- I magistrati contabili stroncano il sistema creato da Romano Prodi: pochi investimenti, manutenzione scarsa, tariffe da rivedere e clausole vantaggiose per i privati. Pd e Italia viva però si schierano contro i 5 stelle.
- Il gruppo chiede l’indennità e agita lo spettro del crac in caso di rescissione.
Lo speciale contiene due articoli
Il balletto sulla Tav ha dato la spallata finale al governo gialloblù. Le concessioni autostradali rischiano di essere la bomba innescata sotto la poltrone del Conte bis. Di mezzo sempre i 5 stelle che in queste ore si sono mossi per inserire nel decreto Milleproroghe tre commi in grado di rivoluzione i rapporti tra Stato e concessionari privati. In particolare tre novità che finirebbero a gamba tesa sui conti di Atlantia e della controllata Autostrade spa.
In pratica, non solo si mira a stoppare il consueto automatismo che a ogni primo gennaio prevedeva l’aumento delle tariffe, ma si va a prevedere che in caso di stop alle concessioni ci sia il subentro immediato di Anas. Infine – e qui c’è l’elemento che ha scosso i vertici di Autostrade e ha fatto crollare il titolo in Borsa – si mette nero su bianco l’indennità per il mancato rinnovo della concessione. In pratica verrebbe riconosciuto solo «il valore delle opere realizzate più gli oneri accessori, al netto degli ammortamenti, ovvero, nel caso in cui l’opera non abbia superato ancora la fase di collaudo, i costi effettivamente sostenuti dal concessionario». Nulla a che vedere rispetto alle penalità miliardarie previste dal contratto tra lo Stato e Austostrade di cui si è parlato a più riprese dopo il crollo del ponte Morandi a Genova.
Nel cdm di ieri sera si è discusso dell’eventualità di sfilare tutti e tre i commi dal Milleproroghe. D’altronde a schierarsi a favore della famiglia Benetton si è messa per intero Italia viva. Anche il Pd è della stessa opinione, ma rispetto ai renziani preferisce rimanere coperto e allineato – come si diceva ai tempi della naja – nella speranza che qualunque scelta sia imputata ad altri. Perché la partita è tutt’altro che chiusa. Il 18 – ma la notizia è diventata pubblica solo ieri – la Corte dei conti ha depositato a Palazzo Chigi una relazione di 200 pagine dal titolo emblematico: Concessioni autostradali. La relazione, premettono i curatori del dossier coordinato dal presidente Angelo Buscema, «vista la notevole rilevanza delle concessioni autostradali e degli interessi economici pubblici e privati coinvolti, analizza le modalità di realizzazione e i costi dell’assetto in vigore, per verificarne l’impatto sulla finanza pubblica e sulle scelte dell’utenza anche in considerazione del fatto che, fin dagli anni Novanta, le autorità indipendenti lamentano la mancata apertura al mercato delle concessioni e l’opacità nella loro gestione, non essendo state le convenzioni di affidamento, fino all’anno passato, rese pubbliche». Tradotto, secondo i magistrati contabili siamo di fronte a pochi investimenti, manutenzione scarsa, modelli tariffari tutti da rivedere e clausole contrattuali vantaggiose per i privati. La Corte avverte senza mezzi termini che bisogna «individuare il punto di equilibrio tra remunerazione del capitale e tutela degli interessi pubblici e dei consumatori, in un contesto di effettiva attuazione dei principi della concorrenza e dell’efficienza gestionale». Il documento afferma anche l’esigenza di procedere alla rapida introduzione di un sistema tariffario tale da consentire un rendimento sul capitale investito, compatibile con quello di mercato per investimenti di rischio comparabile e di procedere all’accelerazione delle procedure per la messa a gara delle convenzioni scadute. La Corte spiega, inoltre, la necessità di una maggiore effettività dei controlli, anche sulla rete infrastrutturale, accompagnata da una continua verifica sugli investimenti.
La relazione prosegue ed è difficile trovare elementi positivi a favore dello status quo. A indicare però quanto i tempi siano ormai cambiati c’è persino un riferimento a documenti del 1997 e del 1998. Già all’epoca i magistrati contabili avevano disquisito di «ingiusto vantaggio». Usiamo questo verbo perché la relazione non sortì alcun effetto. Il mancato ricorso al mercato per l’attribuzione di quella importante concessione ai Benetton era stata definita «illegittima». A firmare contro il parere la concessione tra Anas e Austostrade sotto gli occhi di Carlo Azelio Ciampi fu il ministro dei Lavori pubblici Paolo Costa. A capo del governo c’era Romano Prodi. E la scadenza che inizialmente doveva durare 20 anni fu estesa a 40. Nel 2010 Costa è stato chiamato a presiedere il consiglio di amministrazione di Spea engineering, una controllata di Autostrade per l’Italia. Mentre, vicinissima a Prodi, l’ex ministro della Giustizia nonché potentissimo avvocato Paola Severino è diventata difensore dei Benetton dopo il crollo del ponte.
Cose che alla Corte dei conti sanno benissimo. Per questo il riferimento al 1997 e al 1998 non è per niente casuale. L’uomo che passa alla storia come il privatizzatore ieri per la prima volta nella sua vita ha preso una tremenda sberla. Per giunta da un organo costituzionale, e per uno che è stato candidato alla presidenza della Repubblica non è cosa da poco.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >