- Astrazeneca si è impegnata a fornire la profilassi senza profitti. Ma l’accordo con la brasiliana Fiocruz rivela che l’azienda anglo svedese alzerà il prezzo alla fine dell’epidemia. Peccato che a stabilire quando finirà l’emergenza sarà lei: il 1° luglio 2021
- Il farmaco usato dal tycoon funziona: la Commissione ne acquista altre 500.000 dosi
Lo speciale contiene due articoli
Segnatevi questa data sul calendario: 1° luglio 2021. Sarà questo il giorno esatto in cui terminerà la pandemia. Tranquilli, non si tratta della profezia di qualche novello Nostradamus. È stata Astrazeneca, azienda britannico-svedese in lizza per la produzione di uno dei vaccini contro il Covid più promettenti, a stabilire che l’emergenza è destinata a finire l’estate prossima. Ma com’è possibile, direte voi? Nessuno può sapere con certezza quando usciremo dal tunnel del coronavirus. E naturalmente nemmeno quelli di Astrazeneca hanno la palla di cristallo. Molto più banalmente si tratta di una questione di soldi.
Negli scorsi mesi GlaxoSmithKline, Pfizer, Johnson&Johnson e la stessa Astrazeneca hanno firmato l’impegno a rinunciare ai profitti del vaccino. Un annuncio rivoluzionario, ma fino a un certo punto. La formula sviluppata dal sodalizio con l’Università di Oxford rientra tra gli 11 vaccini giunti alla cosiddetta «fase 3», l’ultimo step della sperimentazione prima della diffusione al grande pubblico. Visti i risultati promettenti, Astrazeneca ha sottoscritto contratti con numerosi Paesi in tutto il mondo per la fornitura di dosi di vaccino, una volta che sarà autorizzato il lancio sul mercato. Lo scorso 27 agosto, la firma del contratto con la Commissione europea per l’acquisto di 300 milioni di dosi (più l’opzione per ulteriori 100 milioni) una volta terminata la sperimentazione. Un accordo costato alla collettività già 336 milioni come rivelato dalla Commissione europea alla Verità, dal momento che i fondi derivano dallo Strumento per il sostegno di emergenza finanziato dagli Stati membri. E solo all’inizio di quest’estate, gli Stati Uniti avevano investito già 4 miliardi di dollari per lo sviluppo di un vaccino.
Molti dei costi iniziali, dunque, sono stati già coperti dagli sforzi economici dei governi. Non per niente, la rinuncia a lucrare da parte di Big Pharma aveva fatto inarcare più di un sopracciglio a Washington e non solo. Ora scopriamo, grazie alle rivelazioni pubblicate giovedì dal Financial Times, che questa generosità ha una data di scadenza ben precisa. L’autorevole quotidiano londinese ha infatti avuto accesso al «memorandum of understanding» super segreto sottoscritto tra Astrazeneca e il fornitore brasiliano Fiocruz per la fornitura di 100 milioni di dosi, nel quale si legge che la fine del periodo pandemico viene fissata al 1° luglio dell’anno prossimo. Da quella data in poi, il vaccino non sarà più venduto al prezzo di costo, bensì a quello deciso dall’azienda britannico-svedese. In realtà questo termine può essere prolungato, ma solo se «Astrazeneca in buona fede riterrà che la pandemia di Sars-CoV-2 non sarà finita». Una discrezionalità, dunque, pressoché totale, dal momento che l’azienda guidata da Pascal Soriot potrà decidere in assoluta libertà se e quanto far pagare il proprio vaccino.
«È il mercato, bellezza», obietterà qualcuno. O forse no? «Non dico che le case produttrici di vaccini non abbiano alcun interesse nella tutela della salute pubblica, ma il loro scopo è quello di massimizzare i ricavi per far guadagnare di più gli investitori», ha ammesso candidamente Tina Smith, ex vicegovernatore del Minnesota e oggi senatore degli Stati Uniti. Verissimo, per carità. C’è un piccolo dettaglio, però, e riguarda i tempi. Nonostante le previsioni più ottimistiche diano le prime dosi in consegna per fine anno, difficilmente la maggior parte della popolazione mondiale – specie quella più povera e in difficoltà – nutre speranze di ricevere il vaccino prima di 12-18 mesi. Ben oltre dunque i termini fissati da Astrazeneca per l’atteso rialzo dei prezzi. Senza contare che gli imprevisti nella sperimentazione sono all’ordine del giorno, e possono far rallentare anche in maniera sensibile il rilascio dell’autorizzazione al rilascio di questi farmaci. Basti pensare all’interruzione dei trial clinici deliberata dalla stessa Astrazeneca il 9 settembre scorso per approfondimenti su una possibile reazione avversa grave. Una sospensione che ha fatto temere il peggio per il futuro di una delle formulazioni più gettonate al mondo. I test sono ripartiti solo qualche giorno dopo, ma la scienza è piena di incidenti di percorso del genere. Non è detto perciò che la strada del candidato vaccino non possa nuovamente risultare ingombrata da altri intoppi. Oppure, a pensar male, che le stesse aziende magari decidano deliberatamente di ritardare la catena per far scadere i termini dei prezzi agevolati.
Più in generale, i leak del Financial Times fanno luce sull’assoluta mancanza di trasparenza dei contratti stipulati tra le case farmaceutiche e le istituzioni nazionali e sovranazionali. Quando il ministro della Salute Roberto Speranza ha annunciato lo scorso giugno la firma di un accordo con Astrazeneca, poi rivelatosi inesistente a seguito di una richiesta di accesso agli atti della Verità, nessun dettaglio di natura economica è stato rivelato. Stesso discorso per il contratto, quello vero, stipulato da Bruxelles per la fornitura di dosi all’Ue. «Il contratto rimarrà segreto per questioni di riservatezza», ha spiegato un portavoce della Commissione al nostro quotidiano. Ragion per cui, tra l’altro, risulta impossibile dare riscontro alle voci di corridoio che sostengono la presenza in questi accordi di clausole che manlevino i produttori dagli eventuali danni provocati ai vaccinati. Una cosa è certa in questa nebbia fitta: nella lotta al coronavirus sono le aziende farmaceutiche ad aver il coltello dalla parte del manico.
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