• Il fondatore dei Proletari armati collaborò con la giustizia rivelando i crimini di Battisti. In cambio, ricevette accuse dagli intellò e dallo stesso terrorista, che gli diede del boia. Oggi fa l’operaio e non crede al pentimento: «È una furbata per fare meno galera».
  • Negli anni decine di politici e intellettuali si erano spesi per difendere l’ex Pac e ora fanno i conti con le sue ammissioni. Il vignettista: «È giusto che paghi». Giovanni Russo Spena: «Figura che non mi piace».

Lo speciale contiene due articoli

Dalla sua latitanza dorata Cesare Battisti gli aveva sparato in faccia un giudizio definitivo: «Un boia la cui falsa testimonianza, resa in mia assenza, mi è costata l’ergastolo». Il presunto carnefice, Pietro Mutti, è uno dei fondatori dei Proletari armati per il comunismo, la formazione che arruolò Battisti ed è anche colui che alla guida di un commando armato lo fece evadere dal carcere nel 1981, dando il via alla sua quasi quarantennale latitanza. Mutti è l’uomo che con le sue dichiarazioni ha inchiodato alle sue responsabilità Battisti. Dopo essersi pentito per i reati commessi durante gli anni di piombo e aver scontato una pena di otto anni, attualmente fa l’operaio alle porte di Milano. Sessantacinque anni, fisico esile, baffetti e sigaretta sempre pronta, negli ultimi dieci anni, nonostante fosse ricercatissimo da tv e giornali di Italia, Brasile e Francia (i transalpini gli hanno anche proposto di scrivere un libro), non è mai voluto apparire. Le uniche interviste le ha concesse a chi scrive. A gennaio gli avevamo chiesto se si fosse pentito di aver fatto scappare di prigione Battisti e ci rispose, senza tradire rancore: «No, all’epoca era una decisione politica, sia chiaro che non lo feci per amicizia». Quando ieri lo abbiamo contattato non sapeva ancora nulla delle notizie che stavano occupando tutte le homepage dei siti d’informazione. Per questo gli abbiamo letto le parole attribuite dal pm Alberto Nobili a Battisti: «Tutto quello che è stato ricostruito nelle sentenze definitive sui Pac, “i quattro omicidi, i tre ferimenti e una marea di rapine e furti per autofinanziamento, corrisponde al vero”».

Mutti ci ha ascoltato in silenzio. Allora gli abbiamo ripetuto: «Battisti ha ammesso tutto ciò di cui lei lo ha accusato». Replica: «Mica avevo raccontato delle cazzate, mi scusi». Al telefono l’ex fondatore dei Pac non mostra nessuna voglia di festeggiare: «Se brinderò? Non per Battisti, io una birra dopo il lavoro me la faccio sempre a prescindere. Se ho voglia di mandare un messaggio a Battisti? Non ne ho nessuna intenzione». È impossibile strappargli dichiarazioni roboanti o registrare esultanze scomposte. Ci concede solo pochi minuti: «Il lunedì è un giorno molto pieno», ci spiega in una breve pausa del suo lavoro. La scelta dell’ex compagno di lotta armata non lo sorprende: «Mi aspettavo che avrebbe fatto il furbo e che avrebbe ammesso tutto per trovare qualche gabola per saltare un po’ di galera». Per Mutti la nuova strategia è un escamotage per ottenere sconti di pena: «Ormai non ha più via d’uscita, tanto vale che provi questa strada». Domandiamo se davvero non provi soddisfazione per questa confessione: «Se devo essere sincero no, ormai sono passati troppi anni. Faccia un brindisi lei per me», è la risposta asciutta e un po’ meneghina. È difficile credere che non goda dopo essere stato accusato di essere un mentitore e un boia per trent’anni. Eppure Mutti non si accende: «Quella che ho detto sin dall’inizio era la verità, per questo sono a posto con la mia coscienza. Mi sono pentito pensando a quello che avevo fatto agli altri e non per eventuali sconti di pena». La risposta potrebbe essere interpretata come una frecciata a Battisti e forse lo è. Ma la rivincita di Mutti si ferma a questo. Non sembrano aver lasciato strascichi nel suo animo le accuse che gli hanno mosso in questi anni i difensori di Battisti, in primis lo scrittore Valerio Evangelisti, il quale, nel 2004, dedicò a Mutti questa pennellata: «Figura spettrale, eternamente prossima al collasso nervoso (…) Sta di fatto che Battisti, grazie a Mutti, si ritroverà addosso quasi tutti i delitti attribuiti ai Pac». La cricca che appoggiava il terrorista scrittore lo bollava come un fantasma: «Chissà dove abita e cosa fa, sotto la nuova identità accordatagli dalle “leggi sui pentiti”. Salvo Mutti, contro Battisti non esiste niente di niente».

Dopo essere stato bersaglio del disprezzo dei circolini parigini e brasiliani pro Battisti, Mutti potrebbe prendersi qualche rivincita. Ma non lo fa. Non tradisce alcun risentimento neppure contro chi aveva cercato di smontare le sue accuse contro Battisti, paragonandole ad altre dichiarazioni che non trovarono conferme, come quelle sulle armi dell’Olp alle Brigate rosse. «Le ricordo in parte, ma in quel caso io riferivo vicende di cui avevo sentito parlare da terzi, mentre i racconti su Battisti non erano de relato», conclude Mutti. Che ci congeda così: «Ora però vorrei essere dimenticato. Se può, non scriva più il mio nome».

Nel 2009 il settimanale Panorama, allora come oggi diretto da Maurizio Belpietro, pubblicò un’inchiesta a puntate sul caso Battisti, realizzando diverse esclusive, come la prima intervista a Mutti. Per quegli scoop chi scrive ebbe l’onore di essere processato sul sito Carmilla di Evangelisti. Questa fu la sentenza: «Malgrado un’evidente ostilità a Battisti, saremmo per assolvere Amadori. Se non altro, ha cercato di indagare meglio e più a fondo di altri suoi colleghi. Il suo torto, semmai, è quello di avere prestato troppa fede a pentiti, dissociati e ai magistrati che li usarono».

Dieci anni dopo Battisti ha dato ragione a Mutti e, di conseguenza, anche a noi.


Da non perdere

Cari uomini in divisa, ma chi ve lo fa fare?
Giustizia

Cari uomini in divisa, ma chi ve lo fa fare?

Ma chi ve lo fa fare? Dico a voi, uomini in divisa, poliziotti, carabinieri, vigili urbani come Francesco Imprezzabile, morto l’altro giorno a 39 anni mentre inseguiva un albanese, con precedenti nel curriculum e droga in tasca, che aveva forzato…