Colpo di scena ieri al Senato. Per rimuovere il veto grillino su Paolo Romani, la Lega vota per la forzista Anna Maria Bernini a Palazzo Madama, prefigurando un accordo di governo con Luigi Di Maio. L’ira del Cavaliere: «Rotta l’unità del centrodestra».
Matteo Salvini sgancia la sua bomba atomica e scatena l’ira di Silvio Berlusconi. Giri per l’aula di Montecitorio che si anima di capannelli e capisci: nulla sarà più come prima. E dire che fino alle 5 del pomeriggio nelle due aule del Parlamento, le chiamate al voto, risuonano rituali e sonnacchiose. Il Pd si preparava a una riunione di gruppo serale, raccontata meravigliosamente da un sornione Walter Verini: «L’unica cosa certa è che non potremo più avere 101 franchi tiratori: abbiamo solo 105 parlamentari». La Camera aspetta di capire chi sarà il presidente del Senato, e nel salone Italia di Palazzo Madama, il presidente designato – Paolo Romani – si aggira sorridente e sicuro. Ha in tasca una designazione di coalizione. E in cambio Forza Italia ha concesso che il nome designato al Quirinale sarà il suo. Il patto è congruo. Vittorio Sgarbi squarcia la noia, spiegando alla Camera che ha chiesto l’iscrizione al gruppo del M5s, dopo essere stato il nemico di Luigi Di Maio: «Ho anche votato il femminile di Fico... Purtroppo», sorride, «hanno detto solo che la scheda era nulla». Alla buvette di Montecitorio, più o meno negli stessi minuti, anche un Luigi Di Maio dimagrito e tonico sembra sereno come se il passo del centrodestra su Romani fosse una mossa che lo rafforza: «Sono l’uomo più tranquillo del mondo. Ho fatto una proposta di dialogo. Se invece fanno una mossa che riporta in campo la vecchia politica accadono due cose: che la gente non capisce», sospira il leader pentastellato, «e che ci spalancano le praterie». A quell’ora, se i giochi si fossero chiusi con l’accordo di tutto il centrodestra sul nome di Romani, a Berlusconi sarebbe a sua volta riuscito un doppio colpo: eleggere il suo candidato al Senato e separare la Lega dal M5s (che certo non poteva digerire Forza Italia). Restava da votare il presidente della Camera, che a questo punto poteva passare anche attraverso il sostegno di una maggioranza diversa.
Nel Transatlatico – non si sa come – radio Aula trasmette una voce: Berlusconi ha chiamato al telefono Dario Franceschini? Cosa si sono detti? I leghisti sono seccati. Forse – è il sospetto – i due hanno sondato la possibilità di una intesa (a bassa intensità e a «bassa visibilità») sulla Camera. Il leader azzurro a questo punto avrebbe potuto portare a casa sia la rottura dell’asse gialloverde, la seconda carica dello Stato e un antipasto dell’unica maggioranza che restava possibile a Montecitorio: quella Pd-centrodestra. Che a sua volta sarebbe potuta diventare l’anticipo di un possibile patto di governo con il Pd, magari dopo un giro esplorativo a vuoto di Salvini. Quando Giancarlo Giorgetti entra nell’emiciclo, scherzando, i deputati azzurri lo chiamano «premier». Lui risponde andando a fare una battuta a Mara Carfagna: «Vedrai che se le cose vanno così tu diventi presidente della Camera». Circola qualsiasi ipotesi che preluda e contempli alleanze con il Pd. Poi, improvvisamente, mentre tutto scorre con l’idea che si capirà cosa accade solo dopo l’elezione di Romani (o un altro nome di centrodestra) al quarto voto improvvisamente squilla il telefono di Renato Brunetta, che sta passeggiando sorridente vicino alla buvette. Il capogruppo forzista diventa nero in volto. Dice ai suoi: «Vi saluto. Devo correre a Palazzo Grazioli».
Torno al Senato, per capire cosa accade lì. E capisco perché Berlusconi ha chiamato Brunetta, quando un Salvini in blu si presenta davanti ai giornalisti incravattato e serio: «Abbiamo fatto un passo di responsabilità. Abbiamo votato un candidato di centrodestra, abbiamo rinunciato», dice scandendo le pause, «ad avere un nostro nome sia alla Camera sia al Senato. Convergiamo, facendo un passo indietro, su un candidato di Forza Italia. Speriamo che gli altri facciano altrettanto». Ma proprio qui, all’ultima pausa, Salvini sgancia la bomba, la mossa che fa saltare il tavolo: «Il nome di Forza Italia che stiamo votando è quello di Anna Maria Bernini». Attimo di sconcerto tra i giornalisti: «E Romani?». Il capogruppo non c’è più, come tutti i cardinali che entrano in conclave papi. Ritorno alla Camera, mentre la notizia corre, seminando lo sgomento in Fi. Stefania Prestigiacomo è incredula e, mentre sorseggia un crodino, esclama: «Ma questa non è una mossa politica: questo è un taglio in faccia a Berlusconi!». Al suo fianco c’è Andrea Ruggeri, che del Cavaliere è stato un portavoce. Anche lui attonito, ragiona ad alta voce: «Questa è una mossa pensata per spaccare il partito». Arriva Mara Carfagna: «Dubito che Berlusconi possa accettare una mossa così spudorata». E infatti, come se la Carfagna fosse telepaticamente è collegata a palazzo Grazioli, passa solo un secondo e sul suo telefonino appare la dichiarazione del Cavaliere: «Dalla Lega arriva un atto di ostilità a freddo», dice.
I voti del Carroccio alla Bernini «rompono l’unità della coalizione del centrodestra e smascherano il progetto per un governo Lega-M5S». Un elemento incredibile della politica è la velocità precipitosa con cui iniziano a correre gli eventi. Il programma della giornata sonnolenta prevedeva schede bianche: due votazioni senza esito e tutti a casa. E invece, nell’ufficio di presidenza, il Movimento 5 stelle chiede un voto notturno, in terza serata. E chi sono i primi che accettano? I leghisti. Quando questa seconda notizia si abbatte sul Transatlantico, tutti capiscono che – con una velocità imprevedibile – Salvini e Di Maio sono tornati d’accordo: pagare dollaro, vedere cammello. Anticipando il voto la notte, stamattina si può arrivare ad avere due presidenti eletti, sia al Senato sia alla Camera: un leghista e un pentastellato. Giorgio Mulé, parlamentare azzurro con i titoli nel sangue, fa un commento che è un programma: «Ci stanno smerigliando le chiappe con la sabbia di quarzo!». Bruno Tabacci, non più compassato, guarda già alla conseguenza ultima di questo accordo e sbotta: «Si stanno suicidando, un governo così non sono in grado di tenerlo!». Perché tutti immaginano che quest’operazione abbia un solito esito possibile: un governo Di Maio-Salvini. La Prestigiacomo quasi s’arrabbia: «Cioè Salvini distrugge il centrodestra per andare a fare il vicepremier?». Due deputati leghisti sorridono: «Sarà vicepremier e ministro dell’Interno!». E già si fantastica su un governo gialloverde che fa sia flat tax sia reddito di base. Possibile? Scuote la testa amaramente il moderato (alleato del Pd) Giacomo Portas: «Lo avevo previsto. Vinco le scommesse con tutti. Loro fanno il governo dei vincitori. E noi… lo prendiamo in culo

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