Il giudice tributario pignorato dal fisco: deve 130.000 euro ma resta al suo posto
Raffaele Di Ruberto è nella commissione provinciale di Latina. Venisse però appurata l’incompatibilità, le sue sentenze sarebbero nulle.

Avere debiti con il fisco non è una bella esperienza, specie se ci sono di mezzo cifre a cinque zeri e pignoramenti in corso. Ma chi non vorrebbe, in un posto come l’Italia, nota in Europa per l’incomprensibile complicazione delle sue norme tributarie e per la durezza della macchina della riscossione, avere a che fare con un giudice tributario comprensivo, che ha gli stessi problemi di decine di migliaia di contribuenti più o meno onesti? Un giudice del genere c’è e non è a Berlino, ma più modestamente a Latina. Si tratta di un membro della commissione tributaria provinciale, Raffaele Di Ruberto, foggiano, classe 1967, che risulta avere debiti con l’Erario per oltre 100.000 euro e due pignoramenti in corso da parte del ministero dell’Economia e delle finanze sul quinto del suo stipendio fisso. In sostanza, Di Ruberto lavora per la giustizia tributaria per pagare i suoi debiti con il fisco. E nonostante la sua incredibile vicenda sia nota da dieci anni alle toghe che decidono in materia di contenziosi fiscali, lui è ancora al suo posto. Evidentemente circondato anche da una vasta solidarietà dei colleghi.

Per carità, lo scandalo di Luca Palamara e del Csm ha insegnato che nel mondo a parte delle toghe tutto è possibile. Ma la vicenda del giudice di Latina è davvero paradossale. Già nel 2016, come si legge nella documentazione fiscale che giace da tempo al Cpgt, il Csm dei giudici tributari, Di Ruberto risultava colpito dal pignoramento dello stipendio per gli strascichi di un fallimento di una società (Amica Spa), fino alla copertura di 29.950 euro (oltre a spese e interessi). A questo si aggiungeva il blocco di altre somme a favore di Equitalia per 37.928 euro (dal 2010) e ulteriori 63.658 euro (dal 2015). Insomma, in totale, il magistrato foggiano avrebbe debiti con l’amministrazione fiscale per 130.000 euro. Il condizionale è d’obbligo non solo perché nel frattempo potrebbe averli estinti tutti, ma anche perché magari ha fatto ricorso in Cassazione e vincerà. Dall’altro lato, però, resta il fatto che si è di fronte a provvedimenti esecutivi e a un cittadino che, a torto o ragione, ha seri problemi con l’Agenzia delle entrate e con quella della riscossione, con le quali ha a che fare tutti i giorni, oltre che come debitore, come giudice.

E qui, pur nel rispetto della privacy di un contribuente che magari si è solo dimenticato di pagare qualche decina di multe, tocca ricordare che in materia di obbligo di astensione di un giudice da una causa, la legge è molto chiara. L’articolo 51 del Codice civile, che si applica a tutti i magistrati, prevede che un giudice debba astenersi «se egli stesso o la moglie ha causa pendente o grave inimicizia o rapporti di credito o debito con una delle parti o alcuno dei suoi difensori». Sembra proprio il caso di cui stiamo parlando, visto che Di Ruberto, a torto o a ragione, «ha un debito con una delle parti». E che parte.

Se fin qui la vicenda può sembrare semplicemente l’ennesima bizzarria di un mondo, come quello della giustizia tributaria, dove Antonio Leone, presidente del citato Consiglio di presidenza, ha candidamente ammesso come «normale» che vengano arrestati «uno o due giudici l’anno su circa 3.000 in servizio», quello che non torna è l’accettazione del caso Di Ruberto da almeno un decennio. Perché la sua storia, tra le toghe, non è esattamente sconosciuta. Ad accorgersi del giudice indebitato (e pignorato) era stato un professionista, che nel 2010 aveva trasmesso la documentazione al Cpgt per la valutazione di un procedimento disciplinare. Ma solo a marzo di quest’anno, il giudice Carla Raineri, presidente della prima sezione della Corte d’appello di Milano e nota per la sua inflessibilità non corporativa, come nuovo membro del Csm dei giudici tributari ha chiesto per iscritto come mai fossero state ignorate le segnalazioni su Di Ruberto. Ma non ha avuto risposta.

Altro fatto incredibile è che nello stesso Cpgt dove oggi siede la Raineri, figurano altri sei magistrati togati, e negli anni «incriminati» si sono succeduti alla guida della commissione disciplina altri magistrati con incarichi importanti, come Paola Mastroberardino (Procura generale della Cassazione), Alberto Liguori (Procura di Terni) e l’attuale presidente Angela Tomasicchio (avvocato generale a Bari). Alla voce «coincidenze», poi, c’è il fatto che il presidente Leone, oltre a essere foggiano come il giudice pignorato, è stato al Csm con Palamara e che Liguori e Auriemma erano della stessa corrente del magistrato poi radiato, ovvero Magistratura indipendente. Gli ex presidenti della Commissione disciplina, poi, sono stati denunciati per omissione d’atti d’ufficio da un alto magistrato, Carlo Grillo, ora in pensione, che aveva sollevato il caso da anni. L’inchiesta, in mano al pm Carlo Villani, è nella fase delle indagini preliminari.

In attesa degli sviluppi giudiziari, non si può che segnalare un effetto potenzialmente devastante del caso Di Ruberto. Se avessero ragione i suoi colleghi che ne avevano segnalato per tempo l’assoluta incompatibilità, tutte le sentenze alle quali ha preso parte il magistrato pignorato sono nulle. Forse, quando i ministri delle Finanze, o i capi dell’Agenzia delle entrate, parlano di «fisco amico» non hanno idea che esiste già, almeno a Latina, un giudice più che amico: solidale.

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