«Conte primo responsabile dell’emergenza senza fine»
Il coordinatore di Lettera150, Giuseppe Valditara: «Lo scaricabarile addosso alle Regioni è vergognoso. La Costituzione parla chiaro, in queste situazioni tocca all’esecutivo intervenire».

L’hanno chiamata «operazione verità»: un gruppo di cattedratici italiani ha elencato i 10 errori commessi dal governo che hanno «gettato alle ortiche i sacrifici degli italiani, reclusi per due mesi». Tra le firme compaiono i nomi di Luca Ricolfi, Andrea Crisanti, Giovanni Orsina, Claudio Zucchelli, Giuseppe Valditara. Dai tamponi alle scuole, dal tracciamento agli assembramenti, dai trasporti ai «Covid resort» per ospitare le quarantene: una sequenza di provvedimenti che dovevano essere decisi mesi fa e sono stati disattesi. I firmatari appartengono a Lettera150, un centro studi creatosi durante i mesi di isolamento per favorire l’uscita dall’emergenza. Il coordinatore è il professor Giuseppe Valditara, docente di diritto, senatore di centrodestra dal 2001 al 2013, capo del dipartimento università al ministero dell’Istruzione tra il 2018 e il 2019.

Com’è nata l’esperienza di Lettera150?

«Il 2 aprile scorso abbiamo diffuso una lettera aperta che aveva raccolto 150 firme tra professori universitari più quale magistrato o ex magistrato. Non ne potevamo più di un lockdown ottuso».

Ottuso perché?

«Non c’è soltanto l’obbligo dell’isolamento per affrontare un’epidemia del genere. Il virus si è modernizzato perché ha imparato a prendere l’aereo, ma il trattamento è rimasto quello medievale: tutti chiusi in casa».

È successo in tutto il mondo.

«Non dappertutto. In Asia orientale, Australia, Nuova Zelanda è stata attuata una politica completamente diversa, con poche chiusure e larghissimo ricorso all’intelligenza artificiale. Il Covid è stato tenuto sotto controllo con tamponi diffusi ma soprattutto con il tracciamento e ora quelle economie sono già ripartite».

Si poteva fare anche da noi?

«Si doveva farlo. Conosco bene l’importanza dell’intelligenza artificiale e quanto l’Italia sia avanti in questo campo. Così in quel documento ci domandavamo se, nel ventunesimo secolo, non ci fosse la possibilità di affrontare questa epidemia in modo più intelligente e moderno».

E che cosa chiedevate?

«Tamponi di massa, dati, tracciamento, Covid hotel a cui all’epoca nessuno pensava. Abbiamo avuto un certo successo, abbiamo superato i 250 componenti nel nostro comitato scientifico e nei mesi successivi abbiamo allargato l’interesse a nuove proposte per fare ripartire il Paese: appalti, giustizia, fisco, scuola».

Avete fatto quello che decine di task force del governo non sono riuscite a elaborare.

«Più o meno sì. Anche perché noi abbiamo studiosi di eccellenza, mentre il governo ragiona con il bilancino dell’appartenenza».

Voi non avete fatto un’operazione politica?

«No, anche se i valori di riferimento sono quelli di libertà: contro uno statalismo opprimente e a favore di un fisco leggero e uno Stato efficiente. Sono nati il sito Internet e poi una rivista con collaboratori di assoluto prestigio. Tutte idee nuove che farebbero bene al dibattito politico, anche nell’opposizione».

Sul sito si trova la proposta di un protocollo per tamponi di massa datata metà maggio.

«Il 5 maggio abbiamo pubblicato una lettera aperta con le firme, tra gli altri, di Crisanti e Ricolfi; il 19 maggio due autorità come i professori Gasparini e Curcio hanno elaborato un protocollo calcolando costi e organizzazione per arrivare a processare 1,3 milioni di tamponi al giorno».

Utopia.

«L’altro giorno in una città cinese di 9 milioni di abitanti ne sono stati fatti 3 milioni e mezzo. Basta sapersi organizzare. I tamponi rapidi costano 3,5 euro, chiunque se lo può permettere, anche lo Stato».

Altre idee?

«Per esempio, il 17 agosto abbiamo proposto un documento sui trasporti ripreso da tutti i media nazionali ma completamente ignorato dal governo».

Dei 10 errori che avete elencato, qual è il più grave commesso dall’esecutivo Conte?

«Sono due. Il primo è non aver voluto fare la campagna di tamponi a tappeto proposta da Crisanti ad agosto. Il secondo è la gestione dei dati epidemiologici. Noi non abbiamo né la trasparenza sui dati né una raccolta efficace. A parte il bollettino quotidiano di contagiati, ricoverati e morti, noi non sappiamo, per esempio, se i supermercati sono luoghi di contagio o no. Che grado di contagio hanno avuto i cassieri rispetto al resto della popolazione, più o meno alto? E le hostess sugli aerei, il personale viaggiante dei treni, le scuole? Non si sa».

Questo non tocca alle università o ai centri di ricerca?

