- Il processo al presidente è destinato a finire in nulla al Senato. Ma può azzoppare i suoi fautori in vista delle elezioni 2020.
- Si è respirata alta tensione al sesto dibattito tra i candidati alla nomination democratica, che ha avuto luogo ieri sera a Los Angeles e che ha ospitato sinora il minor numero di contendenti nell’ambito delle attuali sovraffollate primarie dell’asinello.
Lo speciale contiene due articoli.
L’Armageddon a stelle e strisce è servito. Mercoledì, la Camera dei rappresentanti ha formalmente messo in stato d’accusa Donald Trump: si tratta del terzo presidente a subire un processo di impeachment nella storia americana, dopo Andrew Johnson (nel 1868) e Bill Clinton (nel 1998). Il voto è avvenuto in seguito a un estenuante dibattito parlamentare.
Se i deputati repubblicani si sono graniticamente compattati attorno al presidente, nella maggioranza democratica si è verificato invece qualche scricchiolio: per il primo capo d’imputazione (abuso di potere) si sono registrate due defezioni, mentre per il secondo (intralcio al Congresso) ce ne sono state tre. Tutto questo, mentre la deputata delle Hawaii e attuale candidata alla nomination democratica per le presidenziali del 2020, Tulsi Gabbard, ha votato «presente» in entrambe le occasioni. «Non possiamo fare affidamento sulle prossime elezioni come rimedio alla cattiva condotta presidenziale quando il presidente minaccia la stessa integrità di quelle elezioni», ha dichiarato il presidente della commissione giudiziaria, il democratico Jerrold Nadler. Feroce la reazione di Trump che, nel corso di un comizio in Michigan mercoledì sera, ha tuonato: «I democratici stanno mostrando il loro disprezzo per l’elettore americano. È dall’inizio che stanno cercando di mettermi in stato d’accusa». Il presidente ha anche parlato di «suicidio politico».
Il processo, presieduto dal giudice capo della Corte suprema John Roberts, si terrà in Senato, il cui controllo è nelle mani dei repubblicani che detengono 53 seggi su 100: numeri che, nei fatti, rendono altamente improbabile arrivare a una rimozione di Trump dallo scranno presidenziale. Per ottenere una condanna è infatti necessario un quorum pari a due terzi dei voti: una soglia difficilmente raggiungibile anche in caso si verificasse qualche defezione nel partito di Trump. Ciononostante lo scontro politico si è spostato, nelle ultime ore, sul versante procedurale. La speaker democratica della Camera, Nancy Pelosi, ha infatti minacciato di allungare i tempi della trasmissione al Senato dei capi d’imputazione, se non avrà la certezza che i repubblicani ascoltino nel processo ulteriori testimoni. Domenica scorsa, era stato il leader della minoranza al Senato, Chuck Schumer, a chiedere che venissero convocati alcuni funzionari dell’amministrazione Trump: proposta nettamente respinta dal capogruppo dell’elefantino, Mitch McConnell, che ha parlato ieri di una «crociata partigiana». La Pelosi sembra insomma voler mettere i repubblicani sotto pressione, per costringerli ad accettare la propria linea.
Il punto è capire quanto questa eventuale strategia si rivelerà efficace. Se è vero che molti esponenti repubblicani al Senato vogliono un processo breve, la Casa Bianca non è granché di questo avviso. Non solo Trump auspica una sorta di riscossa alla camera alta, ma non bisogna dimenticare un ulteriore fattore: svariati degli attuali candidati alla nomination democratica 2020 sono senatori (Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Amy Klobuchar, Cory Booker e Michael Bennet). Nel caso il processo non si concludesse entro il 3 febbraio (data di inizio delle primarie democratiche), tutti loro sarebbero costretti a rimanere al Senato in una fase elettorale molto delicata, con conseguente rischio di azzoppamento politico.
Senza trascurare, inoltre, che un processo lungo rischierebbe di oscurare mediaticamente le stesse primarie. L’impeachment contro Clinton iniziò il 19 dicembre del 1998 e si concluse il 12 febbraio dell’anno successivo, mentre quello contro Johnson si protrasse dal 2 marzo al 26 maggio del 1868. Alla luce di questo, la Casa Bianca potrebbe avere tutto da guadagnare nel caso si allungassero i tempi, visto che Trump avrebbe la possibilità di brandire la questione in campagna elettorale, infiammando la propria base e cercando magari di accattivarsi il voto degli indecisi. Un sondaggio di Gallup, diffuso l’altro ieri, ha d’altronde evidenziato come – da settembre a oggi – il sostegno all’impeachment sia diminuito del 6% a livello nazionale. È quindi palese che Trump si giocherà la rielezione sui dossier dell’economia e non sulla messa in stato d’accusa.
Del resto, che i democratici pretendano un processo equo sarà anche giusto in termini di principio. Ma i primi ad aver trasformato questa situazione in uno strumento di mera lotta politica sono stati loro. Contrariamente ai precedenti storici, nel corso dell’indagine per impeachment non hanno garantito al partito d’opposizione un potere paritetico. Inoltre, questa stessa indagine si è basata su un rapporto interamente redatto dal partito avverso a quello del presidente in carica, invece che su un’inchiesta condotta da un procuratore speciale. Infine, nei casi di Johnson e Clinton il dibattito verteva su fatti incontestabili, il problema era se fossero o meno meritevoli di impeachment. Ad oggi, invece, non sono emerse prove irrefutabili nemmeno del fatto contestato a Trump, e cioè che il presidente abbia ricattato l’omologo di Kiev, Volodymyr Zelensky, affinché questi facesse partire un’indagine sugli affari ucraini del figlio del rivale democratico Joe Biden.
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