuori dalle manovre del trasformismo giallorosso, potrebbe attirargli qualche significativo consenso dall’attuale base del Pd. A netto discapito di Renzi. I cui furbeschi tatticismi dovranno, un giorno o l’altro, passare tra le forche caudine del voto. E, come diceva Bettino Craxi, «prima o poi tutte le volpi finiscono in pellicceria».
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