Elly Schlein ha tutte le ragioni del mondo per essere contro il precariato, considerato che non c’è niente di più precario della sua leadership nel Pd. Si spiega in questo modo la scelta della Schlein di firmare il referendum della Cgil per abolire il Jobs act, la riforma del lavoro targata Matteo Renzi, che la varò tra il 2014 e il 2016 quando l’allora leader dei dem era presidente del Consiglio. Una decisione, quella della Schlein, che rappresenta un ulteriore passo verso la trasformazione del Pd in una Rifondazione comunista dei nostri tempi: manco a dirlo, gli unici apprezzamenti arrivano dagli ex Articolo Uno, ora confluiti nei dem. Contrari, anzi contrarissimi, i cosiddetti «riformisti», nebulosa ormai indefinita di esponenti del Pd che dovrebbero guardare all’area moderata.
Preoccupanti, per la Schlein, i distinguo della sua ex maggioranza: se perfino Andrea Orlando, uno degli sponsor più importanti di Elly alle primarie, non si esprime sul referendum, significa che la segretaria ormai non convince neanche chi ne ha favorito l’ascesa al Nazareno. «Sto riflettendo se firmare per il referendum sul Jobs act», dice Orlando a Un giorno da pecora, su Rai Radio 1, «francamente penso che i parlamentari, avendo altri strumenti, possono anche esimersi dal firmare per un referendum. Intanto diciamo che non sono referendum solo sul Jobs act perché, su quattro quesiti, due non lo riguardano. Credo che, a questo punto, firmare o no per il referendum, almeno nel mio caso, sia irrilevante perché ho presentato un disegno di legge in questa legislatura per modificare in larga parte, proprio in coincidenza con i punti affrontati ora dal referendum, la normativa».
A furia di voler «polarizzare», primo e ultimo comandamento dei genietti della comunicazione di Elly Schlein che sognano di convincere gli italiani che la segretaria sia una alternativa a Giorgia Meloni, la segretaria sta polarizzando il Pd: lei da una parte e tutti gli altri dall’altra. Non solo: considerato che l’unica cosa che interessa veramente al cerchio tragico di Elly è tenere Giuseppe Conte a distanza di sicurezza, la mossa di firmare i referendum della Cgil, al di là del merito dei quesiti, consegna l’immagine di una Schlein a rimorchio del leader pentastellato, che è stato tra i primissimi a annunciare di sottoscrivere il referendum di Maurizio Landini.
Resta al coperto Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia-Romagna e pure lui candidato alle Europee: «Noi non è», spiega Bonaccini, «come ha detto la segretaria, che ci schiacciamo su proposte che vengono da altri, e quindi liberamente chi vuole nel Pd può firmare referendum di una grande organizzazione come la Cgil, ma noi dobbiamo stare sulle battaglie che si stanno facendo in Parlamento, sulle quali, lo dico anche a Matteo Renzi, le opposizioni potrebbero trovare unità per introdurre novità importanti; il problema è che noi dobbiamo evitare di schiacciarci su un dibattito con la testa rivolta al passato perché, se guardiamo al futuro, dobbiamo guardare a un mercato del lavoro che sta cambiando molto».
Matteo Renzi non perde l’occasione per prendere in giro Bonaccini: «Stefanino», ironizza Renzi, «in campagna elettorale sarebbe capace di dire di tutto. Stefanino, noi ti vogliamo bene, sappiamo che non vuoi fare arrabbiare Schlein, che già non ti ha fatto fare il terzo mandato, capisco che per una candidatura dovete tenere i toni bassi, ma non ci state a prendere in giro». La Schlein, da parte sua, insiste: «Guardiamo con interesse», dice la segretaria del Pd a Rtl 102.5, «alle iniziative del sindacato, anche se il Pd ora è impegnato nella campagna per le Europee e sul salario minimo. L’ho detto dall’inizio che molti del Pd avrebbero firmato e anche io, che nel 2015 ero in piazza con la Cgil contro l’abolizione dell’articolo 18. Era un punto fondamentale della campagna che abbiamo fatto alle primarie l’anno scorso. Il Pd fa i congressi», aggiunge Elly, «si discute e si sceglie una linea. Questo non vuol dire che smette di essere un partito plurale. Come ho detto che molti avrebbero firmato, ho detto anche che, legittimamente, altri non lo avrebbero fatto».
Jobs act a parte, il Pd punta molto sulla sanità e lancia una campagna apposita, incentrata si una proposta di legge presentata dalla segretaria: la «legge Schlein»: «Abbiamo presentato», spiega la Schlein, «una legge in Parlamento a mia prima firma che chiede di aumentare le risorse per la sanità pubblica, perché la stanno smantellando. I reparti si stanno svuotando e le liste d’attesa si allungano troppo. Questa legge, che io spero sia approvata quanto prima, chiede di destinare almeno il 7,5% del Pil nazionale alla sanità pubblica. È una media europea, non stiamo parlando di rivoluzioni. Chiediamo un piano straordinario di assunzioni per la sanità pubblica», aggiunge la leader dei dem, «io ascolto quello che dicono il ministro Schillaci e la presidente del Consiglio, solo che cozza con la realtà. Da quando loro sono al governo, la spesa sanitaria nazionale è diminuita. Allora, se davvero dicono che vogliono affrontare la questione delle liste d’attesa, lo dimostrino votando insieme questa legge in Parlamento. Noi già abbiamo chiesto che fosse calendarizzata con urgenza».
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