«È competenza esclusiva del governo, come recita la Costituzione. Ci sono 4 articoli che stabiliscono in modo inequivocabile le responsabilità dell’esecutivo. Il 117, comma 2, lettera q, stabilisce la competenza per la profilassi internazionale, cioè che il trattamento sanitario in caso di epidemia va deciso dal governo in modo concertato con altri Paesi. L’articolo 117, comma 2, lettera r, sancisce che al governo spetta il coordinamento informativo statistico e informatico dei dati dell’amministrazione statale, regionale e locale. Il comma 3 stabilisce che la tutela della salute è competenza concorrente con le Regioni, ma in base all’articolo 120 il governo può sostituirsi agli enti locali “in caso di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica”. In virtù di tutto questo il governo ha mancato gravemente».

Quindi le polemiche di queste settimane con le regioni sono pretestuose?

«È stato uno scaricabarile vergognoso. Per carità, ci sono state inefficienze anche a livello regionale. Per esempio, i vaccini antinfluenzali non si trovano ancora, a parte alcune regioni particolarmente efficienti. Ma la protezione civile e il commissario Arcuri, come si sono occupati dei ventilatori polmonari, potevano anche approvvigionarsi dei vaccini».

Oltre alla Costituzione, ci sono pure i poteri straordinari assegnati al governo dai vari dpcm.

«Il presidente del Consiglio con un suo decreto ha limitato talune libertà costituzionali, a maggior ragione sarebbe potuto intervenire anche su tamponi, trasporti e quant’altro. Se il dpcm non andava bene, si poteva provvedere con un decreto legge. Il primo responsabile di questa situazione è certamente il governo».

Anche Francia e Spagna se la passano male.

«Ma ormai la curva epidemiologica in Italia è la peggiore in Europa. Noi che siamo usciti bene a maggio ora siamo i peggiori. Vuol dire che non si è fatto proprio nulla».

Come se lo spiega? Incapacità, insipienza, calcolo politico per mantenere alto il livello di allarme?

«I motivi sono tanti. Trascuratezza, superficialità, qualità degli esperti mediamente non eccelsa, divisioni interne tra Pd e 5 stelle, arroganza e mancanza di umiltà nel non voler sentire chi ne sa di più. La scorsa settimana abbiamo pubblicato la lettera mandata da Crisanti il 20 agosto in cui proponeva di fare 400.000 tamponi al giorno aggiungendo alla potenza di fuoco delle regioni 20 centri stabiliti dal ministero della Salute, uno per regione, in grado di processare almeno 10.000 tamponi al giorno ciascuno, più altri 20 centri mobili sul territorio. Il documento è stato consegnato ad alcuni ministri ed è stato cestinato».

Non c’è anche una componente ideologica statalista? Conte voleva mostrare che la salvezza per gli italiani sarebbe arrivata soltanto dallo Stato, per cui niente trasporti privati, niente aule aggiuntive da scuole private, niente sanità privata…

«Sì, c’è anche questo. È un fatto molto grave che ai centri diagnostici privati sia stato precluso di fare tamponi, tant’è vero che il Tar del Lazio pochi giorni fa ha condannato la Regione Lazio a consentire i tamponi molecolari anche ai centri privati. Ma c’è soprattutto una mancanza di coraggio».

In che senso?

«Il governo ha ragionato così: abbiamo incassato un certo credito politico grazie al lockdown di marzo e aprile, facciamo circolare la vulgata che l’Italia è stato il Paese più bravo, adesso scarichiamo tutto sulle Regioni e se dovesse capitare ancora qualcosa lasciamo che se ne occupino loro».

In aggiunta, 15 su 20 sono di centrodestra.

«Hanno speso 1 miliardo per i banchi con le rotelle e soltanto l’altra sera hanno concluso un accordo, tra l’altro nazionale e non regionale, per fare i tamponi negli ambulatori dei medici di base. Uno dei medici che partecipa alle nostre chat, il dottor Luigi Cavanna di Piacenza, è finito perfino sul Times raccontando la sua esperienza: andava nelle case bardato come un palombaro a curare personalmente i malati. Dei suoi 300 pazienti il 5% è andato in ospedale e nessuno è morto».

Che scenario si apre adesso? Chiusura generalizzata?

«Sarebbe un po’ banale e anche ottuso. La situazione non è uguale dappertutto. Il nuovo lockdown deve essere fatto con criterio».

Però in Europa stanno chiudendo tutto.

«Ma i medici spagnoli hanno fatto un documento durissimo contro il loro governo. E Macron è stato un irresponsabile: quest’estate in Francia nessuno ha mai portato la mascherina. Noi dobbiamo guardare ai migliori, non ai peggiori».

Dei 10 errori che avete elencato, il governo a quale dovrebbe rimediare per primo?

«I dati innanzitutto: senza trasparenza nei dati per studiare il fenomeno non si va da nessuna parte. Poi tamponi diffusi: senza attività di prevenzione siamo sempre daccapo. I trasporti, che vanno riorganizzati anche per quando saremo a regime. E la medicina del territorio».

Per non gravare sugli ospedali.

«Ma anche per lanciare la telemedicina e l’ingegneria medica. Dobbiamo avere la creatività e l’intelligenza di andare oltre i saperi tradizionali».

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