La politica militare di Donald Trump, più ancora della politica estera della quale è diretta espressione e applicazione, segue il principio guida che l’allora candidato Trump rivelò in un celebre colloquio con l’editorial board del Washington Post. Disse allora: «Sarò “unpredictable”», assumendo l’imprevedibilità, il carattere non banale e non convenzionale delle decisioni e delle priorità, come punto di riferimento. Adesso ha deciso di dialogare direttamente con i talebani per uscire dal pantano afgano portato avanti da Barack Obama. Il cambio di passo impatterà sulla presenza dei militari italiani anche in Iraq e nel Mediterraneo.
Lo speciale contiene tre articoli.
La sua amministrazione, in materia di difesa e sicurezza, è infatti chiamata a risolvere un rebus ai limiti dell’impossibile, tenendo insieme tre esigenze opposte.
Primo: porre rimedio al ritiro generalizzato, a un «withdrawal» non solo militare, ma politico e perfino morale, che, negli otto anni dell’amministrazione Obama, ha disastrosamente fatto arretrare gli Usa da tutti i teatri decisivi, creando un «vacuum»immediatamente occupato da altri attori: Iran, Russia, Cina, e per altro verso il terrore islamista. Trump, di tutta evidenza, vuole mostrare che l’America è tornata, e sa difendere il suo interesse nazionale riprendendosi il centro del ring.
Secondo: fare i conti con una scarsità di risorse che però non consente un impegno massiccio, simultaneo, convenzionale su troppi versanti contemporaneamente. All’inizio del 2017, cioè all’alba dell’amministrazione Trump, si contavano già cinque fronti aperti: Siria, Iraq, Afghanistan, Somalia, Yemen.
Terzo: tenere presente che Trump è stato eletto sulla base di una piattaforma che dice «America First». Il che non vuol dire
isolazionismo, come hanno erroneamente ritenuto in troppi: significa invece che ogni protagonismo internazionale non deve essere «gratuito», ma concretamente funzionale alla centralità dell’interesse nazionale americano.
Si comprende bene che non è facile «settle the conundrum», cioè risolvere l’enigma. Per farlo, o per essere aiutato a farlo, Trump ha scelto come Segretario alla Difesa un uomo su cui l’aneddotica è vastissima: James Mattis, già generale dei Marines, definito «Mad Dog» (letteralmente: cane pazzo). Si racconta che, all’inizio della sua missione in Iraq, incontrando alcuni capi locali, abbia detto loro brutalmente: «Sono venuto in pace. Ma se provate e imbrogliarmi, vi ammazzo tutti». Ma, racconti pulp a parte, Mattis è tutto tranne che pazzo: non solo perché, conoscendo bene la guerra, non è affatto un fanatico. Semmai, sono note le sue passioni per la storia: è persona di cultura profonda e non esibita, non solo un uomo di campo. E soprattutto ha il talento di dire a Trump interamente la propria opinione, anche in modo ruvido, ma a porte chiuse, senza contraddirlo in pubblico, senza cercare la polemica pubblica o l’applauso dei media ostili a The Donald.
È noto ad esempio che Mattis è più duro di Trump con la Russia; che tiene alle alleanze tradizionali con i paesi europei; che, diversamente dall’inquilino della Casa Bianca, pur condividendo una posizione durissima verso il regime iraniano, non considera l’Iran un deal totalmente da buttare. Anche nel corso del recente vertice Nato a Bruxelles (non a Helsinki con Putin), Mattis ovviamente c’era, reduce a sua volta da un importante giro in Europa: ma ha tenuto un profilo pubblico bassissimo. Nessuna dichiarazione pubblica, meno che mai per acchiappare titoli.
I media nemici di Trump (cioè quasi tutti) dicono che faccia così perché teme il licenziamento (come già successo a Rex Tillerson, l’ex Segretario di Stato cacciato più o meno via Twitter, con cui Mattis condivideva conversazioni a due, e spesso anche a tre nel tentativo di illustrare a Trump scenari e opportunità). Qui, invece, proponiamo una spiegazione diversa: Mattis è un militare, un uomo serio, e uno che crede nel ruolo costituzionale del Presidente Usa. È dovere di un ministro consigliarlo, suggerirgli soluzioni, con relativi costi e benefici. Poi tocca al Presidente decidere: e Mattis non farà nulla per polemizzare in pubblico o per elemosinare la luce delle telecamere.
Da questo complesso e delicato equilibrio tra Trump e Mattis – insieme strategico e psicologico, militare e umano – è venuta fuori una «dottrina» forse non ortodossa, forse non lineare, certamente mutevole e pragmatica, ma di sicuro interesse. Un mix di minacce e toni altissimi da una parte, e ricerca di intese su basi nuove dall’altra. Trump usa la doppia minaccia più classica e pesante: per un verso le sanzioni economiche, per altro verso il pugno duro militare (nei casi più gravi, anche evocando il tema nucleare), e poi cerca un reset. Non un reset finto, però: ma un reset effettivo, realizzato avendo tirato la corda fino al massimo punto possibile, per conquistare il miglior accordo dal punto di vista di Washington.
Non pretendiamo di coniare qui una definizione, ma, dovessimo provarci, parleremmo di una sorta di «deterrenza 2.0» o di «deterrenza diffusa»: mentre nella tradizionale Guerra Fredda la deterrenza (e quindi il «monito» rappresentato da un immenso arsenale anche nucleare) era giocato unicamente in termini dissuasivi rispetto al grande nemico dell’Urss, Trump sembra ispirarsi a quel metodo ma – per così dire – spezzettandolo e su scala minore, distribuendo la minaccia (ma anche il suo pendant, e cioè una buona offerta di intesa commerciale) nei diversi teatri.
Solo il tempo ci dirà se e in che misura questa scommessa potrà funzionare, se Washington manterrà il suo ruolo egemone, e che tipo di compromesso dovrà elaborare in primo luogo con Pechino, e in subordine con Mosca.
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