- Approvato il decreto che cristallizza quasi 6 miliardi di risparmi, e che dovrebbe evitare le sanzioni di Bruxelles. Quirinale a fianco dell’esecutivo: «Non vedo ragioni per aprire la procedura d’infrazione». Scintille a distanza fra Matteo Salvini e Luigi Di Maio su Autostrade.
- I lumbard non rinunciano a una manovra estiva per godere del traino delle elezioni.
Lo speciale contiene due articoli
Il Consiglio dei ministri dedicato all’assestamento di bilancio è durato poco più di un’ora. Dopo circa 30 minuti il leader leghista, Matteo Salvini, ha abbandonato la riunione a Palazzo Chigi, dando adito a una polemica con il parigrado grillino, Luigi Di Maio. «Non ne sapevo nulla», ha commentato Salvini all’Adnkronos, riferendosi all’assenza dell’altro vicepremier. È subito partita una ridda di ipotesi e commenti sui social e sulle agenzie di comunicazione, ipotizzando che la frizione fosse tutta legata alla diretta Facebook rilasciata pochi istanti prima da Di Maio. Il leader grillino infatti invitava la Lega ad aderire alle posizioni del Movimento in relazione ad Autostrade. L’obiettivo è ritirare tutte le concessioni autostradali e magari evitare pure la penale, che stando al contratto potrebbe costare allo Stato ben 24 miliardi di euro. Su questo tema il Carroccio si sta mostrando laico e non ideologizzato come i 5 stelle. Salvini aveva già la scorsa settimana dichiarato che devono pagare i singoli manager e non i dipendenti. Di Maio ieri gli ha risposto che nessuno perderà il posto di lavoro. Polemica in ogni caso sterile, perché durata pochi minuti. Il Movimento e a seguire Palazzo Chigi hanno fatto sapere che l’assenza di Di Maio era programmata da una settimana e a quel punto Salvini ha risposto che non voleva fare polemica, ma si è assentato prima perché c’è «tanto lavoro da fare».
Risultato? Il clou del Cdm si svolto alla presenza di Giuseppe Conte e del ministro dell’Economia, Giovanni Tria. I due hanno partorito il decreto «misure urgenti in materia di miglioramento dei saldi di finanza pubblica». In sostanza, non una manovra correttiva e nemmeno una risposta tecnica all’Ue. Ma un documento che serve a cristallizzare le minori spese avvenute nel corso del 2019 e le maggiori entrate di gettito. Un gioco di revisione contabile che si avvicina ai 6 miliardi di euro e porterà il deficit al 2,1% del Pil. Innanzitutto i risparmi legati a quota 100 e al reddito di cittadinanza dovrebbero ammontare a circa 1,5 miliardi di euro. Stando alle dichiarazioni di Pasquale Tridico, numero uno dell’Inps, la cifra su cui puntare sarebbe potuta arrivare a 3 miliardi. Evidentemente il governo ha voluto tenere un po’ di margine di manovra per ottobre.
Un altro miliardo e mezzo deriverà dai maggiori incassi frutto della fatturazione elettronica e dei nuovi adempimenti imposti alle partite Iva. Ci sono poi 2 miliardi destinati ai ministeri che sono stati congelati lo scorso inverno e non saranno tolti dal frigo nemmeno a gennaio del 2020. Al conto delle maggiori entrate vanno aggiunti i circa 800 milioni di euro che il Tesoro ha incassato venerdì scorso dall’assemblea straordinario di Cassa depositi e prestiti. Facendo i conti della serva, la somma tocca quasi 6 miliardi e si arriva al 2,1% di deficit tra saldo netto e saldo di cassa. Tanto dovrebbe bastare per non incassare la procedura d’infrazione e rinviare a ottobre l’appuntamento di verifica con Bruxelles.
A esprimere fiducia sul fatto che l’Italia possa evitare il cartellino rosso dell’Ue sono stati ieri sia il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sia il premier Conte. «Credo che il governo italiano», ha detto Mattarella, «stia presentando tutti i documenti alla Ue per dimostrare che «i conti saranno in ordine e che le indicazioni sono rassicuranti e che non vi sia motivo di aprire una procedura di infrazione». Un’uscita che ricorda tanto quella del 2018, quando il Quirinale si espose per mandare in buca la palla e chiudere la diatriba tra i gialloblù e Bruxelles. Anche stavolta la mossa del Colle è stata la medesima. Non è possibile immaginare che Mattarella si esponga senza avere la certezza che la moral suasion che caratterizza il Colle abbia attecchito non solo a Roma, ma anche in Europa. La trattativa tra le parti al momento ha un handicap. La procedura si evita promettendo il 2,1% di deficit per l’anno in corso, ma anche se Bruxelles da oggi all’8 luglio, data di avvio della due giorni dell’Ecofin, eviterà di fare domande sul deficit strutturale. La manovra di autunno dovrà infatti concentrarsi sui conti del 2020 e come ha recentemente ricordato la Corte dei conti intervenire in modo strutturale. «Il finanziamento in deficit del reddito di cittadinanza mette a rischio l’equilibrio dei conti pubblici ed è necessario utilizzare gli eventuali risparmi della misura per ridurre il disavanzo e il debito pubblico», è il monito lanciato dai magistrati contabili nel rapporto 2019 sul coordinamento della finanza pubblica. «Un eventuale minor esborso rispetto alle stime originarie andrebbe utilizzato, almeno sotto lo stretto profilo della sostenibilità dei conti pubblici, per ridurre il disavanzo e rientrare dal debito», ha dichiarato la Corte anticipando di fatto il decreto di assestamento del bilancio. «Sono sempre fiducioso», ha affermato infine Conte già prima che iniziasse il Cdm. «I numeri sono sempre quelli, positivi e non sono cambiati», ha aggiunto. D’altronde sapeva già di avere le spalle coperte dal Mattarella e di poter arrivare con il mantello del Colle all’Ecofin e sperare al tempo stesso che la data di definizione delle nomine Ue si prolunghi almeno fino al 15. Una strategia tutta pro Italia e targata Quirinale. Vedremo che cosa chiederà in cambio Bruxelles.
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