Trump sta ricostruendo la sua rete diplomatica (e non è affatto ostile a noi)
Donald Trump (Ansa)
  • Nonostante le tappe in tribunale, The Donald fa incontri ad alti livelli: David Cameron, Andrzej Duda, Viktor Orbán. Contatti con Mohammad bin Salman. Una trama per nulla filo-Putin che ci tornerà utile.
  • Alla Camera americana passa il maxi pacchetto di aiuti, ora atteso al Senato: sul piatto forniture di artiglieria e mezzi. I russi martellano a Sud, gli ucraini rispondono con decine di droni.

Lo speciale contiene due articoli.

Che Donald Trump possa farcela a vincere le prossime elezioni è testimoniato non solo da vari sondaggi ma anche dai contatti che sta avendo con numerosi leader internazionali. Negli ultimi tempi, si è incontrato con il premier ungherese, Viktor Orbán , con il ministro degli Esteri britannico, David Cameron, e con il presidente polacco, Andrzej Duda. Non solo. Secondo The Hill, il candidato repubblicano avrebbe avuto anche una conversazione telefonica con il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman. Ecco, tutti questi contatti possono darci un quadro, ancorché parziale, di quella che potrebbe essere la politica estera di un’eventuale nuova amministrazione Trump. Una rete sempre più fitta che il candidato repubblicano ha intenzione di continuare a tessere, nonostante sia obbligato vari giorni a settimana a essere presente alle udienze del processo penale che lo vede imputato a Manhattan.

Per quanto riguarda il Vecchio Continente, è chiaro che i referenti dell’ex presidente appartengono al mondo conservatore. Eppure questi contatti mostrano una linea piuttosto articolata. La sponda con Orbán è sicuramente legata a una comune battaglia contro le politiche migratorie lassiste e l’ideologia liberal-progressista. È pur vero che, secondo una certa vulgata, Trump, nel suo asse con il leader ungherese, punterebbe a una politica di appeasement nei confronti del Cremlino. Eppure attenzione: quando si è recato a Washington il mese scorso, Orbán è stato ricevuto dalla Heritage Foundation, uno dei principali think tank conservatori americani, tutt’altro che tenero verso Russia e Cina.

Inoltre, è bene sottolineare l’incontro tenutosi a New York, pochi giorni fa, tra Trump e Duda. Il presidente polacco è un esponente di Diritto e Giustizia: uno schieramento conservatore, graniticamente atlantista e storicamente su posizioni piuttosto dure nei confronti del Cremlino. «Ha fatto un lavoro fantastico ed è mio amico», ha affermato Trump, incontrando Duda. «Abbiamo trascorso quattro anni meravigliosi insieme», ha aggiunto.

Secondo Reuters, nel loro incontro privato, i due hanno discusso del conflitto ucraino e della crisi mediorientale, affrontando anche la proposta del leader polacco di innalzare al 3% il contributo economico minimo dei Paesi membri della Nato all’Alleanza stessa. Insomma, se Trump non esclude di voler provare a negoziare una pace in Ucraina (come auspicato da Orbán ), ciò non significa che intenda farlo avviando un appeasement nei confronti di Putin (come testimoniato dalla solida relazione che l’ex presidente intrattiene con Duda). D’altronde di Nato e Ucraina Trump ha discusso anche con Cameron dieci giorni fa: il che mostra come, forse, i timori per una sua eventuale uscita dall’Alleanza atlantica non siano esattamente fondati.

Infine, la telefonata con bin Salman è significativa per quanto riguarda la politica mediorientale. Trump ha spesso accusato Biden di appeasement nei confronti dell’Iran. Non solo. Ha intenzione di ripristinare la logica degli Accordi di Abramo, per favorire una convergenza tra Riad e Gerusalemme: un obiettivo che l’ex presidente vuole conseguire rilanciando la sua politica di «massima pressione» sul regime khomeinista. Non va d’altronde trascurato che, a marzo, uno dei suoi principali consiglieri per la sicurezza nazionale, Keith Kellogg, si è recato nello Stato ebraico, per incontrare il ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant.

Ma c’è un altro aspetto da evidenziare. Molti dei leader internazionali che Trump sta incontrando o sentendo sono politicamente vicini a Giorgia Meloni. Orbán è in trattative per entrare nell’Ecr: quello stesso Ecr di cui Diritto e Giustizia è, insieme a Fratelli d’Italia, attualmente una delle colonne portanti. Non va poi trascurato che Cameron è ministro degli Esteri nel governo di Rishi Sunak: il premier conservatore britannico, che ha rapporti politici molto stretti con l’inquilina di Palazzo Chigi. Del resto, l’attuale esecutivo italiano ha rafforzato anche le relazioni con l’Arabia Saudita: a settembre, il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, ha firmato un memorandum d’intesa con Riad, per avviare il primo forum italo-saudita sugli investimenti. Senza trascurare che la Meloni vanta buoni rapporti anche con Benjamin Netanyahu. Insomma, il network internazionale di Trump è fondamentalmente lo stesso della Meloni. Tra l’altro, proprio la Meloni potrebbe per questo giocare un ruolo centrale, nel momento in cui venisse ripresa la strada degli Accordi di Abramo: e ciò non solo per i buoni rapporti di Roma con sauditi e israeliani, ma anche per la sua sponda con Tunisi, che – chissà – potrebbe decidere prima o poi di riconoscere formalmente Israele (a novembre, Kais Saied ha bloccato una legge che avrebbe criminalizzato la normalizzazione dei rapporti con lo Stato ebraico). L’inquilina di Palazzo Chigi è anche piuttosto vicina al presidente argentino, Javier Milei, che ha avuto un incontro con Trump lo scorso febbraio.

Non solo la Meloni oggi è tutt’altro che isolata. Ma, qualora Trump tornasse alla Casa Bianca, potrebbe ulteriormente rafforzare la propria influenza internazionale, facendo solidamente parte di un network, che avrebbe al suo interno il prossimo presidente degli Stati Uniti. E non stiamo parlando della solita «internazionale sovranista» macchiettisticamente evocata dai progressisti come spauracchio trito e ritrito. Parliamo semmai di un network che potrebbe portare a stabilizzare il Medio Oriente, a rafforzare realmente la Nato e ad arginare la crescente influenza cinese in Europa ed America Latina. Con buona pace di Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Lula, oltre che dei loro referenti italiani.

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