I talebani riconquistano Kandahar
Cadute anche Herat e Ghazni: gli estremisti sono a 150 chilometri da Kabul. La capitale afghana, secondo la Cia, dovrebbe essere presa entro un paio di mesi.

Non capita spesso che Mosca creda alla Cia, ancora più raro è che lo dica pubblicamente: Kabul rischia di cadere in un paio di mesi. Sono provocatorie le parole pronunciate da Sergey Lavrov, ministro degli Esteri russo: «Considerando che tutto ciò che accade in Afghanistan è il risultato di 20 anni di presenza degli Stati Uniti, ci fidiamo delle valutazioni della Cia». Nel mirino Mosca ha messo una doppia opportunità: riconquistare centralità in Afghanistan dopo il ritiro delle truppe Nato e infliggere un duro colpo all’approccio occidentale di esportazione della democrazia.

Non è un caso, dunque, che sia proprio la Russia il Paese più attivo nei colloqui di Doha. I rappresentanti del governo afghano presenti in Qatar avrebbero proposto ai talebani un accordo di condivisione del potere. In cambio, avrebbero chiesto la fine dell’offensiva e delle violenze. È quanto riferito dall’emittente panaraba Al Arabiya.

Ma l’avanzata dei talebani pare inarrestabile. Ieri è caduta nelle loro mani, dopo settimane di assedio, anche Herat. È l’undicesimo capoluogo di provincia preso dai miliziani in una settimana.

Nel pomeriggio, prima di annunciare la presa della città, il gruppo si era impadronito del quartier generale della polizia in quella che è la terza città dell’Afghanistan, nell’Ovest del Paese. Fu la base delle forze italiane nell’ambito della missione Nato e a Herat si trovano molti collaboratori del contingente italiano in attesa di entrare nel programma di protezione e accoglienza, che ora rischiano di rimanere bloccati dopo la presa della città (e dell’aeroporto) da parte dei talebani.

Ma ieri il gruppo ha conquistato altre due città. La prima è Ghazni, 150 chilometri a Sud Ovest di Kabul. Il suo valore è soprattutto strategico: è situata sulla Ring road, la strada ad anello che collega le più grandi città dell’Afghanistan.

L’altra è Kandahar, nel Sud, la seconda città del Paese, sotto assedio da parte del gruppo dal mese scorso. Questa conquista ha anche un forte valore simbolico: proprio a Kandahar, infatti, nacque il mullah Mohammed Omar, che per cinque anni, dal 1996 al 2001, fu il capo spirituale dei talebani.

Ieri l’ambasciata statunitense a Kabul ha invitato i connazionali a lasciare il Paese. Intanto, l’amministrazione statunitense, con il presidente Joe Biden che non sembra affatto disposto a un ripensamento sul ritiro, sta tentando quella che appare l’ultima carta: una mobilitazione internazionale che convinca i talebani a fermare la loro avanzata minacciandoli di non essere riconosciuti nel caso in cui prendessero, come sta capitando, il Paese con la forza.

A questo servono i colloqui in corso a Doha, a cui prendono parte anche rappresentanti della Russia, della Cina, dell’Unione europea, delle Nazioni Unite, dell’Organizzazione della conferenza islamica e di Paesi confinanti con l’Afghanistan.

E a questo servono dichiarazioni come quella dell’ambasciatore Ettore Sequi, segretario generale della Farnesina con alle spalle sei anni di esperienza in Afghanistan, fedelissimo del ministro Luigi Di Maio: «Non sarà accettata una presa di potere violenta o con la forza da parte di nuovi regimi, non sarà riconosciuto alcun altro nuovo emirato», ha dichiarato a Sky Tg24. Sulla stessa lunghezza d’onda, la diplomazia tedesca: il ministro Heiko Maas ha promesso che la Germania non fornirà sostegno finanziario all’Afghanistan se i talebani prenderanno il potere nel Paese e introdurranno la sharia.

Sullo sfondo, per i Paesi europei, c’è l’incubo di rivivere nei prossimi mesi una situazione non diversa da quella del 2015, quando un milione di migranti fuggì dal Medio Oriente e bussò alle porte del Vecchio continente chiedendo asilo. Nei giorni scorsi Deborah Lyons, la rappresentante speciale delle Nazioni Unite, aveva evocato uno scenario che ricorda «quanto avvenuto in Siria o a Sarajevo».

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