Dimissioni per finta ma l’Anm va in pezzi. La corrente Mi lascia il comitato direttivo
  • Dopo le rinunce annunciate e mai formalizzate dei dirigenti dell’associazione, la componente guidata da Mariagrazia Arena se ne va.
  • Una lettera di alcuni eurodeputati sovranisti solleva il caso anche a Bruxelles.

Lo speciale contiene due articoli

Le ultime parole famose. Così parlava sabato scorso il presidente (sedicente) dimissionario dell’Associazione nazionale magistrati, Luca Poniz: «Non si può pensare che noi siamo rimasti o vogliamo rimanere in sella ed esporci ad attacchi ingiustificati. Tutti sanno che l’emergenza ci ha costretti a un lavoro difficilissimo. Se qualcuno pensa che la proroga nella quale ci siamo trovati nostro malgrado serva per proteggere una posizione o mantenere l’assetto dei rapporti politici, è un cosa che non si può tollerare». Quarantott’ore dopo, è tutto cancellato. Tout est pardonné, direbbero i francesi: è tutto perdonato.

Il comitato direttivo centrale (Cdc) e la Giunta esecutiva centrale (Gec) dell’Anm sono ancora qui, come nella canzone di Vasco Rossi. Tecnicamente si chiama «prorogatio», ed è una facoltà che sta nascosta nelle pieghe dello Statuto dell’associazione a cui è iscritto quasi il novanta per cento dei togati italiani. Dunque, Cdc e Gec restano in piedi e operativi. Chi si tira fuori dal parlamentino, invece, è Magistratura indipendente che in un comunicato di fuoco ha attaccato la gestione dell’Anm e posto le basi per una rottura senza precedenti nel pur monolitico blocco della corporazione.

«Un fiume impetuoso di fango si propaga rapidamente rompendo gli argini, ma i tre gruppi che decidono le sorti associative (Upc – Area – AI) trovano dopo nemmeno due giorni la forza per ricompattarsi pur di non annegare, lanciandosi reciprocamente giubbotti gonfiabili», si legge nella nota firmata dagli ex componenti del Cdc per Magistratura indipendente (Stefano Buccini, Nunzia Ciaravolo, Edoardo Cilenti, Giancarlo Dominijanni, Paola D’Ovidio, Liana Esposito, Ugo Scavuzzo) e controfirmata dal Segretario generale Paola D’Ovidio e dal Presidente, Mariagrazia Arena.

L’Anm del presidente Poniz (Area) e del segretario Giuliano Caputo (Unicost), le cui chat con Luca Palamara sono state svelate dal nostro giornale nei giorni scorsi, aveva anche provato a coinvolgere Mi nella gestione transitoria fino alle prossime elezioni, fissate a ottobre dopo il rinvio di marzo dovuto al coronavirus. Ma la risposta è stata un sonoro «no, grazie». E il motivo si legge proprio nella nota della corrente: «Bocciate le nostre proposte (ritornare subito alle urne, ndr), si voterà dunque tra altri 5 mesi, e per noi non ha alcun senso far parte di una ristretta cerchia di persone – di cui alcune direttamente coinvolte dalle conversazioni pubblicate – che pervicacemente si auto-assolvono ed auto-alimentano attaccate a un respiratore artificiale, confidando che la bufera passi e che i magistrati ne perdano il ricordo». Finora, a lasciare è stato solamente il pm milanese Angelo Renna, anche lui sorpreso – come raccontato dalla Verità – a messaggiare con il pm finito sott’inchiesta a Perugia per una presunta corruzione. «Unicamente un componente di UpC si è dimesso dalla Gec e dal Cdc (è bene ricordarlo, non spontaneamente, bensì richiesto da Area) per aver pronunciato una frase offensiva nei confronti di una collega componente dello stesso Cdc, di talché il tema dei concorsi pilotati deve, all’evidenza, essere stato giudicato da costoro un peccato “veniale” di cui non ci si può dolere e non si deve rispondere».

La motivazione addotta dal presidente Poniz per la retromarcia è dovuta alla necessità di «rappresentare responsabilmente i magistrati che in quelle chat non ci sono né hanno mai aderito a certe pratiche…», ma per Mi non è chiaramente sufficiente. Tant’è che, nel durissimo comunicato di dimissioni, gli ormai ex componenti del Consiglio direttivo centrale battono forte sul mancato «dibattito su un utilizzo politico della Anm, che purtroppo emerge in una parte significativa delle conversazioni da ultimo pubblicate», a cominciare proprio da quella riguardante l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, scovata dal nostro giornale. «Non una parola di censura è stata spesa al riguardo nel Cdc. A noi corre l’obbligo di ribadire che ci siamo sempre opposti ad un utilizzo politico della Anm, posizione espressa innumerevoli volte in seno alla Anm e non solo […] La nostra concezione dell’essere magistrati ed il senso di responsabilità verso tutti i colleghi ci impongono una netta presa di distanza da tali irresponsabili comportamenti».

Il documento condanna «questo insopportabile moralismo di facciata» e ribadisce, una volta di più, «il bisogno di allontanarci, consci del fatto che, accettando la capziosa chiamata per comporre un preteso “governo dei responsabili” della Anm, daremmo l’immagine distorta del “siete tutti uguali, sempre e comunque”». Che cosa faranno ora le toghe di Magistratura indipendente? Opposizione extra parlamentare, potremmo dire. Una opposizione «fuori dal Cdc», si legge ancora. «Fiduciosi che il momento del voto arriverà e non ci troverà impreparati sui contenuti. Del resto non è poi così difficile: è sufficiente occuparsi, come sempre, della quotidianità del nostro lavoro». E un po’ meno di quelle nomine e di quei favori immortalati dalle intercettazioni ottenute col trojan inoculato nel cellulare di Luca Palamara. Una rete in cui sono finiti tutti, compresi i parlamentari. E proprio il deputato Pd Cosimo Ferri ieri si è visto bocciare dalla Corte Costituzionale, in quanto «inammissibile», il conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato per essere stato «ascoltato» dagli investigatori durante i suoi incontri col pm sott’inchiesta, in presunta violazione delle sue prerogative parlamentari.

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