- Il premier si prepara a estendere le restrizioni del Nord al resto del Paese. Allarme ospedali: in Lombardia pazienti nei container.
- L’infettivologo del Sacco di Milano, Massimo Galli: «Anche i trentenni stanno avendo problemi seri».
Lo speciale contiene due articoli.
Nell’«ora più buia» Giuseppi ha battuto un colpo, prendendo atto di dover allargare la zona rossa e fermare lo sport italiano. Più che un annuncio da statista, un gesto disperato di un premier sopraffatto dagli eventi, che su Repubblica si era paragonato a Winston Churchill, ma che era uscito a pezzi dalla brutta figura del decreto annunciato sabato notte. Una decisione quella a cui si è piegato il governo giallorosso che in realtà dà ragione al leader della Lega, Matteo Salvini, che poco prima aveva dichiarato: «Momenti eccezionali richiedono scelte eccezionali, e visti i 9.000 contagi toccati serve applicare le misure più restrittive per persone e attività, a tutto il territorio nazionale, senza distinzione».
Lontano da Palazzo Chigi, intanto, l’Italia combatte una guerra che vede schierati in prima linea i dottori, gli infermieri e tutto il personale sanitario. Lo sforzo è enorme, l’epidemia continua a espandersi e, probabilmente, il peggio non è ancora arrivato. L’ospedale Spallanzani di Roma si sta infatti organizzando per sostenere un eventuale picco epidemico, come ha dichiarato il direttore sanitario, Francesco Vaia: «I posti in terapia intensiva aumenteranno di 5 unità e tra 15 giorni aumenteranno di 10, fino ad arrivare a 34 posti letto». Il picco infatti, secondo una prima previsione teorica, potrebbe arrivare a metà aprile in Lombardia, con ondate successive nelle altre Regioni. A indicarlo è il modello sviluppato per la pandemia influenzale del 2009 e applicato al Covid-19 da Stefania Salmaso, l’epidemiologa che allora era a capo del Centro nazionale di epidemiologia dell’Iss. Ed è proprio quello della Lombardia lo scenario che spaventa di più. Ieri, l’assessore al Welfare della Regione, Giulio Gallera, nel consueto appuntamento, ha provato a tranquillizzare: «Il sistema sta reggendo. Siamo riusciti in tutto a recuperare 223 posti di terapia intensiva e altri 150 contiamo di aprirne in sette giorni. La nostra sfida è avere più posti di quanto necessario». L’assesore ha anche reso nota l’ipotesi di utilizzare gli spazi della Fiera di Milano e l’utilizzo di container per creare nuovi posti letto. I numeri dei ricoveri in Lombardia infatti salgono: secondo i dati di ieri sono infatti 2.802, di cui 440 in terapia intensiva (41 in più rispetto alle 24 ore precedenti), mentre le dimissioni sono a quota 646.
Recuperare posti letto è una corsa contro il tempo. Le sale operatorie vengono convertite in sale di terapia intensiva. E nella notte tra domenica e lunedì le ambulanze delle Misericordie della Toscana hanno trasferito i pazienti dalle terapie intensive degli ospedali della Lombardia a quelli delle Regioni confinanti per liberare più posti possibile.
In sintesi, tutti gli sforzi devono essere concentrati alla cura dei malati di Covid-19 per evitare che si arrivi al collasso, come ha spiegato Gallera: «Abbiamo bisogno di avere un sistema in grado di curare tutti, quelli che si ammalano di coronavirus e anche quelli che hanno un infarto, un ictus o un incidente. Abbiamo bisogno che il sistema rimanga solido. Se cresce come in queste due settimane, non saremo in grado per tempo di dare una risposta di qualità». Un avvertimento chiaro che, sebbene in termini meno drastici, rende comprensibili gli audio che stanno circolando in Rete di alcuni dottori, come quello di una cardiologa di terapia intensiva di Milano pubblicato da Dagospia. Nelle sue parole, si intravedono scenari simili a quelli di guerra: «Il problema vero è che tanta gente ha bisogno dell’assistenza ventilatoria e non ci sono ventilatori per tutti. Fondamentalmente ci hanno detto che dovremo cominciare a scegliere chi intubare, quindi privilegiamo i giovani e quelli senza altre patologie. Al Niguarda non intubano più oltre i 60 anni, che è veramente giovane come età». A confermare quanto detto dalla cardiologa, ci sarebbero le dichiarazioni di un anestesista del Niguarda: «Tutte le rianimazioni sono quasi piene, si sta pensando a un numero di triage dei rianimatori per distribuire i pazienti nei letti di rianimazione e decidere chi intubare e chi lasciar morire. Si aspettano anche 50 polmoniti al giorno. È drammatica la cosa e non la si dice in giro, bisogna assolutamente che la gente lo capisca». Dichiarazioni pesanti, a cui ha fatto riferimento l’assessore Gallera definendole «parole scorate di anestesisti che sono sul fronte, comprensibili perché c’è un afflusso oltre le aspettative», nel tentativo di rassicurare ed evitare il panico tra la popolazione. Tuttavia, nella mattinata di ieri, Gallera aveva riferito che, effettivamente, «in alcuni presidi, in alcuni momenti, bisogna fare una scelta se intubare o mettere una mascherina a chi invece dovrebbe essere intubato». Fino a ieri sera, l’ospedale Niguarda non aveva rilasciato una chiara smentita, invitando semplicemente a «non far trapelare informazioni errate attraverso Whatsapp o altre fonti non ufficiali».
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