I dolci dopo le statue, il totalitarismo avanza
  • La furia iconoclasta degli antagonisti è l’esito violento di una tendenza in voga ormai da qualche anno. E che punta a creare individui senza passato facilmente manipolabili.
  • La catena di supermercati svizzera Migros mette al bando i «moretti», dolci tradizionali ora considerati offensivi nei confronti dei neri. In mezza America presi d’assalto i monumenti dedicati a Cristoforo Colombo.
  • La distruzione delle opere culturali sgradite è stata una caratteristica di tutti i regimi comunisti: i sovietici fecero ecatombi di testi, Pol Pot superò i nazisti sul piano della brutalità.

Lo speciale contiene tre articoli.

Il nuovo regime, come spesso accade, mostra tratti ridicoli. Quando si legge che una catena di supermercati svizzeri vuole mettere al bando dei cioccolatini – i moretti o «teste di moro» – perché qualche attivista nero si potrebbe offendere, lo sghignazzo sgorga spontaneo. Chissà che succederà quando i professionisti dell’antirazzismo scopriranno che una nota marca italiana produce una lunga stecca di gianduia e nocciole chiamata «Africano»: come minimo si tirerà in ballo la Commissione Segre. Il fatto che di certe follie si possa ridere, tuttavia, non le rende meno serie o meno pericolose. Qualcuno, facendo sfoggio d’ottimismo, sostiene che la furia iconoclasta di movimenti come Black Lives Matter e dei tristi epigoni italiani (del tutto simile a quella dei talebani che distrussero i Buddha di Bamyan) sia un fenomeno passeggero. Altri – soprattutto a sinistra – condannano gli «eccessi» del politicamente corretto, ad esempio la crociata contro Via col vento, ma non vanno oltre: non si rendono conto della dittatura incipiente. Non vogliono capire che i cioccolatini messi al bando, le statue distrutte, i programmi tv cancellati e i film censurati sono prove generali di totalitarismo. Come ha scritto Richard Millet, anche quando il razzismo è immaginario (è il caso dei moretti e di certi film), «l’ideologia antirazzista ha bisogno di inventarlo per giustificare il terrore permanente che essa esercita su tutti». Ecco come stanno le cose: l’antirazzismo fanatico ha prodotto un nuovo Terrore, e negli ultimi tempi la ghigliottina ben lubrificata scivola più rapida che mai. Se non si prendono adeguate contromisure, la situazione è destinata a peggiorare.

Come sappiamo, le forze del mercato spingono con forza verso la virtualizzazione del commercio, e l’emergenza Coronavirus ha accelerato il processo. Il futuro che ci attende è fatto di acquisti e di intrattenimento online. Dunque se le piattaforme di streaming tolgono dal catalogo serie tv o film «razzisti», quelle opere sono destinate a sparire. Se i grandi venditori come Amazon decidessero di non distribuire più libri «sgraditi», di nuovo quei testi sarebbero – di fatto – mandati al rogo.

Chi scrive, nel suo piccolo, ne ha fatto esperienza: se una grande catena di librerie e un paio di grandi negozi online – per scelta politica – si rifiutano di commercializzare un volume, quel volume svanisce. Può circolare in poche copie attraverso circuiti indipendenti. oppure essere venduto a mano durante conferenze o presentazioni. Sempre che le suddette conferenze non vengano impedite in nome dell’antirazzismo o della lotta all’omofobia.

Questa, signori, è la dittatura «dolce» dei nostri giorni. E si manifesta anche in altre forme. A Hollywood, da un paio d’anni, va di moda – come risarcimento per presunte discriminazioni passate – stabilire «quote etniche» per i protagonisti dei film. Succede così di trovare un attore nero nei panni del biondocrinito eroe omerico Achille. O di imbattersi in una pletora di lord con la pelle scura nel film Maria regina di Scozia. Ora, Maria Stuart ha occupato il trono scozzese dal 1542 al 1567: è un po’ difficile che in quel periodo, in Gran Bretagna, ci fossero dei nobili di colore, no?

Oggi che l’identità è un brand e garantisce guadagni e potere, gli attivisti hanno inventato il concetto di «appropriazione culturale». Se uno stilista francese disegna una gonna con motivi orientali, va trattato come un «ladro di cultura». In compenso, se un nero interpreta un eroe omerico, nessun problema: è una forma di compensazione. Al di là del grottesco cortocircuito, il punto è che in questo modo si modifica la realtà in base all’ideologia. La Storia viene di fatto riscritta utilizzando criteri morali. Non è più nemmeno relativismo: è deliberata falsificazione in nome del pensiero dominante.

Fortunatamente, i ragazzi e gli adulti non conoscono la Storia soltanto attraverso film e serie. Ma il pericolo è che anche i libri e, più in generale tutto quanto ha a che fare con il racconto del passato subisca la stessa sorte di Via col vento. La studiosa tedesca Aleida Assmann, a questo proposito, ha spiegato che oggi il passato «è continuamente rivendicato come una risorsa importante per il potere e le politiche d’identità. La storia non è solo ciò che viene dopo la politica; è diventata materia e carburante della politica».

Lo storico italiano (di sinistra) Marcello Flores ha appena pubblicato un bel libro per il Mulino intitolato Cattiva memoria. In quel saggio – riassumiamo semplificando un po’ – suggerisce l’idea che la Storia venga da un po’ di tempo sostituita con la «memoria», che è cosa ben diversa. La memoria, infatti, è una «ricostruzione del passato in funzione del presente». La memoria, presentata come un «dovere morale», è anche «fomentatrice di rabbia, conflitti e violenze». Soprattutto, la memoria utilizzata come cemento per l’identità si presta a robuste manipolazioni. Intendiamoci: non ci aspettiamo certo che la storiografia sia neutra, tanto meno in Italia. Lo dimostrano gli sconti feroci seguiti alla (blanda) equiparazione in sede europea di nazismo e comunismo. Dalle nostre parti, il filtro politico ha fatto sì che i regimi «neri» fossero presentati come il «male assoluto», mentre con quelli rossi si è sempre stati fin troppo teneri.

Da un po’ di tempo, alcuni storici di sinistra – e Flores ne è un esempio – stanno assumendo posizioni critiche, riconoscendo e criticando gli sbilanciamenti del passato. Questo senz’altro è un fatto positivo. Ma è anche un segnale inquietante. Se oggi si condanna anche il comunismo, è perché l’ideologia dominante, a livello culturale, non è più quella «di sinistra» in senso stretto. Oggi il pensiero unico è liberal: non ha problemi ad equiparare i mostri di colori diversi, perché la nuova revisione storica è funzionale a imporre quello che Franco Cardini chiama «totalitarismo liberista» (nel bel libro Novecento addio, a cura di Roberto Righetto, in uscita per Medusa). Se prima si censurava in nome del comunismo, oggi lo si fa in nome dell’antirazzismo o dei diritti gay.

Movimenti come Black Lives Matter fanno da ariete, poi arrivano le grandi corporation (che non a caso supportano gli attivisti) a mietere il raccolto. Riscrivere la Storia in funzione dell’ideologia serve a creare individui senza radici, facilmente manipolabili. Gente che vive in un mondo alla rovescia e pensa che sia normale, che sia sempre stato così perché, in fondo, lo mostrano i film e pure i libri di Storia.

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