La manovra ritorna ai box. Ma per non alzare l’età servono soldi. E poi c’è Bruxelles…

All’indomani dell’annuncio a sorpresa con il quale le forze di maggioranza garantivano che non avrebbero proposto emendamenti alla manovra, era partita la corsa a scommettere sul provvedimento che alla prova dei fatti avrebbe subito le prime modifiche. E a chi piace vincere facile venne d’istinto puntare sulle pensioni. Certo, ieri il Mef ha mandato una nota per evidenziare che sulla legge di Stabilita, le bozze pubblicate in questi giorni su temi di grande interesse (ad esempio pensioni, tasse, presunti prelievi da conti correnti e altro) «sono frutto di bozze non definitive, non diffuse dal Tesoro e dunque da ritenersi non attendibili». Insomma gli eventuali cambiamenti sulle norme previdenziali non possono essere ricompresi nel novero degli emendamenti, ma molto probabilmente una parte delle norme previdenziali per come le abbiamo viste e commentate in questi giorni cambieranno. E nel mirino c’è soprattutto «quota 104», che nei fatti limita la possibilità di uscita anticipata dei lavoratori.

Secondo quanto raccolto dalla Verità, per tutta la giornata di ieri e nella notte ci sono stati lavori febbrili per correggerla perché ritenuta irricevibile dal leader della Lega Matteo Salvini che negli ultimi giorni è stato in contatto anche con realtà sindacali e ieri non ha usato mezzi termini: «Sono contento di questa manovra di cui stiamo leggendo di ogni sui giornali, dalle pensioni al pignoramento dei conti correnti al tema stipendi, cose prive di qualsiasi fondamento».

L’obiettivo è quello di tornare a quota 103, anzi il vero risultato verso il quale sono indirizzati tutti gli sforzi del Carroccio è quello di migliorare attraverso «il gioco» delle finestre la normativa voluta da Draghi sulle pensioni. E vista come si era messa, per il ministro dei Trasporti e vicepremier sarebbe un oggettivo successo.

Quanto serve e dove si trovano le risorse? Difficile dare cifre precise, anche perché tutto dipenderà dai dettagli, ma non ci discostiamo molto dal mezzo miliardo di euro. Molto dipende dal cosiddetto tiraggio, quante saranno le uscite. Secondo alcune stime con quota 103 ci sarebbero state almeno 40.000 uscite, mentre con il passaggio a 104 si sarebbero dimezzate. Giusto per dare un’idea: la relazione annuale dell’Inps stima che per passare da Quota 100 all’idea originaria della Lega, la cosiddetta Quota 41, cioè la possibilità di uscita anticipata al raggiungimento di 41 anni di contributi e senza vincoli anagrafici, ci sarebbero voluti 4,3 miliardi nel 2022 e fino a 9,2 miliardi entro il 2030. Qui stiamo parlando d’altro. Ma visti i tempi che corrono anche scovare qualche centinaia di milioni non sarà semplice. Dove si trovano le risorse? Fosse per il Carroccio chi più ha guadagnato in questi anni è giusto che faccia uno sforzo in più, e i discorsi tornano ovviamente sulle banche, mentre la Cisl, l’unico sindacato che sta mantenendo un dialogo costruttivo con il governo, ha proposto, anche in una recente intervista del segretario Luigi Sbarra alla Verità, un vero e proprio contributo di solidarietà da allargare anche a multinazionali, aziende della logistica, della farmaceutica e dell’energia.

Più che le risorse, che visti i tempi non rappresentano una questione secondaria, il vero problema potrebbe essere politico. Inutile nascondersi che la questione previdenziale sta particolarmente a cuore a Bruxelles e che quota 104 rappresenta un importante «sacrificio» agli occhi vigili di chi guarda con sospetto il nostro debito pubblico. Un problema che spetterà soprattutto al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti risolvere.

Intanto già si segnalano le prime modifiche ufficiose. Cambia per esempio il moltiplicatore per accedere alla pensione con 64 anni e 20 di contributi, possibilità che riguarda chi ha iniziato a lavorare dopo il ‘96 e si trova quindi in un regime completamente contributivo. Nella nuova versione l’importo minimo maturato per poter lasciare il lavoro si calcola moltiplicando il trattamento minimo per 3 volte, per 2,8 volte per le donne con un figlio e per 2,6 per le donne con due o più figli. In sostanza, per uscire occorre aver versato contributi che valgono un assegno mensile da circa 1.575 euro (525 x 3 e così via). Il moltiplicatore quindi scende dopo che nella precedente bozza era previsto al 3,3 per tutti rispetto al 2,8 in vigore. Fonti di governo evidenziano che il testo definitivo della manovra dovrebbe arrivare al Senato entro domani, ma c’è chi parla di uno slittamento a lunedì. Insomma, ci sarà ancora da divertirsi.

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