- Il premier riferirà al Senato sul Metropol: Europa e sinistra tifano per un attacco ai leghisti. Il Carroccio spinge il leader allo strappo: «Torniamo alle urne da soli».
- Il massone dell’intrigo moscovita aveva una rete dalla Libia alla Serbia. L’avvocato Gianluca Meranda, su cui l’Antimafia ha aperto un fascicolo, si era procurato contatti nei Balcani e il suo braccio destro era un tale Khaled, nato a Misurata e convertito all’islam.
Lo speciale comprende due articli.
Conte sulle montagne russe: oggi è il giorno decisivo per le sorti dell’ex avvocato del popolo, del governo da lui presieduto, della maggioranza Lega-M5s e (ma qui il discorso è più complesso) di questa legislatura. Alle 16.30 il premier Giuseppe Conte sarà in Senato per l’informativa sull’affaire Savoini, dopo essere stato protagonista alle 15 alla Camera di un question time al quale seguirà il voto di fiducia sul decreto Sicurezza bis, previsto per le 17.15. Conte al Senato darà quindi la sua versione sul Russiagate all’amatriciana. Subito dopo il premier verrà il momento di Matteo Renzi, che ha chiesto di intervenire «prima di Salvini». Il quale Matteo Salvini dovrebbe prendere la parola dai banchi della Lega, per quello che potrebbe essere l’intervento che mette fine all’esperienza del governo Conte. Condizionali indispensabili, visto che il leader del Carroccio, da consumato showman, tiene alta l’attesa: «Io domani (oggi per chi legge, ndr) sono a Roma, ma ho il Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza sul tema immigrazione e non solo. Vediamo», ha risposto Salvini a chi gli ha chiesto se interverrà in aula, «se gli orari coincideranno o meno. A me pagano lo stipendio per risolvere i problemi legati alla criminalità e alla vita vera, non per commentare fantasie. Però vediamo, io domani sono a Roma, sono in ufficio di primo mattino».
Probabile che Salvini decida se intervenire o meno a seconda dei toni dell’informativa di Conte. Il quale è tra due fuochi: se cede alle insistenze dei suoi nuovi alleati, ovvero il Quirinale, l’Europa, la Banca centrale europea, e dei possibili nuovi alleati (il Pd) dovrà giocoforza bacchettare Salvini per i rapporti tra il suo entourage e i russi; se vuole invece sperare di restare a capo del governo del cambiamento, dovrà difendere Salvini come se fosse il più fedelissimo dei fedelissimi. Apprendista equilibrista, Conte spera ancora di poter restare a Palazzo Chigi, magari a capo di un «Conte bis», anche se la Lega staccherà la spina al governo, con il sostegno di una maggioranza arlecchino che sarebbe composta da Pd, M5s, Forza Italia e «responsabili» vari. La stessa maggioranza che, pensate un po’, secondo qualcuno molto attivo in queste ore nei palazzi romani dovrebbe poi, nel 2022, riconfermare al Quirinale Sergio Mattarella per il secondo mandato quirinalizio. Le truppe leghiste sui territori intanto fremono: il voto a ottobre con Salvini a Palazzo Chigi è la richiesta unanime, pressante, quasi asfissiante che arriva al quartier generale del Carroccio da ogni parte d’Italia.
Ieri Salvini è tornato ad attaccare a muso duro il ministro grillino dei Trasporti, Danilo Toninelli: «Mi sembra chiaro ed evidente», ha detto il ministro dell’Interno, «che la Tav si farà. È un’opera fondamentale ma non è l’unica che un ministro ha bloccato. O il ministro dei blocchi sblocca, o non capisco cosa ci faccia al governo». Da parte sua, Luigi Di Maio è in enorme difficoltà. Ieri è stato cinicamente preso in giro anche da Beppe Grillo, che ha ironizzato pesantemente sul «mandato zero», la deroga alla regola dei due mandati varata per i consiglieri comunali del M5s: «Il mandato ora è in corso è il primo di un lungo viaggio», ha scritto Grillo sui social, pubblicando la canzone Se mi lasci non vale di Julio Iglesias, «…ma di andarmene a casa non ho proprio il coraggio…». «Mi auguro», ha detto Di Maio, «che possa esserci il prima possibile un incontro sia con Salvini sia con Conte. Io l’ho chiesto perché parlarci a mezzo stampa non è molto utile. Credo che stare al governo sia sempre delicato, significa», ha aggiunto il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, «portare a casa ogni giorno un risultato. Il caso Arata-Siri? Credo che questi temi in questo momento richiedano il massimo della chiarezza. È quello che ho chiesto anche alla magistratura. Per il resto», ha precisato Di Maio, «io non ho ragione di dubitare di Salvini. Noi lavoriamo bene insieme in questo governo e portiamo a casa i risultati».
Un Di Maio pomeridiano garantista, dunque, a differenza del Di Maio mattutino, che su Facebook aveva attaccato pesantemente la Lega: «Un po’ di positività ci vuole», ha scritto il capo politico del M5s, «con tutte queste notizie che intossicano le giornate. Tipo questa storia di Arata che è inquietante. Diceva che siamo dei “rompic…” mentre parlava con la mafia. Un’altra medaglia al valore per il M5s. Vedete che facciamo bene a dire no quando serve? Anche perché di mio ho sempre diffidato da chi dice di sì a tutto e a tutti. Se da fuori ci vedono ancora come “spaghetti e mafia”», ha aggiunto Di Maio, «è perché i partiti ancora si imbarcano questa gente».
Dunque, tra attacchi, contrattacchi, accelerate e retromarce, siamo finalmente al giorno della verità. L’ala del M5s che vuole tenere in piedi a tutti i costi il governo è pronta a offrire a Matteo Salvini la testa (politicamente parlando) di Toninelli. Oggi, salvo imprevisti, sapremo se la maggioranza Lega-M5s è arrivata al capolinea.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >