- Nei carteggi fra la donna e Dignitas ci sono alcuni passaggi controversi, come quello in cui dalla Svizzera notano che una cura le ha giovato e chiedono conferme sul fatto che i dolori siano tornati e il male sia cronico. Il capo di Exit: «Ero felice per lei».
- Il fratello disperato: «Quando scoprii dov’era avvisai gli svizzeri che non era lucida, dovevano fermarsi. Confido nei magistrati».
- Il chirurgo: «La sindrome di Eagle si cura facilmente, l’eutanasia è impensabile».
Lo speciale contiene tre articoli.
Referti medici, carteggi, contratti, pagamenti. La mole di documenti in mano alla Procura di Catania è ormai imponente. Quella sulla morte assistita di Alessandra Giordano, 47 anni, insegnante di Paternò, non sembra un’inchiesta come tante. L’indagine, rivelata ieri dalla Verità, prosegue senza sosta. L’ipotesi di reato è induzione al suicidio. A breve, qualcuno potrebbe essere iscritto nel registro degli indagati. Alessandra è morta due settimane fa nella clinica svizzera Dignitas, la stessa di Dj Fabo. Lei però non era una paziente terminale. Era stata avvinta dalla depressione, che s’era mescolata alla sindrome di Eagle: una nevralgia che colpisce i legamenti, tra il collo e il cranio. Dolorosa. A volte invalidante. Ma non certo, reputano i magistrati, una malattia che può giustificare il suicidio assistito. E allora: qualcuno ha convinto Alessandra a mettere da parte ogni remora?
Tra i documenti sequestrati dalla Procura di Catania ce n’è uno, tra gli altri, che ha fatto saltare sulla sedia gli investigatori. Un foglio. La fotocopia di un articolo scritto sulla newsletter di Exit: l’associazione italiana per il diritto a una morte dignitosa. Vent’anni di attività e rodate relazioni con la Dignitas. Lo scopo sociale è chiaro: promuovere l’eutanasia. In Italia ha 38.000 soci. Tra questi c’era anche Alessandra: tessera A4638, rilasciata il 5 febbraio 2018. Il primo contatto con Exit è però di qualche mese prima. Lo racconta proprio il presidente di Exit, Emilio Coveri, in articolo finito gli atti. Un pezzo del gennaio 2018, scritto sul «bollettino informativo» e inviato ai soci. Il numero si chiude con un racconto in prima persona. Lo scrive lo stesso Coveri: «È domenica 24 dicembre» esordisce. «Lei si chiama Alessandra e telefona da Paternò». Per i magistrati non ci sono dubbi: si riferisce alla donna morta il 27 marzo 2019 alla Dignitas. Il presidente di Exit riferisce allora i ai suoi lettori una storia che reputa paradigmatica: «Alessandra comincia subito a dirmi che è cattolica, ha una malattia, e ultimamente ha dovuto smettere di lavorare. È sola e i suoi parenti non accettano che lei voglia andare a morire in Svizzera… Andiamo avanti per tre quarti d’ora, dopo mi permette di spiegarle che cosa deve fare, appunto, per andare in Svizzera a morire “in esilio”, ma con estrema dignità». Alessandra sembra perplessa. «Ogni tanto» prosegue l’articolo «lei mette davanti il fatto che è credente. Io replico che pure mia moglie è cattolica, e anche un po’ leccabalaustre. Ma entrambi ci si rispetta perché l’eutanasia significa decidere per se stessi! E non per altri». Le sofferenze di Alessandra, continua il pezzo, sono indicibili e «non ha senso soffrire oltre misura!».
Insomma, lascia intendere Coveri, lei sembrerebbe avere qualche titubanza. Ma la sofferenza, alla fine, sopravanza la fede. «E quindi s’iscriverà (a Exit, ndr) e mi domanderà come dovrà fare per andare a morire dignitosamente. Terminiamo la conversazione e decidiamo di darci del tu». Il commiato del presidente dell’associazione pro eutanasia è quasi euforico. Coveri è felice. Lo scrive lui stesso: «Mi sento felice quando metto giù la cornetta. Sento che, ancora una volta, ha prevalso la mia teoria: quella che la vita è nostra, di nessun altro, tantomeno di quel Dio che vuole farci soffrire inutilmente e di tutta la sua banda».
Alessandra, dunque, mette giù il telefono. Passano appena venti minuti, racconta sempre Coveri. E il presidente di Exit richiama l’insegnante siciliana. I due parlano un’altra ora, dettaglia l’uomo. Dopo quest’ennesima, lunga, telefonata le gli dice che è stanca. Ricorda Coveri: «Il suo saluto è fioco: “Ciao Emilio, a domani. Chiamami”». Già, a domani. E poi? Chissà. Intanto Alessandra matura la sua convinzione: di vivere non vale più la pena.
La donna contatta la Dignitas. Nel mentre, continua le sue visite specialistiche. Il 19 marzo 2018 si fa visitare per la sindrome di Eagle. «La patologia presenta caratteristiche di cronicità» scrive lo specialista catanese «e compromette la qualità di vita della paziente». Il referto viene girato alla clinica svizzera. Che il 3 maggio 2018 scrive ad Alessandra, chiedendole alcuni documenti e un chiarimento: proprio su quel referto inviato due mesi prima. C’è un passaggio che perplime la struttura elvetica: «Una frase in cui il dottore spiega che, dopo tre giorni di trattamento infiltrativo, il dolore le è passato del tutto». Insomma, il dubbio sembra assalire la Dignitas: ma la sindrome non era cronica? Uno spartiacque diagnostico che forse potrebbe precludere l’eutanasia. La struttura elvetica, quindi, chiede ad Alessandra di far confermare al suo medico «che il dolore purtroppo è tornato o riapparirà imperterrito». Chiede poi alla donna di allegare i suoi referti medici. «Non appena la documentazione sarà completa» concludono «le manderemo la fattura per il contributo speciale di 4.000 franchi». Solo dopo, potranno partire le verifiche per la luce verde. Altri 7.000 franchi saranno poi versati per ottenere la «dolce morte». Totale: poco meno di 10.000 euro. Il 28 agosto 2018 Alessandra ottiene dunque la «luce verde provvisoria». La struttura elvetica scrive: «Un medico con cui collaboriamo è in principio disposto a prescriverle la ricetta». Dignitas però chiarisce: «Il giorno del suicidio assistito avremo bisogno di un suo referto medico recente, che non sia più vecchio di quattro mesi». Alessandra adesso è pronta. Si fa rivisitare il 14 novembre 2018. E il responso è sempre lo stesso: sindrome di Eagle. Ha deciso. All’inizio del 2019 volerà a Zurigo. E nella casetta color cobalto della Dignitas avrà il suo suicidio assistito. Ma i familiari riescono a fermarla. La fanno ricoverare per più di un mese a Paternò. Il pericolo sembra scampato. Invece il piano di Alessandra è solo rinviato. Prima però ha bisogno di un nuovo certificato, che confermi il suo male. Il 4 marzo del 2019 viene nuovamente visitata dal neurologo di fiducia: la nevralgia persiste, il dolore resta acuto, i movimenti complessi. La conclusione del medico è severa: «La patologia presenta caratteristiche di irreversibilità, con importante compromissione della qualità di vita della paziente». È questo il quadro clinico che, probabilmente, l’ha condotta sulla strada dell’eutanasia. La «dolce morte». Che però, a magistrati e famiglia, sembra più amara che mai.
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